CERCANDO UN ORIZZONTE

Il Sud è niente finché non viene restituito

Un film che parte dal silenzio per romperlo definitivamente e superarlo. Un film da vedere e rivedere. Il debutto da regista e sceneggiatore di Fabio Mollo, quello da attrice e protagonista di Miriam Karlkvist, cui si aggiungono tanti altri debutti di grandissimi professionisti del cinema

Un muro bianco. Bianco come quello della scuola, dopo la scena muta di GraziaMiriam Karlkvist, la meravigliosa promessa del cinema italiano, da una settimana alla scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè, al suo debutto da attrice e da protagonista. Immersa in quei primi bianchi, orizzonti lineari, pesanti di cemento, Miriam si fa uovo e piange, nascondendosi all’infinito troppo definito che la soffoca. Gli stessi bianchi che incartano la lingua portata in dono nelle scene iniziali del film, materializzazione su pizzi – bianchi, of course – la violenza macellata e la forza del silenzio imposto.
Ritornano quei bianchi anche fuori dalla chiesa. Ma sono privi di orizzonte. Diventeranno rossi, i richiami alla religiosità mescolata con le credenze popolari nella festa della Madonna, mani braccia e volti che si confondono nella scena successiva del mercato del pesce.
Il muro che regge una chiesa. Dentro si è appena consumata una messa. Un rito, un dovere, più che una fede. Perché nessuno dei due ci crede, a quello che ascolta. Entrambi escono in silenzio. A frugarsi dentro. Appoggiato a quel muro, accanto a lei, il padre Cristiano. Un eccellente Vinicio Marchioni, capace di urlare i suoi silenzi.

Lei chiede una sigaretta. «Dai, lo sai che fumo». Lui prova a ribattere. «Sono sempre tuo padre». Il cambio di marcia arriva su quel muro bianco, quando il padre per la prima volta vede la figlia. Per la prima volta la guarda davvero. I silenzi nei loro sguardi che cercano oltre l’orizzonte che sembra inesistente, davanti a loro. Sembra perso, muto, scappato per sempre. La stessa gestualità nel mettere in bocca la sigaretta, aspirare, espirare. Le stesse pause. Lo stesso gioco tra le dita. Indice medio pollice. Pollice indice medio. Le stesse mani rovinate dalla vita e dai non detti, prima che dallo stocco. Perché non è vero che le cose che non si dicono non fanno male. Le cose che non si dicono scoppiano dentro. Uccidono.

L’ho detto all’uscita dall’anteprima nazional-reggina del 3 dicembre (ha aperto il RCFF, Reggio Calabria Film Festival). Lo ribadisco adesso, fresca della seconda visione de Il Sud è niente, egregia opera prima di Fabio Mollo, fuori dalle luci della ribalta, consumata nel cinema Nuova Aquila di Roma. Questa è la scena in cui l’apnea della prima parte del film prende un’altra forma. Un’altra consistenza. È sempre apnea, ma è come se permettesse di respirare. Perché quelle bollicine di ossigeno che salgono dalle oscure profondità interne, perfettamente metaforizzate dal mare dello Stretto (che è grembo, che è pancia, che è paura, desiderio, ricordo, colpa, ma anche speranza), sono la materializzazione del silenzio. E permettono di respirare. Permettono di ritrovare un metronomo interno. Silenzi e pause. Quelle del ticchettio plastico del rosario che sfuma in primo piano davanti al pilone di Cannitello. Sullo sfondo il pilone di Torre Faro, dall’altra parte dello Stretto. Una storia di distanze e di vicinanze. Cambi continui. Che non cambiano mai. Perché Cristiano cerca di nascondere, Grazia cerca di sapere. Ma sono sempre dalla stessa parte. Anche se ancora non lo sanno.

L’ho voluto rivedere. Lo rivedrò ancora. Perché Il Sud è niente è davvero un film di restituzioni. E si restituisce generosamente a ogni nuova visione. Restituisce parti che ti erano sfuggite. Le velature di tendine trasparenti che nascondono più di muraglioni di piombo. Gli sfocati che sono fuochi vivi. Le superbe interpretazioni di tutti gli attori, dal primo all’ultimo. Attori che, come ha sottolineato Alessandra Costanzo, la nonna, durante la conferenza stampa, hanno dimenticato di esserlo, buttandosi in questo lavoro corale con la stessa passione, come debuttanti.

Un film di restituzione, dicevo. Certo, l’orizzonte chiaro – che si apre nell’ultima scena del film, dove finalmente il mare perde il freddo argento e ritrova il blu, e le luci ritornano gialle scrollandosi di dosso il freddo bianco della morte – è la denuncia del silenzio. Unico modo per tornare ad avere speranza. L’orizzonte è la voglia di urlare che non si deve più avere paura della verità, qualunque essa sia. Anche quando è dominata dai soprusi della ’ndrangheta. Scrive Fabio Mollo nelle note di regia: «il silenzio è doloroso, anche quando dettato da un gesto d’amore e di protezione. Il film racconta quando questo silenzio diventa violenza. Racconta il Sud quando il Sud diventa niente e poi di colpo trova il coraggio per ribellarsi a questo destino».

Ma a quell’orizzonte non si arriva volando. Perché non tutti hanno, come Fabio, una madre da ringraziare “perché mi hai insegnato a volare, anche quando volare non si può” (nei titoli di coda: leggeteli fino alla fine, valgono la pena pure loro). A quell’orizzonte si arriva a fatica. E percorrendo una strada contorta. È quella, la restituzione. La restituzione dei sentimenti. Perché, anche se il regista non lo dice e non lo scrive, per me il suo film è esattamente questo: una riflessione in lungometraggio sulla necessità di riappropriarsi dei sentimenti. Di restituirli, a se stessi e agli altri. È una partita di giro che non si ferma mai. Che ha come strumento proprio il silenzio, così ben rappresentato che ne senti l’odore, mentre scorre davanti ai tuoi occhi, ti entra dentro come un pugno nello stomaco, scende a rimescolarti le viscere e sale più su, passando dalla testa per fermarsi nel cuore.

Ogni immagine ti resta dentro. E non sono lacrime, quelle che senti umide negli occhi. Sono pezzi di silenzi che ti lasciano, che ti liberano dal loro peso insopportabile. Mille cose dovrebbero essere dette, di questo grandissimo film. Ma sono molto più importanti quelle che lascia dentro. Quelle che non si possono raccontare, che possono entrare solo nel buio della sala, mentre la musica di Giorgio Giampà si mescola al capovolavoro di una squadra che ha lavorato in totale sintonia. Liberandosi e aiutando ciascun spettatore a liberarsi.

Solo allora, solo quando hai iniziato a liberarti, perché la restituzione è in corso, puoi viverla fino in fondo. La vivi con il sorriso negli occhi di CarmeloAndrea Bellisario. La gioia di Miriam, che poco per volta si scuote e si lascia andare. Un’altra scena da oscar. Una pista di autoscontri. Il ritmo ossessivo e catartico dei Junior Boys, In the morning. Luci. Bui. Gioia. Disperazione. Speranza. Ma, soprattutto, vita. Di questo Sud che tutto è, a partire dal contrario di niente.

In programmazione dal 5 dicembre

ANCONA ITALIA
PESCARA CIRCUS
FOGGIA SALA FARINA
CATANIA KING
MESSINA APOLLO
REGGIO CALABRIA MULT. LUMIERE
SCIACCA BADIA GRANDE
PORTO EMPEDOCLE MEZZANO
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