È il dato più preoccupante, secondo Carolina Girasole: «il silenzio delle forze politiche e delle associazioni del territorio, quasi che certi fatti siano un dolore solo per l’amministrazione e non anche per tutta la cittadinanza e per la società civile».
Nel tardo pomeriggio di domenica 7 gennaio qualcuno ha tentato di dare fuoco al portone della casa comunale di Isola Capo Rizzuto. Un atto grave, che il sindaco Girasole non ha voluto far passare sotto silenzio, come già aveva fatto per altri atti gravissimi subiti da lei e dalla sua amministrazione. Ma certa opinione pubblica ha letto nella denuncia una cattiva pubblicità per il paese. Le motivazioni? Sempre le stesse, abusate e ormai poco credibili: se si parla di fatti così gravi si finisce con avvalorare la tesi Calabria=’ndrangheta. E poi, si sa, i panni sporchi è sempre meglio lavarli in casa: così si è tentato di relegare quell’atto a semplice bravata.
È un po’ difficile però pensare ad una bravata, considerato che, secondo quanto emerge dalle prime indagini, lungo i cardini del portone sarebbe stato fatto colare del liquido infiammabile e, con una pezzo di carta accesa fatta passare dalle intercapedini, si sarebbe cercato di appiccare il fuoco dal di dentro. Aggiungiamo che la telecamera di sorveglianza sulla porta dell’ufficio del sindaco è stata manomessa (anche questa manomissione è stata denunciata).
«Sarebbe meglio nascondere la testa sotto la sabbia?» è la legittima domanda del sindaco. «O il primo passo per affrontare un problema in maniera corretta è riconoscerlo?». È una lunga chiacchierata quella che ci concede Carolina Girasole, un po’ anche per fare il punto della situazione.
L’anno nuovo si è aperto con un atto intimidatorio per il Comune di Isola Capo Rizzuto. Come ovvio il gesto ha richiamato l’attenzione della stampa e l’indignazione degli amministratori. Ma una volta che i riflettori saranno spenti, qual è il lavoro che vi troverete ad affrontare?
«È tanto il lavoro che ci aspetta e non ci possiamo fermare. Non possiamo farlo perché sappiamo, prima come cittadini poi come amministratori, che se ci fermiamo adesso è possibile che tutto torni come prima. Isola Capo Rizzuto per anni è stata amministrata da commissari: quello che dobbiamo fare oggi è garantire stabilità e cercare di coinvolgere la gente nel cambiamento».
Nelle prime dichiarazioni dopo il fatto lei ha parlato di «un messaggio lanciato da determinati poteri occulti che si oppongono alla crescita di Isola Capo Rizzuto». Potrebbe darci dei chiarimenti?
«Da quando ci siamo insediati quello che abbiamo fatto è stato ridare normalità ad un’amministrazione, abbiamo riattivato i concorsi pubblici che erano fermi ormai da anni, tanto che abbiamo difficoltà oggettive a sostituire alcuni collaboratori.
Per esempio abbiamo un vuoto nel settore finanziario perché siamo stati costretti ad allontanare un dirigente e, non essendoci mai stati dei concorsi, non esistono neanche liste di professionisti a cui attingere. Al momento stiamo gestendo la situazione con l’appoggio della Prefettura.
Ma non abbiamo affrontato solo la questione dei concorsi pubblici. Stiamo portando avanti appalti con il fine di garantire l’interesse dell’ente e, di conseguenza, quello dei cittadini. Abbiamo effettuato verifiche sull’operato di tutti i dipendenti. Insomma, cerchiamo di fare una programmazione seria per lo sviluppo e la gestione del nostro territorio: questo evidentemente ha toccato l’interesse di qualcuno che adesso reagisce. Per fortuna non siamo soli: oltre a Libera, che sta collaborando con noi ad un progetto fortemente voluto dall’amministrazione per la gestione dei beni confiscati alla criminalità, un progetto che ci da la concreta opportunità di restituire al territorio delle possibilità di crescita, abbiamo l’appoggio della Prefettura e delle forze dell’ordine. Un sostegno per noi fondamentale».
Lei è un simbolo della tenacia e della voglia di fare. Ha ridato ai suoi cittadini il segno di un cambiamento tangibile, come ricordava, restituendo loro, con la collaborazione di Libera e della Prefettura, i terreni confiscati alla ‘ndrangheta. Secondo lei certi atti vigliacchi possono contribuire a scoraggiare la gente?
«È un rischio concreto, ma noi rimaniamo fiduciosi. La gente di Isola sta imparando a fidarsi, e le risposte che arrivano sono incoraggianti. È stato un cittadino ad allertare i vigili, quel giorno, il 7.
Ma non è il solo esempio. Abbiamo rivisto il settore dei servizi sociali, mettendo a disposizione dei cittadini figure professionali in grado di aiutare in maniera concreta chi è in difficoltà. All’inizio la cosa non è stata accolta bene: c’era la consuetudine, si andava lì si chiedeva “il favore”, ma quando hanno capito che potevano avere un diritto invece di un favore, la consuetudine è cambiata».
Cosa spinge a scegliere la strada giusta invece di quella più facile? E oggi che bilancio trae dal suo lavoro?
«Quando mi proposero di candidarmi a sindaco sono letteralmente fuggita, poi ho cominciato a parlarne in casa con mio marito e le mie figlie. I dubbi erano tanti, però mi dicevo: se io ora mi tiro indietro poi non potrò più lamentarmi per tutto quello che di sbagliato c’è nella mia terra.
A convincermi definitivamente è stata una frase di mia figlia. Mi disse: non preoccuparti mamma, tanto io da qui poi andrò via. Mi ha fatto male pensare che, come lei, tanti ragazzi considerano la loro terra solo come un luogo di passaggio, che non è in grado neanche di prospettargli un futuro.
Il bilancio nonostante tutto è positivo, rappresentare il paese dove sei nata e cresciuta è un onore. Poi io ho vinto dopo un commissariamento, ho vinto contro tre uomini. Isola mi ha dato grandi gratificazioni, non ultima le tante lettere di solidarietà che arrivano a questo comune, fuori dal territorio. Isola è considerata una speranza per la Calabria pulita».
Crede ancora nella possibilità di un futuro in cui i giovani calabresi potranno smettere di “sperare” e cominciare a “credere”?
«Non so se crederci o no, ma penso che per concretizzare il futuro è necessario che ognuno di noi faccia il suo dovere. Questa non può essere una rivoluzione di pochi. E sono ancora pochi quelli che hanno preso coscienza».







nell’intervista all’ottimo sindaco c’è una contraddizione: la ndrangheta vive soltanto di consenso…per cui …se, come dice, i cittadini sono dalla sua parte, il pericolo non è rappresentato dalle minacce, bensì dal tentativo di accreditarsi con il nuovo sindaco. egli deve essere in grado di accorgersi se ciò avviene….bruciare il portone non avrebbe senso … qui i punti sono due: o la ndrangheta è l’organizzazione criminale più potente esistente al mondo (e certamente non va a bruciare portoni), oppure è soltanto un assemblaggio di “pelle rossa” dediti al crimine (e allora tra le scorribande rientrano anche i roghi ai portoni delle case dei cittadini).