I recenti arresti e le relative implicazioni, ancora ben lungi dall’essere del tutto svelate, legate all’operazione “Plinius”, che ha portato all’azzeramento del governo di città nel comune di Scalea, è qualcosa che va ben al di là dei confini di quel comune. È qualcosa che ci strappa di mano violentemente la favoletta dell’ ”oasi” immune, di quell’area che va da Tortora a Belvedere Marittimo, che sarebbe per chissà quale miracolo un pezzo di Calabria da cui la ‘ndrangheta si tiene lontana. È – è sempre stato – del tutto evidente che non fosse così. Quanti litri di sangue deve scorrere all’anno affinché un territorio sia considerato inquinato dalla mafia? È perfino banale, oggi, rispondere a questa domanda con uno zero spaccato. Non è tanto il sangue che scorre, non sono gli omicidi a certificare quella nefasta presenza in un territorio. È talmente banale affermarlo che diventa difficile credere all’ingenuità di chi si ostina a negare che la ‘ndrangheta – ma anche la camorra, nell’alto tirreno cosentino – siano, eccome, presenti. Una presenza che si rivela non solo e non tanto con la criminalità diffusa, che pure c’è, con le intimidazioni esplicite e violente o velate ed altrettanto efficaci, che pure ci sono, ma soprattutto con i flussi di denaro, tanto denaro, che scorrono nelle “lavanderie” tipiche del riciclaggio: attività commerciali, turistiche, gestione rifiuti, edilizia, eco-business e via cantando …
La percezione di tutto questo, a pelle prima ancora che in ratio, noi l’abbiamo da sempre. Lo sappiamo: di certe cose si parla nei bar, si allude, si indica, si fanno esempi, si fanno anche nomi e cognomi. Oggi c’è qualcosa di più concreto: ci sono le intercettazioni, i sequestri (sessanta milioni di euro, per ora), le indagini ancora in evoluzione che vanno a ritroso nel tempo (vedi le perquisizioni nell’abitazione e nello studio dell’ex sindaco Mario Russo). Di tutto ciò sappiamo ancora poco, così come sapremo della colpevolezza dei singoli quando l’iter processuale sarà compiuto e le varie posizioni verificate e fatte oggetto di sentenza definitiva; ma ne sappiamo abbastanza per poterne trarre alcune considerazioni sull’ambiente sociale nel quale tutti noi viviamo, lavoriamo, ci relazioniamo. Possiamo davvero far finta di nulla? Possiamo davvero continuare a millantare l’esistenza di un’oasi delimitata da confini immaginari, di fronte ai quali la ‘ndrangheta e la camorra si disarmano, diventando semplici donatori di lavoro, accrescitori di Pil, operatori economici tout court, apportatori di voti buoni a prescindere? Diciamocelo, una volta per tutte: non possiamo. Al di là dei risvolti etici, dell’impegno o del disimpegno di cui ciascuno di noi – che sia politico, amministratore, funzionario, imprenditore o semplice cittadino – si faccia carico e se ne assuma la responsabilità, dobbiamo capire che il prezzo che paghiamo per l’occupazione del territorio da parte delle cosche, per l’indirizzamento “orientato” delle risorse, dei fondi comunitari, delle opportunità offerte da questa nostra bellissima terra, è un prezzo altissimo. Dobbiamo capire, cioè, che quello che viene preso da “loro” viene contestualmente tolto a “noi”, alla comunità territoriale. Dobbiamo imparare che i beni comuni, che sia demanio o fondi comunitari, che siano posti di lavoro o concessioni amministrative, gare d’appalto o programmazioni politiche, tutto questo rappresenta uno spazio socio-economico in cui attecchisce e si sviluppa la ricchezza: o lo occupiamo noi e ci facciamo carico di difenderlo con le unghie e con i denti … o lo occupano loro, prendendosi tutto e lasciandoci le briciole. E allora io credo che l’azione di riconquista di questo spazio debba avvenire operando su un doppio binario. Da una parte lavorando sull’atteggiamento mentale, soprattutto dei ragazzi e delle nuove generazioni, per generare nel corpo sociale quella che chiamiamo educazione civile, che contenga in sé gli anticorpi necessari alla difesa di quello spazio. Dall’altra parte, mettendo in atto azioni a caratura socio-economica che dimostrino agli altri, agli adulti, a quelli che non vogliono troppo pensare ad implicazioni etiche ma vogliono ragionare in termini di Pil, che riprenderci quello spazio significa appropriarci di una ricchezza che possa essere distribuita equamente sull’intera comunità e non solo sulle consorterie mafiose e su quelle politiche ed economiche ad esse strettamente legate.
Da una parte, allora, c’è il “nero”: le cosche, il sangue, la violenza, l’illegalità esplicita, evidente, quella che non si può negare.
All’opposto c’è il “bianco”: l’onestà, il lavoro pulito, la politica indipendente (quel poco che esiste), le associazioni virtuose che si danno da fare ogni giorno con mille sacrifici, la magistratura e le forze dell’ordine (anch’esse in parte contaminate ma vivaddio ancora in buona parte affidabili).
In mezzo c’è la parte più pericolosa, la più subdola perché in qualche misura “accettabile”, presentabile, perfino attraente quando offre opportunità di lavoro e di “leccata delle briciole” attraverso operazioni imprenditoriali. E’ la zona grigia, che accomuna gente corrotta e collusa e persone per bene che non vogliono sapere, non vogliono vedere, non vogliono sentire. Molto in quest’area fa il clientelismo, il familismo amicale, il vantaggio individuale; un po’ la paura, legittima, la voglia di farsi i fatti propri, di tirare a campare. Molto fa anche il bisogno, la miseria, la fame di lavoro.
Quando capiremo che le briciole non sono per gli uomini e per le donne ma per gli uccelli e le formiche, forse avremo fatto un buon passo avanti verso la riappropriazione delle risorse della nostra terra.
Un’ultima considerazione su Scalea. Quella comunità ha subito un duro colpo. Salutare, esemplare. La speranza di tutti noi è che serva ad aumentare la fiducia nella giustizia dei cittadini, a scoraggiare la predisposizione di chi vedendo “come vanno le cose” pensi di adeguarsi all’andazzo, a destrutturare quella sorta di fortezza dell’impunità che sembrava proteggere certi soggetti. Ma, al netto di queste implicazioni positive, la comunità scaleota è annichilita, spaventata dal futuro e dalla consapevolezza che ripartire sarà duro e impegnativo, considerando anche e non per ultimo le condizioni disastrose in cui versano le casse comunali. Finanze comunali in default, dirigenza politica azzerata dal commissariamento, morale collettivo sotto i piedi. Come ripartire, dunque? Io credo che – come ripeteva Giovanni Falcone: “mandateci un esercito…di insegnanti!”- tra le tante priorità che si porranno alla collettività scaleota, uno sguardo alle scuole possa solo far bene. I ragazzi del liceo Metastasio, insieme al corpo docente, stanno facendo un percorso formativo importante, in collaborazione con Libera ed altre associazioni locali, sui temi della legalità, della non violenza e della giustizia. E’ una piccola cosa, ma l’aver vinto il concorso nazionale indetto dal MIUR e da Libera (Regoliamoci 2013) è un segnale che tra le nuove generazioni certi ideali possono attecchire. Così come è un altro piccolo ma significativo presidio il Centro educativo Fuoriclasse (contro la dispersione scolastica), aperto sempre da Libera insieme a Save the Children, frequentato da circa duecento preadolescenti e adolescenti, che si avvale del volontariato di tanti cittadini e associazioni del territorio. Se queste associazioni fanno “gruppo”, attivando una rete che sia altrettanto forte – anzi di più – rispetto alla rete nefasta delle mafie, allora il percorso, certamente difficile, di ripartenza potrà avere una prospettiva più concreta e un “umore” più positivo. Partendo proprio dai giovani e pensando soprattutto a loro. La storia di Scalea è una storia antica e importante nell’alto tirreno cosentino: per tutti noi, scaleoti e non, è vitale che quella cittadina si liberi presto dalle scorie di questa brutta storia recente, aprendo, con coraggio e determinazione, un varco alla speranza.











