Attualità

Angela, giustiziata per “onore”: in carcere i 3 assassini

TUTTI I DETTAGLI DELL'OPERAZIONE CONTRO I LO GIUDICE A REGGIO. Dodici ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti affiliati alla cosca. Tra loro Vincenzo Lo Giudice, Bruno Stilo e Fortunato Pennestrì, accusati di aver ucciso Angela Costantino, moglie di Pietro Lo Giudice. Negozi acquisiti attraverso l'usura

Uccisa perché tradì marito boss. È la tragica storia di Angela Costantino, assassinata nel 1994 a Reggio Calabria. Grazie alle recenti rivelazioni di alcuni pentiti tra cui Maurizio Lo Giudice, fratello del boss Nino, la squadra mobile reggina ha scoperto i tre presunti responsabili dell’omicidio della donna che sono stati arrestati questa mattina nell’ambito dell’operazione che ha portato stamattina all’esecuzione di 12 ordinanze di custodia cautelare.

LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO: COLPEVOLE DI AVER SPOSATO UN BOSS E DI AVERLO TRADITO QUANDO LUI ERA IN CARCERE
Dell’omicidio di Angela Costantino, il cui cadavere non è mai stato trovato, sono accusati Vincenzo Lo Giudice, 51 anni, fratello di Nino e considerato uno dei capi della cosca; il cognato Bruno Stilo (51) e il nipote Fortunato Pennestrì (38).
Angela Costantino era la moglie del pregiudicato Pietro Lo Giudice, 46 anni, figlio del boss Giuseppe e fratello di Vincenzo e considerato uno dei principali protagonisti della guerra di mafia registratasi a Reggio Calabria tra la metà degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Giuseppe Lo Giudice e’ stato a sua volta ucciso in un agguato nel 1990.
Secondo quanto è emerso dalle indagini, Angela Costantino, madre di quattro figli, scomparsa mentre si stava recando a trovare il marito detenuto nel carcere di Palmi, fu uccisa perché avrebbe avuto una relazione extraconiugale mentre il marito era detenuto. Comportamento che avrebbe indotto i capi della cosca Lo Giudice a ordinarne l’uccisione.
Due giorni dopo la scomparsa della donna, a Villa San Giovanni (Reggio Calabria), fu trovata l’automobile (una Fiat Panda) alla guida della quale la donna si stava recando da Reggio Calabria a Palmi.

A LUGLIO  2010 LA PUNTATA DI “CHI L’HA VISTO?”
Sono passati più di otto mesi dalla scomparsa di Barbara Corvi e più di sedici anni da quella di Angela Costantino. Cosa lega la storia delle due donne? Il fatto che erano cognate, erano sposate a Roberto Lo Giudice (Barbara) e a Pietro Lo Giudice (Angela). Barbara è scomparsa da Montecampano il pomeriggio del 27 ottobre scorso. Inghiottita dal nulla. A vederla viva per ultimo è stato proprio il marito che ha sempre sostenuto di averla accompagnata nella loro casa e di non averla più trovata al suo ritorno. Angela Costantino, invece, è scomparsa la mattina del 16 marzo del 1994, dalla sua casa di Reggio Calabria. Sarebbe dovuta andare a trovare suo marito che si trovava in carcere a Palmi. Dove non è mai arrivata con la sua Fiat Panda che, giorni dopo, è stata ritrovata sotto un viadotto alla periferia della città. Anche lei, come Barbara, inghiottita dal nulla. Aveva soltanto 22 anni e già quattro figli. Una cattiva sorte, dunque, ha accompagnato le mogli di questi due fratelli.

NEGOZI ACQUISITI ATTRAVERSO L’USURA
Attivita’ commerciali acquisite attraverso un’attività di usura nei confronti dei titolari, costretti a cederle per l’impossibilità di restituire i prestiti ricevuti.
E’ una delle accuse che vengono contestate dalla Dda di Reggio Calabria agli affiliati alla cosca Lo Giudice arrestati nell’operazione condotta stamattina dalla Squadra mobile. Due delle otto persone coinvolte nel filone dell’operazione che riguarda direttamente le attività illecite della cosca lo Giudice, Bruno Stilo, accusato anche dell’omicidio di Angela Costantino, moglie del pregiudicato Pietro Lo Giudice, uccisa per vendetta perché aveva una relazione extraconiugale, e la moglie, Antonia Maviglia, di 51 anni, avevano acquisito la proprietà di un bar di Reggio Calabria “dopo avere stritolato con l’attività usuraria – riferisce la Squadra mobile – il titolare”.
Gli altri affiliati alla cosca Lo Giudice arrestati sono Domenico Lo Giudice e Giovanni Lo Giudice, di 44 e 42 anni; Maria Lo Giudice (22); Giovanna Rosa Turbante (43); Anna Gatto (40); Domenica Pennestrì (39) ed Antonino Paviglianiti (24).
Oltre al bar, che Stilo, dopo averne acquisito la proprietà, aveva intestato alla moglie, la polizia ha sequestrato una società per il commercio di pesce surgelato, tre ditte individuali, quattro costruzioni, un terreno e tre autoveicoli per un valore complessivo di cinque milioni di euro.
Le attività commerciali acquisite illecitamente venivano intestate dai capi della cosca a prestanome o a familiari incensurati per evitare che venissero sequestrate.
L’operazione che ha portato agli arresti si basa sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia tra cui Nino e Maurizio Lo Giudice, fratelli di Vincenzo Lo GIudice, zio di Pietro. Gli altri pentiti che hanno fornito il loro apporto alla Dda per l’operazione sono Roberto Moio, Consolato Villani, Umberto Munaò e Paolo Iannò.
L’indagine ha consentito anche di accertare gli interessi della cosca Lo Giudice nelle estorsioni attuate anche attraverso l’imposizione di forniture ai titolari soprattutto di negozi alimentari.

L’OPERAZIONE DI QUESTA MATTINA A REGGIO CALABRIA
La Squadra Mobile di Reggio Calabria, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia, sta eseguendo, con due distinte operazioni, 12 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti affiliati alla cosca Lo Giudice della ‘ndrangheta. L’accusa è associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, omicidio e occultamento di cadavere.
Eseguito anche un sequestro di beni per cinque milioni di euro. In particolare, le indagini hanno consentito di accertare il ruolo verticistico degli affiliati alla cosca Lo Giudice e di fare luce su molteplici intestazioni fittizie di beni. Nello specifico, sono state sequestrate ditte, immobili e veicoli tutti riconducibili agli stessi esponenti di vertice della cosca Lo Giudice. Al contempo le indagini hanno consentito di accertare la responsabilità degli arrestati per un omicidio deciso e consumato all’interno della consorteria ed eseguito a Reggio Calabria nel 1994.

Tweet

Una risposta a Angela, giustiziata per “onore”: in carcere i 3 assassini

  1. Pingback: Il vero “disonore”. « Sud De-Genere