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La mia cartavetrata nella città dei venti che trasportano cultura

Gli affetti hanno colori forti. Il verde kiwi, il panna banana e il rosso fragola della crostata di frutta: il mio benvenuta a Catanzaro Lido. Il porpora delle AllStars con para che mai pensavo sarebbero riuscite a fare la strada verso il mare. Il turchese elegante come le immagini evocate da chi lo indossava. L’amaranto bloccato in velvet che sta tanto bene sul giallo invertebrato. Il bianco imperante ovunque: nei sorrisi veri, nelle pareti e nelle librerie, persino addosso a me. Il nero 3D di un libro che ho amato, amo e amerò forse quasi più di qualunque altro: la nuova edizione “dark” di 1984, “più accattivante per i giovani”. Comprate e leggetene tutti, questo è il nostro verbo per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati dal grande vate George.

Gli affetti hanno odori e sapori che ti rimangono dentro: sanno di capelli bagnati, di frutta profumata, di caffè bollenti, di cene mancate. Sanno del litorale marino succhiato avidamente con tutti i sensi per arrivare a Catanzaro Lido. Un sabato, il primo di un’estate tanto attesa ed esplosa in anticipo. Sabato scorso, 7 giugno. Libreria Ubik. Nunzio Belcaro, Nicola Fiorita e Donatella Monteverdi a presentare Demi Romeo.

Fare la cronaca di quel pomeriggio, di cui ancora mi scorrono le immagini mescolate da occhi e pancia? Impossibile. Forse è più facile riassumere per quadri, cercando di superare il pudore che mi imporrebbe silenzi costanti.

Quadro uno. Il bar della Ubik. Un angolo accogliente e curioso. Libri che declinano il cibo in tutte le sue sfaccettature, dalla Dukan alle cene di gala. Bottiglie importanti. Ambiente moderno e retrò, da sigaro, cognac e libro impegnato, se ancora esistessero i cognac di una volta. L’abbraccio con Nunzio, finalmente. Dopo due sole (quelle romane, seppur involontarie) infilate una dietro l’altra, carta vetrata è in attesa del microfono. Ma prima c’è la bomba affettiva, che attende dietro l’angolo. È riuscita a contenersi a stento con l’amico libraio che ha cominciato con me – la sua prima presentazione e il mio primo romanzo: un doppio ius sanguinis –. Esplode come l’estate subito dopo: è una crostata che entra timida, è la mia cucciola ormai grande che mi chiama mammina, è la mia stretta che annulla le distanze, e sa di Pietragrande passata, presente e futura.

Quadro due. La scala per salire sopra e iniziare. Gli occhi buttati là per caso, appena sul pianerottolo. Una sfilata di variopinte edizioni economiche in cui si legge solo, verticale e a caratteri cubitali, su due righe, Fabio Volo. Piccolissimi i titoli, dettagli insignificanti per chi ha curato il marketing dell’operazione – e mi viene da pensare anche per i potenziali lettori –. Mai abbassare lo sguardo. Me lo hanno ripetuto in continuazione. Eppure. Mi fermo. Respiro. Cerco sostegno. Frugo con lo sguardo e trovo lui. Il mio lui. Il mio Orwell nuovaedizioneaccattivantepergggggiovani. Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. Appunto.

Quadro tre. Due poltrone rosse. Una sedia di acciaio.

Scena uno. Nunzio in piedi. A raccontare il nostro approccio. A spiegare come da allora, più di cinque anni fa, si sia cresciuti tanto, entrambi. La sua convinzione che «un territorio non si può raccontare se non attraverso la narrativa». I suoi elogi al mio romanzo, alla storia, ai protagonisti. E alle mie sofferte – ma convintissime – scelte stilistiche: «ha deciso di intraprendere la strada più difficile. Narrare in prima persona. Con un protagonista maschile. E lo fa con le palle, con una scrittura virile». Poteva farmi un complimento migliore? Mi bevo ogni sua parola. Ascoltarlo dà sempre un senso alla lettura, oltre che alla scrittura.

Scena due. Donatella. Donna Libera, e non solo perché ne è la referente provinciale. Confessa che all’inizio è stata confusa proprio dalla scrittura maschia. Quella che, andando avanti, ha visto «restituire le distanze tra la storia e i personaggi». «I libri sono di chi li legge» scriveva Andrea De Carlo. La sua carta vetrata è famelica storia di miseria, dove l’appagamento dei sensi e il binomio sesso/cibo declinano in ogni personaggio la loro inaffidabilità. Lo ridirò con parole mie: è l’ingordigia umana dell’era del consumismo, quello che ha eletto a sostanza l’apparenza.

Scena tre. Nicola che esordisce con un secco «Carta vetrata è il più bel romanzo che sia stato pubblicato in Calabria nel 2013». E spiega come si sia fatto rapire dalla rapidità e dall’irragionevolezza, cifre del nostro tempo, in cui l’assenza di giudizio e un personaggio perfetto perché arido, acido, ruvido, insopportabile – e proprio per queste ragioni così aderente alla realtà – svelano il vero protagonista: il potere e la superficialità. Un libro che ha anticipato i tempi, sottolinea Nicola. E mi chiede come sia riuscita a raccontare il declino di alcuni eroi antimafia e del mondo dell’informazione in anticipo sui tempi. Mi ispiro a Bergonzoni, al suo tirare giù dai piedi le idee che galleggiano sopra di noi, a cui tutti abbiamo accesso, ma preferiamo non badare. Ho guardato intorno a me, Nicola. Non era difficile. Forse era controcorrente, ma certo non difficile.

Quadro quattro. Catanzaro. Perché è così. Io amo Catanga. Amo la sete di cultura vera, la capacità di cercare e trovare che ho respirato ogni volta in cui mi sono confrontata nel catanzarese. C’è un’aria alta, bella e frizzante da respirare. Sarà per via del vento. Tanti interventi. Ciascuno importante. Ciascuno con le caratteristiche che dovrebbero avere gli interventi: se è vero che si scrive per porre domande, e magari per condividerle, è altrettanto vero che chi legge dovrebbe aggiungere altre domande. O, se ne ha, qualche risposta. Scelgo tra tutte le parole, importantissime, che hanno chiuso la serata, una delle immagini di Daniela. Un treno che si allontana dalla stazione. Demi e tutti i protagonisti dietro ai vetri di un finestrino, ma anche sulla banchina a guardarsi mentre si allontanano. La rappresentazione per sé e per gli altri della staticità in movimento. Per dirci che dobbiamo smetterla di guardare gli altri o noi stessi mentre ci allontaniamo su treni di cui ignoriamo la destinazione: dobbiamo decidere, una volta per tutte, dove vogliamo andare. E partire.

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