Cultura

#TropeaFestival: un pianeta su cui ricominciare

Le prime tre serate di una rassegna, quella che sta animando Vibo Valentia da Palazzo Gagliardi, che restituisce una speranza: la cultura,come la bellezza, può salvare la Calabria

Giro di boa, al TropeaFestival Leggere&Scrivere: passati i primi tre giorni, al via la prossima terna. La mia idea era di raccontare in tempo reale quello che succedeva. Di dare la possibilità a tutti di respirare l’aria vibonese. E invece.

E invece il primo problema di questa terza edizione è arrivato proprio come Gonzalo. Imprevedibile, seppur previsto. Gonzalo era stato annunciato alla grande, ma nessuno credeva davvero che in poche ore si perdessero per strada 20 gradi e che il leggendario sole della Costa degli Dei potesse essere oscurato da fulmini e acqua. Acqua e fulmini. Allo stesso modo, pur potendo comprendere la ricchezza del festival dai 100 appuntamenti preannunciati, non credevo davvero che avrei vissuto dilemmi di sdoppiamento, trovandomi più e più volte con la mente in una sala, il cuore nell’altra. Per fortuna esistono le riprese video: speriamo che possano essere consultabili presto, per poter vedere e rivedere ciò che è stato, a partire dall’egregio Remo Bodei.

Palazzo Gagliardi incanta ancora prima di passare sotto l’arco, installazione del bravissimo Antonio La Gamba, scultore ed artista di Pizzo, che ha incrociato un cucchiaio e una forchetta di oltre due metri e ne ha creato una danza d’amore, ha saldato insieme picconi per costruire un sole che illumina gli intrecci delle scale e il festival tutto, ha ritagliato ferro e capovolto le sagome ricavate. Antonio ha anche curato le numerose mostre presenti al primo piano. Ha intagliato uno scaffale che vola nella libreria allestita dalla splendida Stefania Mobilio, arricchita dagli scatti di Raffaele Montepaone. Ha portato ovunque il suo sorriso, prima dell’arte. Ma non è riuscito a far superare il problema: troppi appuntamenti, troppo interessanti. Impossibile – seppur necessario – descriverli tutti. Onore a Gilberto Floriani, direttore del Sistema bibliotecario vibonese, coadiuvato da una “squadra bellissimi”.

Il secondo – e ultimo – problema di questa maratona culturale è che crea speranza, oltre che dipendenza. Mescola e contamina. Mette a confronto scrittori, giornalisti, attori, artisti, cantanti, intellettuali, insegnanti, studenti. E lo fa in un nostop che va oltre gli eventi che si incalzano l’un l’altro, ora dopo ora. Lo fa nei dopo cena, nelle colazioni, nei brunch preparati dai bravissimi studenti dell’alberghiero, nei salotti estemporanei che aggregano e uniscono. Essere qui mette a contatto la Calabria migliore con l’Italia migliore. Si cresce insieme. Si tocca con ciascuno dei sensi la possibilità di uscire dal gap di arretratezza che sembra essere diventato il vero, unico “brandCalabria”. Ci si convince che ce la si possa fare, che la cultura salverà il mondo e questa terra, proprio come la bellezza.

Poi ci sono le serate. Quelle che vorresti non finissero mai.

Il debutto, lunedì, con un testo teatrale di Mimmo GangemiTerremoto. Due attori straordinari: una voce narrante, con il fisico di tante fortunatissime fiction sui temi di mafia (il giudice meschino vi dice qualcosa, per rimanere in tema?): Maurizio Marchetti. Una mimica che ti trascina nella polvere e nello sgomento di quel 28 dicembre 1908 restituito alla memoria attraverso le immagini delle macerie. Maria Serrao è madre. Maria Serrao è urlo disperato. Maria Serrao è spettatrice impotente del passaggio dalla vita di una famiglia normale alla morte del marito e dei figli. Non io, non sola è il mantra che ripete mentre confonde il suono del vento con i lamenti sempre più flebili dei cari sotterrati dalle macerie. Non io, non sola è la preghiera che invoca la morte. Non io, non sola è il racconto più crudo e reale che ti inchioda sotto la disperazione prima dell’arrivo della liberazione. Ma se ci sei, urla al Dio che rinnega, perché non ha potuto permettere tutto questo. Cerca di ripeterlo. Ma se.

Mercoledì è stata la volta del caciocavallo di bronzo. Incredibile Peppe Voltarelli con l’accento appoggiato sulle colline del Chianti e scivolato molto più giù, a toccare le radici che affondano in Sila. Grande, grandissimo Peppe Voltarelli. Ti innamori dell’anima, prima che della versatilità della voce. Ridi della straordinaria capacità di ridere di sé, di noi, degli stereotipi che hanno dato vita al lamento che è un godimento. Due ore volano via. E ti sembra che siano durate 10 minuti. E allora capisci che quel parto delle nuvole pesanti, che scaricano bombe d’acqua sulla copertura liberty del Palazzo proprio mentre la sala è strapiena e se lo mangia con gli occhi e le orecchie, è stato solo l’inizio di una lunghissima carriera. Che ancora tante, tantissime emozioni deve tirare fuori dal suo cilindro multicolor.

Ieri il mio prima amore in musica. Il primo italiano, intendo. Eugenio Finardi. Raffinato. Matematico nel suo spiegare le note con i numeri. La musica è matematica. Ci lega all’assoluto. 440 volte al secondo è un la‬. Il cantore di un amore diverso ha scelto Cohen e la sua Halleluja per ricordare che se non avesse fatto il cantante sarebbe stato un astrofisico. E hold on – tieni duro che fin dal 1979 è il suo omaggio a Demetrio Stratos. L’anima blues, la voce che rincorre quella di John Mayall. Niente musica ribelle – non la fa più da un sacco di tempo. Niente forza dell’amore. Niente la radio. Un racconto sincopato, ritmato dalle domande di Enzo Guaitamacchi. Le parole sono un codice straordinario. Poi il nuovo corso. Fibrillante. Con una intensissima Cadere sognare, in cui alla melodia della sua chitarra elettrica il bravissimo Giovanni Maggiore ha aggiunto un bellissimo controcanto, quasi bianco. E poi via, ancora una volta a cercare un pianeta su cui ricominciare.

Stasera si ricomincia, sul pianeta del TropeaFestival. Con Tullio De Piscopo.

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