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Dovremmo essere tutti come la Vitti, proiettati verso il futuro

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La ragazza con la pistola, anno 1968 di Mario Monicelli con una straordinaria Monica Vitti, è uno dei miei film preferiti. Uno dei migliori film sull’emancipazione che mai sia stato diretto tra l’altro (esatto contraltare di Sedotta e abbandonata di qualche anno prima, nel quale invece la malcapitata protagonista soccombe al proprio destino e ai condizionamenti del “paese”). Va da sé che a qualunque ora e su qualunque canale lo trasmettano mi incanto a vederlo e rivederlo. Come è capitato ieri sera per esempio. E capita anche che ogni volta una scena, nonostante lo conosca a memoria, mi faccia riflettere. E ieri una in particolare mi ha colpito e indotto una riflessione.

La storia, per chi non la conoscesse, racconta le vicissitudini di una donna, sedotta e poi miserevolmente abbandonata, che per riparare al torto subito parte per l’Inghilterra all’inseguimento dell’infingardo per vendicarsi, e poter tornare a casa a testa alta, senza più l’onta del disonore a gravare come un macigno su di sé e sulla sua famiglia.

Saltare cent’anni in un giorno solo cantava Tenco, ed è più un salto nel tempo che un viaggio geografico quello della nostra eroina che si ritrova improvvisamente in un altro mondo, nell’Inghilterra di Mary Quant e della minigonna. La Swinging London sognata da quasi tutte le generazioni a venire per intenderci.

Ma sono troppo radicate in lei certe costumanze per poter cedere improvvisamente a questo nuovo universo in cui si ritrova, per cui prosegue nei suoi propositi di vendetta e cerca il traditore.

Lo trova, spara ma manca il colpo. E arriviamo così alla scena in questione in cui lei immagina il ritorno al paese, disonorata: in una piazza arsa da sole, vestita come una poco di buono da manuale, vestito succinto e guepiere rossa, sottoposta a pubblico giudizio e ludibrio. Perduta per sempre, implora perdono per aver “fallito”.

Colpa, giudizio e fallimento. Le tre stanze labirintiche in cui a volte ci perdiamo e dalle quali uscire significa disperdere energie che a conti fatti potremmo impiegare meglio.

Ed è infatti a questo punto che nella nostra eroina lo scatto d’orgoglio ha la meglio sulla paura del fallimento e del giudizio della società. Si emancipa, cresce e si libera dai pesanti orpelli di una educazione oppressiva e umiliante.

E qui arriviamo finalmente al nucleo della mia riflessione: lo scatto d’orgoglio lo abbiamo davvero avuto? E non solo noi donne. L’emancipazione, intesa come libertà di essere se stessi, è davvero una realtà? O ci siamo solo illusi?

Pensando alle pubbliche piazze di oggi, quelle virtuali, non veniamo continuamente sottoposti ad un giudizio? Non abbiamo forse una folla sempre attenta cui dare conto di come ci vestiamo, scriviamo o pensiamo? Tanto per fare un esempio, la libertà tanto agognata di gestione del nostro corpo non è forse un miraggio? Se solo tenti di affermare il sacrosanto diritto ad esporti come ti pare e quanto ti pare, la pubblica gogna è lì che ti aspetta.

Oppure dover continuamente dimostrare di essere intelligenti, di saper fare, parlare, scrivere, non è uno sforzo che potremmo evitare?

E non è forse vero che per questo mondo devi essere in un certo modo, altrimenti “sei fuori”, come diceva un tale in uno degli ultimi reality più beceri che siano mai stati pensati? E non è altresì vero che gli influssi esterni, le aspettative degli altri, sono diventati un peso e che sembriamo tanti stanchi Sisifo?

Ma quello che ho notato ultimamente è che non esiste più nemmeno una categoria di pensiero “maschilista” cui dare la colpa di certi atteggiamenti, come se improvvisamente ogni modulo di pensiero si fosse appiattito l’uno sull’altro, in una omologazione di comportamenti senza precedenti.

È anche vero che spesso i giudizi più sferzanti, gli attacchi più taglienti al nostro essere ci vengono dai ranghi delle “solleranze”, come se per poter sopravvivere in un mondo declinato al maschile ci fossimo dovute adeguare, confondere e nascondere, replicandone comportamenti deleteri e moltiplicandone la perniciosità oltretutto.

Ma le mancate solidarietà, che ci isolano e fanno sentire come iceberg in continua collisione l’un contro l’altro, non hanno più né sesso né colore.

Io però sogno la possibilità per ogni essere umano di poter essere come la Vitti nell’ultimo fotogramma del film: su un traghetto, con un libro in mano e una sigaretta accesa, proiettata verso il futuro, mentre si lascia alle spalle le urla del pregiudizio e dei condizionamenti sociali.

Rifletteteci su anche voi!

P.s.: E soprattutto guardate il film se vi capita!

 

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