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Operazione Califfo contro la ndrangheta di Rosarno, due provvedimenti: lo scacco alla cosca Pesce e l’arresto dei familiari della testimone suicida. Ecco il comunicato

Di seguito il comunicato ufficiale dei carabinieri relativo all’Operazione “Califfo” che ha portato a due provvedimenti che hanno tra i punti d’unione la vicenda personale e le dichiarazioni della testimone di giustizia suicida Maria Antonietta Cacciola.

È in  corso l’esecuzione di due distinti provvedimenti adottati a seguito di indagini coordinate dalla DDA di Reggio Calabria e dalla Procura della Repubblica di Palmi, rispettivamente condotte dal Ros congiuntamente al Nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio Calabria e dalla Compagnia Carabinieri di Gioia Tauro congiuntamente al Commissariato di PS dello stesso centro.

A) Il provvedimento della DDA di Reggio Calabria dispone il fermo del nuovo reggente della “cosca PESCE”, PESCE Giuseppe (latitante dall’aprile 2010) e di n. 10 affiliati alla stessa: ALVIANO Giuseppe; BERRICA Giovanni Luca; D’AMICO Danilo; DELMIRO Biagio; FORTUGNO Domenico; MARAFIOTI Saverio; MESSINA Rocco; MUZZUPAPPA Francescantonio; RAO Giuseppe; TOCCO Francesco Antonio.

Le attività investigative condotte dai Carabinieri e  coordinate dalla DDA reggina si fondano su molteplici elementi di prova convergenti in modo univoco e concludente in merito alla partecipazione di tutti gli indagati alla suddetta articolazione territoriale della ‘ndrangheta: il sequestro del “pizzino” scritto da PESCE Francesco cl. 78 inteso “testuni”; le dichiarazioni rese dalla testimone di giustizia CACCIOLA Maria Concetta e quelle della collaboratrice di giustizia PESCE Giuseppina; i riscontri derivanti dalle numerose attività tecniche svolte nel corso delle indagini.

La sera del 9 agosto 2011, veniva catturato PESCE Francesco inteso “testuni”, dopo un anno e mezzo di latitanza. Il giovane boss aveva trovato rifugio all’interno di un bunker costruito all’interno della “DEMOLSUD” di PRONESTÌ Antonio (tratto in arresto per il reato di favoreggiamento personale aggravato dall’art. 7 della Legge nr. 203/1991). La sera del 11.08.2011, PESCE Francesco cl. 78 tentava di consegnare ad un altro detenuto rosarnese un biglietto manoscritto che la Polizia Penitenziaria della casa Circondariale di Palmi riusciva ad intercettare e sequestrare. Il testo del biglietto scritto dal giovane boss poteva essere ripartito in quattro sezioni corrispondenti ad altrettante direttive:

1)    (“ROCCO MESSINA, PINO ROSPO, MUZZUPAPPA NINAREDO, FRANCO TOCCO, DANILO, PAOLO DANILO, FIORE PER MIO FRATELLO”) PESCE Francesco, cosciente che avrebbe dovuto scontare vari anni di regime detentivo, accreditava dal punto di vista criminale l’unico maschio libero della sua famiglia – il fratello Giuseppe, latitante – al quale cedeva il comando della cosca (“FIORE PER MIO FRATELLO”), affiancandogli una ‘ndrina di sei fidatissimi ‘ndranghetisti (tutti accomunati da legami parentali o storica amicizia a PESCE Francesco), identificati in: MESSINA Rocco, ALVIANO Giuseppe inteso “u rospu”; MUZZUPAPPA Francescantonio; TOCCO Francesco Antonio; D’AMICO Danilo e DANIELE Paolo;

2)    subito dopo, veniva disposto (“BIASE SOLDI POLACCA… ASS. FORTUG.”) che un uomo (“BIASE”) consegnasse ad una donna straniera (“POLACCA”) del denaro; la mancata indicazione della cifra stava a significare che il riconoscimento economico era prestabilito e caratterizzato dalla continuità nel tempo. L’importo doveva essere stornato dagli assegni di una società riconducibile a FORTUGNO (“ASS. FORTUG.”). I tre soggetti indicati venivano identificati in: DELMIRO Biagio, COSTIN Camelia (non destinataria di misura restrittiva) e FORTUGNO Domenico;

3)    la terza indicazione (“GEOMETRA LUCA SANTINO”) riguardava l’affiliazione (“SANTINO”) all’onorata società di un giovane contrasto onorato, identificato in: BERRICA Giovanni Luca;

4)    (“SAVERIO TUO COGNATO I 7 DI PEPPE RAO LI DA A ME VEDITELA TU PER QUESTO DIGLI QUESTE COSE”) Una cospicua somma di denaro (“I 7”), normalmente introitata nella cassa della cosca tramite “PEPPE RAO”, da quel momento, doveva essere destinata al suo nucleo familiare del boss (“LI DA A ME”). I soggetti chiamati in causa erano identificati in: MARAFIOTI Saverio e RAO Giuseppe. Il giovane boss affidava il compito di notificare le disposizioni da lui scritte in carcere a un soggetto indicato come “SAVERIO TUO COGNATO”, identificato con certezza in MARAFIOTI Saverio, cognato di PRONESTI’ Antonio.
L’attività d’indagine dei Carabinieri, coordinata dalla DDA reggina, consentiva di accertare che MARAFIOTI non era un semplice muratore, bensì un affiliato alla “cosca PESCE” con il quale vari indagati si rapportavano per numerose questioni – tra cui  la costruzione/ristrutturazione di bunker – ed al quale lo stesso PESCE Francesco “testuni” aveva affidato i lavori di ristrutturazione della propria abitazione. La conferma giungeva dallo stesso indagato, in due dialoghi registrati la mattina del 20.10.2011: nel primo, MARAFIOTI veniva intercettato mentre avvisava un altro sodale che il giorno dopo il latitante PESCE Giuseppe si sarebbe spostato in un bunker di cui entrambi conoscevano l’esistenza e l’esatta ubicazione; poco dopo, il muratore descriveva al suo committente lo stato di avanzamento dei lavori di un bunker commissionatogli (“lo deve solo vedere e basta… che vada e poi vediamo… che vada e poi lo chiudiamo”). MARAFIOTI, a fine ottobre, era a conoscenza del sequestro del biglietto all’interno del carcere di Palmi, nonché del contenuto dello stesso, quindi – in evidente stato di agitazione – commentava la vicenda che lo vedeva coinvolto, fornendo così la conferma in merito alla sua esatta identificazione ed al ruolo svolto all’interno della “cosca PESCE” (“a quel cazzone gli hanno trovato un biglietto… mica mio cognato!… Arresteranno a tutti a Rosarno!…Associazione!!”).
Sia  la collaboratrice di giustizia PESCE Giuseppina che Cacciola Maria Concetta, nel corso degli interrogatori, riferivano sul conto di MARAFIOTI, definendolo un uomo fidato della cosca Pesce. Le propalazioni delle due donne sul conto di MARAFIOTI si mostravano incredibilmente convergenti, seppur riferite ad un arco temporale differente: CACCIOLA Maria Concetta aveva appreso nell’anno 2011 che MARAFIOTI era stato incaricato dal fratello per la costruzione di un bunker; PESCE Giuseppina precisava che MARAFIOTI (di cui effettuava il riconoscimento fotografico) era stato il “muratore” che aveva curato le opere di manutenzione del bunker in cui – nel novembre del 2005 – era stato arrestato dai Carabinieri il padre, PESCE Salvatore inteso “u babbu” (“io ricordo che lavorava dove poi è stato trovato il bunker”).

B) In coordinamento con la suddetta attività i Carabinieri e il commissariato della Polizia di Stato di Gioia Tauro  hanno eseguito un’O.C.C. emessa dall’ufficio del GIP presso il Tribunale di Palmi, che dispone l’arresto di CACCIOLA Michele, CACCIOLA Giuseppe e gli arresti domiciliari per LAZZARO Anna Rosalba, per i reati di concorso (art.110 CP) di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.2 CP) e di violenza o minaccia per costringere a commettere un reato (art. 611 CP). Le indagini dirette dalla Procura della Repubblica di Palmi i tre, rispettivamente padre, figlio e madre di CACCIOLA Maria Concetta, l’hanno sottoposta a maltrattamenti al fine di farle ritrattare le dichiarazioni rese sino a indurla al suicidio.

Nel mese di maggio 2011, infatti, CACCIOLA Maria Concetta si presentava spontaneamente ai Carabinieri di Rosarno, dichiarando di voler collaborare con la Giustizia e di poter riferire circostanze utili su diversi fatti di sangue riconducibili alle cosche CACCIOLA e BELLOCCO. In data 25 maggio 2011, la CACCIOLA rendeva dichiarazioni ai magistrati della DDA, confermando la posizione della famiglia di appartenenza al contesto mafioso rosarnese ed il 20 luglio 2011 le veniva concesso il programma provvisorio di protezione. Le attività d’intercettazione sia nei riguardi della testimone di giustizia sia dei suoi stretti congiunti confermava non solo l’attendibilità delle dichiarazioni rese, ma anche le continue pressioni che la donna subiva dai familiari, con i quali era rimasta clandestinamente in contatto. Il 09.08.2011, la donna, pur consapevole che il rientro l’avrebbe esposta al rischio di essere uccisa, ritornava nella casa di Rosarno. Il 17.08.2011, la CACCIOLA contattava telefonicamente i Carabinieri dimostrandosi risoluta nel voler continuare a collaborare, ma rifiutando un immediato rientro in località protetta. Il 20.08.2011, CACCIOLA Maria Concetta decedeva presso l’ospedale di Polistena, per avere ingerito dell’acido muriatico.

L’attività di riscontro svolta dall’Arma dei Carabinieri sul contenuto delle dichiarazioni della testimone di giustizia conferma l’attendibilità di quanto sostenuto dalla donna dinanzi ai magistrati della D.D.A. reggina. Infatti, a seguito di precise indicazioni fornite il 16.06.2011, venivano sequestrati due bunker nella disponibilità delle famiglie BELLOCCO-CACCIOLA. Inoltre, sempre grazie alla testimone veniva delineato un primo quadro indiziario a carico di MARAFIOTI Saverio, muratore “di fiducia” per l’edificazione di bunker per conto della “cosca BELLOCCO”.

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Una risposta a Operazione Califfo contro la ndrangheta di Rosarno, due provvedimenti: lo scacco alla cosca Pesce e l’arresto dei familiari della testimone suicida. Ecco il comunicato

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