Contro il colonialismo digitale
Boldrini e censura del web su Repubblica
Internet è il nemico
Quando scoppiò la Rivoluzione francese i governanti e sovrani dei paesi limitrofi, impauriti dal potenziale sovversivo insito nella Rivoluzione, crearono un vero e proprio cordone sanitario intorno ai loro territori, con la speranza che niente potesse trapelare della Rivoluzione, e che nulla potesse insidiare l’animo dei loro sudditi aprendo loro la mente con idee pericolose che potessero nuocere alla loro sovranità e al loro potere. Federico Guglielmo e Leopoldo II, il primo, sovrano prussiano, il secondo, sovrano austriaco, firmarono un documento che vietava la circolazione di riviste o di libri che potessero contenere qualsiasi riferimento alla Rivoluzione.
E se anche adesso stesse accadendo la stessa cosa? Questo pensiero mi è improvvisamente esploso nella mente qualche giorno fa quando mi sono resa conto di quanto l’informazione data dai Tg locali e nazionali e dagli organi ufficiali non corrisponda perfettamente a quell’informazione in cui quotidianamente ci imbattiamo tramite la rete.
Se non fosse esistita la rete, avremmo saputo di quanto sta accadendo in Turchia o in Brasile o in Grecia o in Spagna o in Siria?
Eppure anche le notizie reperite in rete mi danno sempre una strana sensazione, perché anche l’informazione on the web sembra essere sempre sbocconcellata, menomata di qualcosa, come sprazzi di luce in coni d’ombra.
Un continuo rimando a qualcosa che è a sua volta rimandata a qualcos’altro e la cui fonte non è mai certa in maniera assoluta.
Mi chiedo allora la rete quanto e come può aiutarci nella comprensione degli altri e del mondo? Ma quesito ancora più importante: ci aiuta davvero?
Ogni due per tre spunta l’idea che sia necessario porre un freno al potere della rete e di conseguenza ogni due per tre spunta l’idea opposta: libertà assoluta sulla rete, ma francamente invocare una libertà totale nell’utilizzo del web fino a che punto può essere di beneficio alle nostre vite?
Tra l’altro parlare di “libertà” in rete è quasi un ossimoro a pensarci bene.
Ogni nostra azione è tracciata e registrata, ogni nostra ricerca è analizzata al fine di creare un profilo per il quale gli inserzionisti pubblicitari fanno a gara.
E in questo profilo, che viene creato grazie ai dati che noi stessi immettiamo, rientra anche l’informazione. Le notizie che noi cerchiamo sul web infatti forniscono una sorta di ritratto virtuale delle nostre preferenze e dei nostri orientamenti, siano essi politici e culturali, per cui ad ogni nostra ricerca consapevole corrisponde una “risposta” del web che è già tarata sulle nostre aspettative.
Una bella lettura su come funzioni il passaggio dell’informazione in rete l’ho trovata nel libro di Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale (Editori Laterza, pp. 130, € 15), il quale spiega come appunto le notizie che reperiamo in rete siano in realtà le notizie che maggiormente corrispondono alle nostre idee. Un piccolo circolo vizioso che più che allargare i nostri orizzonti li restringe terribilmente: «Gli algoritmi di ricerca di Google propongono risultati diversi a seconda del profilo richiedente» scrive Casati e continua «Google analizza le tue ricerche passate per costruire un modello del tuo io on line cui offrire dei risultati […] che saranno pertinenti per te». Ed è a questo punto indiscutibile che il raggio d’azione delle nostre ricerche, e le informazioni che reperiamo attraverso tali ricerche, appaia se non limitato quanto meno pilotato da quel che risultiamo essere in base a dei calcoli, proprio in virtù del fatto che «Google impara quali sono le tue preferenze ideologiche».
Ma a conti fatti qual è ad oggi il nostro contenitore di notizie prediletto? Da dove attingiamo più informazioni in una continua condivisione di link e post? Semplice la risposta: i social network.
Da Facebook passando per Twitter, la comunicazione di idee e fatti è diventata velocissima. Le notizie rimbalzano di tweet in tweet e da post in post in un moltiplicarsi di condivisioni, letture e riflessioni, e per certi versi la comunicazione tempestiva di avvenimenti politici o di cronaca si è rivelata uno strumento essenziale, perché la conoscenza degli avvenimenti amplia lo spirito critico ma tutto dipende sempre da che grado di conoscenza riusciamo a raggiungere.
Mi viene in mente per esempio quanto accaduto qualche tempo fa dopo il caso Repubblica – Boldrini.
Nel caso succitato un titolo di giornale, esagerato ammettiamolo pure, è bastato per provocare un delirio on line di proteste. Questi i fatti certi: la Presidente della Camera Laura Boldrini, in una intervista rilasciata a Concita De Gregorio su Repubblica rifletteva sul potenziale pericolo derivante da un uso improprio, e sottolineo improprio, del web. Solo dal titolo, sparato tanto per attrarre i lettori come spesso si fa con i titoli – che piaccia o meno è la prassi dai tempi di Gutenberg, e come recitava Bogart: è la stampa bellezza, e non puoi farci niente! – è venuto giù un diluvio di dissensi sul presunto freno che la Presidente avrebbe invocato per il web. Sui social come un sinistro tam tam nella giungla sono rimbalzati post e tweet tra l’indignato, per lesa libertà di scrivere ogni sciocchezza che ci passa per la testa, e il preoccupato, tutto all’insegna di un unico grido: “No alla censura”, “Vogliono tapparci la bocca” e amenità simili a seguire. Ma quanti realmente avevano letto l’intervista per intero, approfondendo la loro conoscenza, e quanti invece si sono limitati al titolo per poi “sparare” a caso la propria opinione?
Vogliamo dirlo allora? Il web, per come è attualmente concepito, non appare forse come il regno della relatività delle opinioni e dell’opinabilità del relativo? Anche quanto sto scrivendo in questo momento è relativo, ne sono fortemente consapevole, ma quello di cui mi vado convincendo sempre più è che l’utilizzo dei social, tipo Facebook, se da un lato è auspicabile temo che da un altro faciliti quel processo in base al quale i nostri orizzonti si restringono sempre più invece che ampliarsi. Perciò non c’è un sostanziale libero scambio di idee e notizie, quanto piuttosto un eterno riciclo di cose dette e ridette, pensate e ripensate.
Un altro spunto di riflessione ce lo offre ancora Casati, quando scrive sull’importanza data alle notizie, riportandoci una dichiarazione di Mark Zuckerberg secondo il quale «la morte di uno scoiattolo davanti casa può essere più pertinente» ai nostri interessi rispetto ad un accadimento ben più importante che avviene però a chilometri di distanza da noi. Dov’è insito qui il pericolo allora? Che se per il nostro “io” elettronico viene stabilito un certo codice di interesse su un certo tipo di notizie (la morte dello scoiattolo) e non su altre avremo una depauperazione del nostro livello di conoscenza ed informazione.
E ciò accade con il nostro stesso involontario consenso: a Facebook offriamo noi stessi, ogni nostro click è una spia di quel che pensiamo o siamo indotti a pensare, ci sottoponiamo ad un continuo sondaggio di opinione che va ad incrementare la nostra immagine virtuale, ma questa ci rappresenterà davvero? E sempre a proposito dell’offrire noi stessi, una curiosa descrizione dell’invenzione di Zuckenberg ci è data da Andy Müller-Maguhn il quale ha definito Facebook come un giardino dove siamo stati invitati a stare tutti nudi (per chi volesse saperne di più: Julian Assange, Internet è il nemico, Feltrinelli), e a ben pensarci è così. Diamo i nostri dati, esponiamo i nostri gusti, il nostro gradimento delle cose, comunichiamo dove siamo e con chi siamo e da qualche tempo a questa parte anche cosa mangiamo con tanto di foto allegata (sic!), tutto per la gioia di quanti riescono a guadagnare veicolandoci messaggi che – sempre in base a quei famosi dati offerti volontariamente di cui sopra –, saranno in grado di catturare la nostra attenzione. Ma forse, e dico forse, probabilmente tutto questo è solo un piccolo scotto da pagare vista la soddisfazione con la quale però possiamo dire sempre e comunque la nostra su qualunque argomento, dalla fisica quantistica all’astronomia, non c’è materia che non sia in qualche modo ambito dei nostri interessi e sulla quale poter interagire con qualche altro esperto che condivide il nostro uguale entusiasmo, o anche no, ma ne scrive lo stesso. Paghiamo per apparire in fin dei conti e il prezzo che ci chiedono a quanto pare è l’ultimo dei nostri pensieri…
Aggiungo solo un’altra piccola curiosità, tra le diverse accezioni che possiede la parola web ne ho trovato una molto particolare: trappola.
Vi ho dato da pensare, vero?











