DISTANZE RIDOTTE

L’intolleranza è figlia degli spot che fanno perdere memoria di essere umani

Può capitare di entrare in farmacia, una mattina, e trovare un uomo disteso sul pavimento perché ha avuto un malore ed ha battuto la testa. Il personale della farmacia, efficientissimo, chiama l’ambulanza e si accerta che l’uomo stia almeno apparentemente bene e soprattutto che rimanga dove si trova, perché non subisca le conseguenze di un movimento sbagliato.

Può capitare che la professionalità dei farmacisti sia tale da permettere loro di continuare il proprio lavoro con la restante clientela, sempre con uno sguardo attento verso l’uomo disteso sul pavimento.

Può capitare che nonostante la professionalità la parte emotiva del personale venga chiamata in causa e che nel servire i clienti possano avere qualche momento di disattenzione, piccole distrazioni di tipo squisitamente umano e che compiano qualche errore o che non siano efficienti come le migliaia di volte prima e altre migliaia dopo di quell’evento.

Può capitare, infine, che una cliente inizi ad alzare la voce perché non è stata servita come avrebbe preteso, perché la (incomprensibile!!) distrazione della dottoressa che le porgeva il suo sacchetto con la sua bella dose di chimica, le aveva fatto perdere tre o addirittura cinque dei suoi preziosissimi minuti e magari in quel momento la dottoressa, quella cattivona, non sorrideva e non la faceva sentire la “cliente dell’anno”.

Ed ecco che le distanze non solo non si riducono, ma si dilatano. E ci sembra di vederle allontanarsi sempre di più, come quei filmati dei documentari in cui vediamo velocizzato lo sbocciare di un fiore. Tra noi e quella donna alterata, a due passi da un uomo che ha battuto la testa, che potrebbe essere nostro padre, un fratello, il nostro migliore amico, un figlio, il nostro passionale amante, il marito che ci ha sposate per dividere la vita con noi e che magari lo farebbe anche senza quel “pezzo di carta” con cui ha suggellato il patto tanti anni fa… tra noi e quella donna, nello sfondo sfuocato di farmaci da banco, prodotti per la pelle, lozioni anticellulite, scarpe ortopediche del famoso dottore di origine tedesca, cosmetici ipoallergenici e pannolini di taglia diversa a seconda del peso del bebè; col sottofondo della sirena dell’ambulanza che ormai è arrivata, ecco che dentro di noi prende forma la consapevolezza di non essere come quella donna.

Ci siamo riusciti, siamo rimasti fedeli ai nostri principi di umanità.

Non ci siamo fatti vincere dalle frenesie della vita assurda che ci tocca vivere, sempre di corsa, sempre con lo sguardo lontano, verso l’impegno successivo, verso la preoccupazione di cosa mettere in tavola a pranzo.

Ci stanno vessando l’anima, ci stanno costringendo a non restare soli con noi stessi, mai davvero, per non renderci conto che siamo in trappola e per contenere la ribellione.

Ci fanno comportare tutti allo stesso modo, ci obbligano a correre, a non “perdere tempo” con i sentimenti. E mentre ci impediscono di vivere la giusta quantità di tempo con i figli, con i genitori anziani, con i nostri affetti più cari, siano essi persone completamente sane o con disabilità, ci propinano pubblicità in cui facciamo lo spuntino con le amiche sul prato, facciamo colazione comodamente insieme intorno ad una tavola imbandita e senza fretta perché per la colazione l’orologio si ferma e tutto è speciale, ci dicono che noi valiamo, che dobbiamo smetterla di dire “no” e iniziare a dire “sì” a tutto, perché è tutto bello quello che la vita ci propone.

In questi spot non esiste la malattia, se non in funzione di una miracolosa compressa che fa passare tutti i mali in un… momento. Non esiste la volgarità (secondo loro), non esiste quella fretta di fare tutto che ti stronca e ti fa arrivare a sera sfatta come uno straccetto consunto. Negli spot non c’è tempo perso, è tutto sfruttato bene: mentre fai la ruota nei giorni del ciclo e mentre viaggi in auto confortevolissime su strade libere dal traffico, e neanche devi correre – benché l’auto lo consenta – perché hai tutto il tempo del mondo!

In questi spot non capita di avere lo stress di uno stipendio che non ti permette di arrivare alla fine del mese se inizia la scuola e devi comprare due grembiulini e lo zainetto nuovo che quello vecchio dopo tre anni si è rotto.

Siamo tutti felici, negli spot, tutti vincenti.

Poi entri in una farmacia, per comprarti la tua dose di tranquillità, e la farmacista non sorride, perché è un po’ tesa per lo spavento provato quando un uomo è precipitato sul pavimento come da un’altezza spropositata, così velocemente da riuscire a vedere i fotogrammi della caduta sovrapporsi gli uni agli altri alla rinfusa, allora a qualcuno capita di uscire dallo spot.

Scopre di non essere così felice e vincente e libero come credeva e quell’uomo che, per quanto ne sa potrebbe anche essere morto, è solo il colpevole di questo suo ritorno improvviso nella realtà. E questa persona si inalbera, urla contro chi non l’ha trattata da dea indispensabile. Si incazza perché avrebbe voluto che le sorridessero mentre le consegnavano i suoi lassativi, o le pastiglie antiacido, o la sua preziosa crema anticellulite.

E mentre tutti la ignorano, perché è una poveraccia, una che ha perso la memoria di essere umana, ha reso un servizio a quanti hanno assistito perplessi alla scena e a tutti quelli che entreranno in contatto con loro: è uscita dal negozio e ha lasciato un vuoto “pieno”. Pieno dell’umanità che gli altri presenti hanno letto gli uni negli occhi degli altri, una conferma che sono ancora vivi, ancora uomini. E non puoi non pensare a Vittorio Arrigoni, al suo invito a “restare umani”. Un invito che ti sembra ogni giorno più tangibile, più vero, perché lo interiorizzi e diventa parte del tuo tessuto epiteliale, il discrimine tra il tuo essere davvero vivo e il non esserlo più.

Può capitare che una mattina entri in farmacia a comprare la tua dose di placebo per tamponare le ansie che questo difficile vivere ti smuove, che incontri qualcuno in difficoltà e anche se vai di fretta, ti scopri ancora capace di amare.

Una risposta a L’intolleranza è figlia degli spot che fanno perdere memoria di essere umani

  1. ANNAMARIA CAPUTO scrive:

    Concordo pienamente Teresa….restiamo umani….non sono e non voglio diventare il frutto prelibato del giardino dei nuovi DEI….da cogliere a loro piacimento….voglio cogliere nell’altro un sentimento di solidarietà anche rinunciare a qualche vantaggio se necessario,.