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	<title>Scirocco News &#187; GHEORGHICOS</title>
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	<description>eVENTIdelSUD - magazine online di approfondimento giornalistico, inchieste, reportage, notizie sulla Calabria e dintorni</description>
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		<title>Le unità produttive in Calabria nel 2011: tra imprese di servizi e aziende agricole</title>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 11:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FraLic</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel 2011 le attività economiche calabresi hanno risentito delle turbolenze economico-finanziarie che hanno determinato un persistente clima di incertezza per il tessuto produttivo. Gli indicatori sulla numerosità imprenditoriale, infatti, evidenziano la presenza di 180.922 imprese registrate, un dato sostanzialmente stabile &#8230; <a href="/index.php/2012/05/25/42511/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 2011 le attività economiche calabresi hanno risentito delle turbolenze economico-finanziarie che hanno determinato un persistente clima di incertezza per il tessuto produttivo. Gli indicatori sulla numerosità imprenditoriale, infatti, evidenziano la presenza di 180.922 imprese registrate, un dato sostanzialmente stabile rispetto al 2010. Le imprese attive ammontano, invece, a 156.995 unità con una incidenza sul totale delle imprese registrate pari all’86,8% (Fonte: Movimprese).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un’analisi di dettaglio del sistema produttivo locale è possibile attraverso le informazioni statistiche relative alla distribuzione settoriale delle aziende attive (<em>Fonte di tutte le elaborazioni Movimprese</em>).<br />
Dall’osservazione dei dati emerge, in particolare, come l’attività imprenditoriale della Calabria si concentri nell’ambito del commercio (Calabria: 34,2%; Italia: 27%) e dell’agricoltura, silvicoltura e pesca (Calabria 20,1%; Italia: 15,7%).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2012/05/110.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-42521" title="1" src="/wp-content/uploads/2012/05/110.jpg" alt="" width="487" height="332" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">All’interno del settore agricolo regionale (31.511 imprese attive), un ruolo considerevole è rivestito dalle imprese del settore primario in senso stretto che rappresentano il 19,5% del comparto regionale, registrando, rispetto al 2010, una contrazione del 2,9%, di intensità superiore rispetto a quanto rilevato a livello nazionale (-2,6%).<br />
Nel 2011, inoltre, si osserva una sostanziale stabilità delle imprese impegnate nella silvicoltura, mentre risulta positivo il saldo delle imprese attive nel settore della pesca e acquacoltura che evidenziano una crescita dello 0,6% rispetto al 2010. Nel caso delle industrie alimentari e delle bevande, infine, si evidenzia, rispetto allo scenario nazionale, una maggiore difficoltà di ripresa. Le imprese attive in tale comparto, infatti, registrano delle variazioni negative pari al -2,1% nel caso delle industrie alimentari e al -9,2% nel caso delle industrie delle bevande.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2012/05/35.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-42523" title="3" src="/wp-content/uploads/2012/05/35.jpg" alt="" width="489" height="215" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Passando a considerare la forma giuridica prevalente delle imprese attive nel settore agricolo regionale non si rilevano, rispetto al 2010, scostamenti significativi nella distribuzione per tipologia giuridica.<br />
Ne deriva che l’ipotesi di una ristrutturazione qualitativa del tessuto imprenditoriale agricolo risulta fortemente condizionata dalla presenza di ditte individuali con scarse capacità di “fare rete”. Più nel dettaglio, le imprese costituite in forma individuale risultano pari a 29.708 unità e rappresentano il 94,2% delle imprese attive del settore agricolo, mentre soltanto il 2,3% è costituito da società di persone e l’1,1% da società di capitali. Si tratta, comunque, di una condizione di tipo strutturale che accomuna il settore produttivo regionale a quello del Mezzogiorno in generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2012/05/35.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-42523" title="3" src="/wp-content/uploads/2012/05/35.jpg" alt="" width="489" height="215" /></a></p>
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		<title>Olio extravergine di Calabria: oro verde che non decolla</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 09:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FraLic</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[L’olio extravergine di oliva è sinonimo di dieta mediterranea e fonte di benessere, ma le crescenti importazioni di volumi sfusi di olio, successivamente rilavorati e commercializzati, si traducono in una forte riduzione della qualità e nel proliferare di truffe a &#8230; <a href="/index.php/2012/04/11/38224/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>L’olio extravergine di oliva è sinonimo di dieta mediterranea e fonte di benessere, ma le crescenti importazioni di volumi sfusi di olio, successivamente rilavorati e commercializzati, si traducono in una forte riduzione della qualità e nel proliferare di truffe a danno dei consumatori.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2012/04/olive.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-38225" title="olive" src="/wp-content/uploads/2012/04/olive.jpg" alt="" width="280" height="280" /></a>Per la campagna olearia 2011-2012, le stime del Consiglio Oleico Internazionale (COI) indicano una produzione mondiale pari a circa 3,1 milioni di tonnellate. Il 70% della produzione si concentra nell’Unione Europea, dove la Spagna rappresenta il 62% della quota comunitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Con riferimento alla produzione italiana che, secondo le stime del COI, dovrebbe attestarsi intorno alle 483.200 tonnellate, le due principali regioni produttrici sono rappresentate da Puglia e Calabria che, rispetto alla campagna precedente, evidenziano un incremento della produzione, rispettivamente, del 3% e 2%. Si sono accresciuti, inoltre, i volumi importati che hanno raggiunto le 584.000 tonnellate, rinsaldando il primato dell’Italia come importatore mondiale di olio. Gli oli di oliva importati vengono poi mescolati con quelli nazionali acquisendo con l’etichetta o qualche brand storico una parvenza di italianità da poter sfruttare sui mercati (nazionale ed estero).</p>
<p style="text-align: justify;">Al contempo, si è assiste ad una flessione dei prezzi all’origine (nel mese di febbraio il livello medio dei prezzi si è attestato sui 2,35 €/kg), mentre sui mercati si diffonde l’idea di un olio extravergine percepito sempre più come prodotto indifferenziato da vendere, soprattutto nella grande distribuzione, a prezzi sempre più bassi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2012/04/TORTS-OLIO.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-38226" title="TORTS-OLIO" src="/wp-content/uploads/2012/04/TORTS-OLIO-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a>Secondo l’ultima indagine ISTAT (<em>Struttura e produzione delle aziende agricole, 2007</em>), sono 76,5 mila le aziende con olivo da olio in Italia per un estensione totale di un milione di ettari. Tuttavia, l’olivicoltura italiana sconta una forte frammentazione fondiaria, testimoniata dal fatto che la superficie media aziendale non supera l’ettaro e mezzo. Il settore oleario italiano è caratterizzato poi da una decisa divisione geografica tra la fase agricola e quella industriale. La prima, infatti, è sbilanciata verso il Mezzogiorno (Puglia e Calabria, in particolare); stessa cosa dicasi per la fase di prima trasformazione. Di riflesso, le industrie imbottigliatrici e quelli industriali si concentrano nel Centro-Nord (Toscana e Umbria), anche se i grandi marchi italiani, si pensi a Carapelli e Bertolli, sono ormai in mano a gruppi spagnoli.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello regionale, nonostante le numerose produzioni riconosciute da marchi di qualità (olio Bruzio DOP, Olio di Lamezia DOP, olio Alto Crotonese DOP), il grosso delle aziende produttrici non supera l’estensione di un ettaro determinando per il settore la mancanza di una vera e propria imprenditorialità che, in una situazione di costi di produzione elevati e prezzi di vendita non remunerativi, potrebbe portare i produttori a non raccogliere. Basti pensare che i costi di raccolta, a seconda se manuale o meccanica, incidono dal 20% al 50% sul costo finale di produzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo non esiste una ricetta unica per la valorizzazione degli oli calabresi, se non si passa prima dall’aggregazione dei produttori e dall’integrazione di filiera (produzione/trasformazione/commercializzazione). In tal senso, scelte funzionali ed organizzative potrebbero meglio facilitare il nascere e il consolidamento di filiere che puntino sulla differenziazione qualitativa come principale leva strategica.</p>
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		<title>Agriturismo in crescita: + 21,6% in Calabria</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 08:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FraLic</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel mese di Gennaio 2012 l’ISTAT ha pubblicato i dati aggiornati sulle aziende agrituristiche in Italia con riferimento al 2010. Dagli stessi si ricava come, a livello nazionale, le aziende autorizzate all’esercizio delle attività agrituristiche abbiano sfiorato le 20 mila &#8230; <a href="/index.php/2012/03/13/35577/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em>Nel mese di Gennaio 2012 l’ISTAT ha pubblicato i dati aggiornati sulle aziende agrituristiche in Italia con riferimento al 2010. Dagli stessi si ricava come, a livello nazionale, le aziende autorizzate all’esercizio delle attività agrituristiche abbiano sfiorato le 20 mila unità, in crescita rispetto al 2009 del +5%. In generale, tutte le diverse tipologie agrituristiche risultano in aumento: degustazione (+12,8%), altre attività (+7,9%), ristorazione (+6,2%), alloggio (+5,2%). In Calabria il settore non è da meno come confermato dalla continua crescita e dalle buone performance degli agriturismi calabresi.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2012/03/agriturismoR.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-35580" title="agriturismoR" src="/wp-content/uploads/2012/03/agriturismoR.jpg" alt="" width="280" height="160" /></a>Nel 2010, in Calabria, si contano 586 aziende agricole autorizzate all’esercizio dell’agriturismo, in crescita del 21,6% rispetto al 2009, a testimonianza che, tra le attività di diversificazione per le aziende agricole tradizionali, l’agriturismo risulta quello maggiormente interessante da intraprendere come forma di integrazione del reddito agricolo (Tabella 1 &#8211; <em>Fonte di tutte le immagini: nostre elaborazioni su dati ISTAT &#8211; Le aziende agrituristiche in Italia. Anno 2010</em>). A livello regionale, gli incrementi maggiori riguardano, in particolare, le altre attività (+25,3%) e l’alloggio (+21,3%), mentre in controtendenza rispetto a quanto si assiste nel resto del Paese appare il dato relativo alle attività di degustazione. Così come per altre regioni del Mezzogiorno, infatti, le attività di degustazione, con assaggio in loco di prodotti agroalimentari di origine aziendale, stenta ad affermarsi negli agriturismi calabresi, dove nessuna azienda offre la sola degustazione.</p>
<div id="attachment_35581" class="wp-caption alignright" style="width: 294px"><a href="/wp-content/uploads/2012/03/tab1.jpg"><img class="size-full wp-image-35581 " title="tab1" src="/wp-content/uploads/2012/03/tab1.jpg" alt="" width="284" height="85" /></a><p class="wp-caption-text">Tabella 1 - Aziende autorizzate all’agriturismo per tipologia di attività</p></div>
<p style="text-align: justify;">Con riferimento agli agriturismi che offrono servizi ristorativi (Tabella 2), la quasi totalità delle aziende (97,8%) affianca a tale servizio  quello di pernottamento, analogamente a quanto si registra – anche se con percentuali più contenute – in Italia. L’80,7% è poi rappresentato da aziende che affiancano al servizio di ristorazione anche altre attività, mentre intorno all’unità è il numero di aziende ristoratrici autorizzate unicamente alla ristorazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le aziende agrituristiche che offrono il solo alloggio sono pari al 5,3% di quelle dotate di servizi di ospitalità, in crescita di quattro punti percentuali rispetto al 2009.</p>
<div id="attachment_35582" class="wp-caption alignleft" style="width: 349px"><a href="/wp-content/uploads/2012/03/tab2.jpg"><img class="size-full wp-image-35582" title="tab2" src="/wp-content/uploads/2012/03/tab2.jpg" alt="" width="339" height="95" /></a><p class="wp-caption-text">Tabella 2 - Aziende agrituristiche autorizzate alla ristorazione (2010)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel complesso, in Calabria prevalgono le aziende con un’offerta più ampia che forniscono ai propri clienti, oltre ad una sistemazione, sia il servizio di ristorazione che la possibilità di svolgere attività ricreative. Il 90% delle aziende offre il servizio di pensione completa (Tabella 3), rispetto al quale gli agriturismi calabresi mostrano uno spiccato orientamento che, da una parte, conferma la tendenza riscontrabile anche nelle altre regioni del Mezzogiorno, mentre dall’altra differenzia gli agriturismi del sud rispetto al resto del Paese, dove risulta molto più contenuta la quota di aziende che offre il servizio di pensione completa.</p>
<div id="attachment_35583" class="wp-caption alignright" style="width: 301px"><a href="/wp-content/uploads/2012/03/tab3.jpg"><img class="size-full wp-image-35583 " title="tab3" src="/wp-content/uploads/2012/03/tab3.jpg" alt="" width="291" height="97" /></a><p class="wp-caption-text">Tabella 3 - Aziende agrituristiche con alloggio per tipo di servizio in Calabria (2010)</p></div>
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		<title>Se i sapori dei cibi made in Italy parlano inglese</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FraLic</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francesco Licciardo]]></category>
		<category><![CDATA[Ruolo della GDO]]></category>

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		<description><![CDATA[Di certo gli operatori della distribuzione inglese, ma non solo loro, hanno assunto la posizione di attore “principale” della filiera agroalimentare e l’offerta italiana (proveniente, in molti casi, da una miriade di piccoli produttori) non è in grado di far &#8230; <a href="/index.php/2012/02/01/se-i-sapori-dei-cibi-made-in-italy-parlano-inglese/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Di certo gli operatori della distribuzione inglese, ma non solo loro, hanno assunto la posizione di attore “principale” della filiera agroalimentare e l’offerta italiana (proveniente, in molti casi, da una miriade di piccoli produttori) non è in grado di far fronte alle richieste della GDO né in termini di quantitativi né per i servizi aggiunti. Non si tratta, dunque, di una questione di qualità o prezzo, ma di organizzazione della filiera produttiva e della mancanza di innovazione tecnologica.</span></p>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;">Ruolo della GDO</h2>
<p style="text-align: justify;">Il Regno Unito, insieme a Francia e Germania, è considerato la patria tradizionale della distribuzione moderna (GDO). Il modello anglosassone si è affermato nel secondo dopoguerra ed ha subito, in anticipo rispetto ad altri paesi europei, un processo evolutivo che ha visto il prevalere di forme distributive <span style="text-decoration: underline;">despecializzate</span> (in cui sono presenti numerose categorie merceologiche) e di <span style="text-decoration: underline;">grandi dimensioni</span>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2012/01/tab.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-31390" title="tab" src="/wp-content/uploads/2012/01/tab.png" alt="" width="962" height="254" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il peso attuale della GDO inglese nel sistema agroalimentare nazionale ed europeo, con un fatturato superiore ai 260 miliardi di sterline ed una forza lavoro di 2,9 milioni di addetti, è tale da orientarne i consumi attraverso la scelta di “cosa offrire” e la determinazione delle politiche di prezzo. Basti pensare che le quattro principali catene della distribuzione alimentare inglese – Tesco, Sainsbury, Asda e Morrison – rappresentano da sole quasi il 75% della spesa complessiva (prodotti alimentari e beni di largo consumo) delle famiglie britanniche; accanto ai leader di mercato si collocano le catene Marks &amp; Spencer e Waitrose, che si rivolgono ad una fascia di consumatori medio-alta.</p>
<p style="text-align: justify;">Tesco, con una quota di mercato del 21% nel segmento grocery e dell’8% in quello no-food, è il più importante operatore della GDO, seguito dai gruppi Asda (acquistata nel 1999 dalla statunitense Wal-Mart), Sainsbury e Morrison.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Posizionamento del Made in Italy</h2>
<p style="text-align: justify;">L’analisi sulla presenza dei prodotti (marchi) di provenienza italiana presso i retailer inglesi ha riguardato un paniere di beni composto da: olio di oliva, vini, formaggi, ortofrutta fresca, ortofrutta trasformata, pasta e salumi. L’indagine field è stata effettuata, nel dicembre 2011, nella città di Derry (Nord Irlanda) ed i punti vendita campione sono stati quelli ad insegna Tesco e Sainsbury.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Sainsbury</h2>
<p style="text-align: justify;">Il primo reparto che si incontra, dopo l’ingresso nel supermercato, è quello dell’ortofrutta: i prodotti freschi occupano il corridoio centrale, mentre la IV gamma (prodotti pronti per l’uso) è distribuita lateralmente negli appositi banchi frigo. La fanno da padrone la frutta e gli ortaggi provenienti da Cile, Sud Africa, Argentina, Brasile, Olanda e Spagna, mentre la componente italiana è marginale. Per quanto riguarda la IV gamma, salta subito all’occhio un packaging molto curato dove sono riportati in etichetta, oltre alla data di confezionamento e scadenza, anche i valori nutrizionali ed il paese di provenienza. I prodotti biologici (<em>organic</em>) rappresentano circa il 50% dell’offerta complessiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella categoria olio di oliva il prodotto italiano è leader in termini di marchi presenti (Filippo Berio, Carapelli, Bertolli, De Cecco, Casolaro, Peruzza), rispetto agli olii provenienti da Spagna e Grecia. Le confezioni sono da 500 e 750 ml e registrano, in media, un prezzo superiore del 30-40% rispetto ai concorrenti. Da rilevare che l’unica private label di Sainsbrury nel segmento bio è prodotta in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">I formaggi e derivati, presenti nel banco frigo, sono caratterizzati dalla predominanza  dei prodotti di origine francese e tedesca e sono appositamente indicati con dei cartellini che riportano le bandiere dei paesi di provenienza. I prodotti segnalati come italiani sono tutti a marchio Sainsbury, anche se realizzati in Italia, e riguardano le seguenti referenze: Mozzarella di bufala (1.45 £ per 125 gr), Parmigiano Reggiano (18.79 £ per 1 kg), Mozzarella per pizza (2.59 £ per 400 gr), Mascarpone (2.10 £ per 500 gr) e Ricotta. Trae in inganno la presenza, tra i prodotti italiani, dei marchi Galbani e Santa Lucia ormai di proprietà della multinazionale francese Lactalis.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il comparto dei salumi è suddiviso per paese di provenienza e quelli italiani, ancora una volta, sono tutti a marchio Sainsbury, ma prodotti in Italia dalla Negroni. Oltre al classico Prosciutto di Parma (4.25 £ per la vaschetta da 100 gr) ed al San Daniele (3.56 £ per 100 gr) prodotti da suini italiani, si trova anche la Bresaola della Valtellina (2.29 £ per 100 gr) prodotta con carne di origine brasiliana, il Salame Brianza (2.49 £ per 100 gr) Milano e Napoli, la pancetta e il capicollo.</p>
<p style="text-align: justify;">Completando il giro dei banchi frigo, si deve sottolineare il buon assortimento di paste fresche (gnocchi, ravioli, tagliatelle) segnalate – da apposito cartellino nell’espositore – con l’indicazione “Made in Italy” e prodotte in Italia per Sainsbury con il marchio <em>finesse</em>, alle quali sono associati dei sughi pronti freschi, sempre a marchio <em>finesse</em>, con la dicitura <em>italian recipe</em>: pesto alla genovese (from Liguria), amatriciana (from Lazio), napoletana (from Campania), bolognese (from Emilia), eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella categoria pasta (secca) l’unica marca italiana è la De Cecco, presente in scaffale con quattro tipologie e nei formati da 500 grammi. Il grosso dell’offerta è rappresentato dalla marca “Napolina” di proprietà dell’inglese Napolina LTD; sulle confezioni, oltre ai valori nutrizionali ed alle percentuali di grassi, è indicato che si tratta di pasta prodotta in Italia con semola di grano duro, ma confezionata in UK, e che può essere consumata sia da chi soffre di intolleranze alimentari che dai vegetariani.</p>
<p style="text-align: justify;">Particolarmente interessante è il “primo prezzo” di Sainsbury per la pasta (prodotta in Italia), soltanto 74 pence al kg che riporta in etichetta la bandiera italiana e la dicitura <em>traditional italian style</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda l’ortofrutta trasformata è un pò difficile individuare, tra l’ampia gamma  di conserve (sottolio e sottaceto) e sughi pronti a marchio Sainsbury, le confezioni Saclà e Bertolli, uniche marche italiane presenti. Ancora una volta le private label <em>finesse</em> e <em>taste the difference</em> sono prodotti in UK, Italia o Spagna per Sainsbury ed hanno un packaging molto curato. Inoltre, il differenziale di prezzo, rispetto ai marchi italiani, è di circa una sterlina.</p>
<p style="text-align: justify;">Un discorso a parte meritano le conserve di pomodoro (concentrato, passata, pelati e sughi pronti), tutte di produzione italiana, compresa la passata biologica ed il primo prezzo (52 pence al kg per la passata). Tuttavia, l’unico marchio italiano è Belinda mentre il resto è venduto a marchio Sainsbury.</p>
<p style="text-align: justify;">I vini italiani, soltanto tre marche note, sono collocati in scaffale tra quelli francesi e spagnoli. Il grosso dell’offerta è dato da una “selezione” di vini italiani fatta da Sainsbury (Chianti, Barolo, Merlot, Lambrusco, Valpolicella biologico, ecc.) e confezionati in UK. Il range dei prezzi oscilla tra le 3.99 £ per una bottiglia di Frascati  e i 12.99 £ per una di Chianti.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Tesco</h2>
<p style="text-align: justify;">L’offerta italiana di frutta ed ortaggi presenti nell’assortimento di Tesco è limitata a broccoli, cavolfiore e rucola (quest’ultima biologica), confermando la scarsa presenza di produzione italiana nel segmento ortofrutta fresca. Da notare che nel caso della frutta si evidenzia una certa predominanza del prodotto brasiliano (arance e pere), argentino (pere), sudafricano (mele e pere), israeliano (arance), cileno, turco e keniota; gli ortaggi, invece, sono di origine nazionale e/o comunitaria (Spagna e Olanda, in particolare).</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto a Sainsbury, l’organizzazione dei prodotti nel banco frigo è decisamente più spartana, con la completa assenza di forme di valorizzazione per i prodotti italiani. Nella categoria dei salumi, i prodotti italiani sono commercializzati da Tesco attraverso la private label <em>finest</em> e, con l’eccezione del Prosciutto di Parma, non si rileva nessun marchio noto. Anche i formaggi e derivati (Parmigiano Reggiano, Mascarpone, Ricotta e Mozzarella) sono prodotti direttamente da Tesco in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">La pasta fresca ripiena, private label <em>finest</em>, è fatta in Italia mentre i sughi pronti, pur richiamando l’immagine italiana per via delle denominazioni, sono prodotti in UK.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso dell’ortofrutta trasformata si deve evidenziare la prevalenza del prodotto spagnolo, soprattutto per sottoli e sottaceto, con l’immancabile presenza italiana della Saclà. La situazione cambia, a favore del nostro paese, per le conserve di pomodoro che sono tutte prodotte in Italia per Tesco (compreso il primo prezzo <em>Tesco Market Value</em>) e riportano in etichetta la dicitura “traditional italian style”. Il segmento dei sughi pronti inneggia ad una presunta origine italiana (Primavera, Bella Napoli, Pesto rosso, Pesto alla genovese, ecc.), ma sono prodotti da Tesco in UK o in Italia e commercializzati attraverso la private label <em>finest</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fianco alle conserve di pomodoro si trova un vasto assortimento di pasta (secca) a marca “Napolina” e <em>Tesco Market Value</em>, entrambe<em> </em>di produzione italiana, condizione questa ampiamente richiamata in etichetta. Bisogna alzare gli occhi sul piano alto dello scaffale per scovare Penne, Spaghetti e Tortiglioni De Cecco (1.20 £ per 500 gr).</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo ai vini valgono le stesse osservazioni fatte per Sainsbury. Il comparto è organizzato per paese di origine (segnalato con cartelli negli espositori) e quelli italiani, suddivisi per regione, si trovano accanto a quelli francesi. Le uniche marche rilevate sono il Pinot Grigio (Mezzacorona e Gioiosa), il Sangiovese (Spinelli) ed il Chianti (Castello di Trebbio), il resto dell’offerta è data da una “selezione” di vini italiani imbottigliati in UK da Tesco.</p>
<p style="text-align: justify;">L’olio di oliva è l’unico prodotto, fra quelli considerati, dove è assente completamente il bel paese, mentre il grosso dell’assortimento è prodotto per Tesco in Spagna e Turchia, con qualche referenza greca.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Osservazioni conclusive</h2>
<p style="text-align: justify;">L’agroalimentare italiano è famoso nel mondo per qualità delle produzioni, varietà, legame con il territorio e garanzia di provenienza, altrimenti non si spiegherebbe il processo di “evocazione” del Made in Italy né quello di imitazione, fatto attraverso le private label. Tuttavia, in uno scenario caratterizzato dalla globalizzazione delle informazioni ed orientato ad una sempre maggiore liberalizzazione degli scambi, il settore continua a perdere quote di mercato a causa della mancata adozione di adeguate politiche di marketing.</p>
<p style="text-align: justify;">Su due aspetti, infine, occorrerebbe interrogarsi. Il primo riguarda la scarsa presenza di frutta e ortaggi freschi di provenienza italiana nella rete della GDO inglese considerando che, in UK, oltre il 70% dei prodotti ortofrutticoli passa attraverso la GDO. Spirito nazionalista a parte, è un po’ strano dover riempire il proprio carrello con dei pomodori pachino di provenienza olandese e con delle nettarine neozelandesi!</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo riguarda il comparto dei vini, visto che sia Tesco che Sainsbury hanno spostato a loro favore la fase finale della catena del valore imbottigliando “in casa” non soltanto il vino generico da tavola, ma anche le migliori eccellenze DOC e IGT italiane.</p>
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		<title>Il capitale umano nell&#8217;agricoltura calabrese</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FraLic</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il capitale umano, inteso come l’insieme eterogeneo di capacità, conoscenze e competenze dei singoli individui che compongono la società o, più in particolare, degli addetti ad un dato settore, è considerato sempre più come una “risorsa strategica” o, in maniera &#8230; <a href="/index.php/2011/12/30/il-capitale-umano-nellagricoltura-calabrese/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #ff0000;">Il capitale umano, inteso come l’insieme eterogeneo di capacità, conoscenze e competenze dei singoli individui che compongono la società o, più in particolare, degli addetti ad un dato settore, è considerato sempre più come una “risorsa strategica” o, in maniera analoga, come un elemento determinante per lo sviluppo sociale ed economico di un Paese.</span></em></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">La struttura delle aziende agricole tra i due censimenti</span></h2>
<p style="text-align: justify;">I dati provvisori del Censimento Generale dell’Agricoltura 2010 – pur evidenziando una crescita dimensionale delle aziende agricole calabresi – palesano il permanere di un tessuto produttivo caratterizzato da forme giuridiche piuttosto semplici: il 97% delle aziende agricole, infatti, sono a conduzione individuale o familiare, nelle quali il capo azienda gestisce direttamente l’attività agricola (96%) su terreni di sua proprietà o dei suoi familiari (73,5%).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/12/agricoltura2.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-28352" title="agricoltura2" src="/wp-content/uploads/2011/12/agricoltura2-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>Relativamente ai dati di struttura, invece, si rilevano alcune modifiche nella distribuzione per età rispetto alla situazione del 2000. Nello specifico, cresce, seppur in maniera contenuta, la quota di conduttori con meno di 30 anni (2,6% nel 2010 contro il 2,1% del 2000); tuttavia, in tale circostanza non è ancora possibile individuare un’inversione nel trend di invecchiamento della popolazione agricola regionale. L’elevato livello di senilizzazione, infatti, è confermato sia dall’aumento della quota di conduttori con più di 70 anni (+2,6% rispetto al 2000) sia dalla distribuzione media per età che rispetto all’andamento nazionale, in cui si registra un abbassamento della classe di età media (dalla classe 60-64 anni a quella 55-59), è rimasta stabile (classe tra 60 e 64 anni) nel corso del decennio.</p>
<p style="text-align: justify;">Più confortanti risultano i dati sull’analisi di genere dei conduttori: tra i due censimenti, in particolare, si evince che la diminuzione delle aziende a conduzione femminile (-13,2%) è minore rispetto alla diminuzione di quelle a conduzione maschile (-25,9%). Ciò determina un aumento della quota di aziende a conduzione femminile che passa dal 33,8% del 2000 al 37,5% del 2010.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">La formazione del capitale umano nell’agricoltura calabrese</span></h2>
<p style="text-align: justify;">Sulla basi di tali dati, è possibile, in prima approssimazione, affermare che la gestione diretta e individuale dell’azienda agricola, che caratterizza così marcatamente la realtà calabrese, fa sì che le capacità imprenditoriali, le conoscenze tecnico-economiche, la propensione al cambiamento e all’investimento del singolo risultino elementi indispensabili per lo sviluppo e la crescita del settore agricolo regionale il cui valore aggiunto è in constante calo dal 2005 (ISTAT 2010). A tal proposito, ulteriori considerazioni possono essere fatte sempre con riferimento ai dati del 6° Censimento in merito al livello di istruzione degli agricoltori. In generale, i dati evidenziano, sia a livello regionale che nazionale, una tendenza all’innalzamento del livello medio di istruzione dei conduttori tra i due censimenti.<br />
La quota dei conduttori senza titolo di studio o con licenza elementare si riduce rispettivamente dal 19,44% al 9,8% e dal 40,4% al 34%, mentre aumentano le quote relative ad altri titoli di studio posseduti, specialmente la licenza di scuola media inferiore. Questa dinamica non presenta differenze di genere, mentre va segnalato, nel decennio di riferimento, un lieve incremento delle quote di capoazienda che hanno acquisito titoli di studio ad indirizzo agrario.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/12/agricolturaQ.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-28353" title="agricolturaQ" src="/wp-content/uploads/2011/12/agricolturaQ-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Il titolo di studio ancora più frequente tra i conduttori di azienda corrisponde alla licenza elementare (34%), mentre la licenza di scuola media inferiore è posseduta dal 29,4% dei soggetti. Risultano in possesso di un diploma di scuola media superiore il 17,5% dei conduttori, di cui il 2,1% ad indirizzo agrario. Sebbene il 6,2% dei conduttori sia laureato, soltanto lo 0,7% ha conseguito una laurea ad indirizzo agrario. Nonostante l’aumento medio del livello di istruzione degli agricoltori sia evidente, permane un’elevata percentuale di conduttori (70%) con un titolo di studio che non supera la licenza di scuola media inferiore, privo pertanto di qualsiasi riferimento al mondo agrario.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce di tali considerazioni, risultano ancora necessarie politiche volte a favorire il ricambio generazionale e a mantenere un capitale umano attivo e dinamico nel settore agricolo. Resta prioritario, quindi, l’obiettivo specifico di qualificare e rinvigorire il capitale umano, reputato, sempre più, un “fattore  produttivo” cruciale in un’ottica di competitività delle imprese agricole e forestali, di diversificazione del reddito agricolo e di valorizzazione delle produzioni locali tipiche calabresi.</p>
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		<title>L’agricoltura calabrese verso la concentrazione dimensionale</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 19:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FraLic</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Poco prima della pausa estiva, l’ISTAT ha diffuso i dati provvisori sul 6° Censimento generale dell’agricoltura italiana. I dati definitivi verranno rilasciati entro il primo semestre del 2012 ed è probabile che i dati definitivi di alcune informazioni censurie potranno &#8230; <a href="/index.php/2011/11/12/l-agricoltura-calabrese-verso-la-concentrazione-dimensionale/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #ff0000;">Poco prima della pausa estiva, l’ISTAT ha diffuso i dati provvisori sul 6° Censimento generale dell’agricoltura italiana. I dati definitivi verranno rilasciati entro il primo semestre del 2012 ed è probabile che i dati definitivi di alcune informazioni censurie potranno variare (anche significativamente); ciò nonostante può essere utile evidenziare alcuni dati che esemplificano il processo evolutivo del settore agricolo regionale.</span></em></p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">I principali cambiamenti strutturali</span></strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Alla data del 24 ottobre 2010, le aziende agricole e zootecniche attive rilevate in Calabria sono 137.699, con una Superficie Agricola Utilizzata (SAU) di 551.404,94 ettari. Considerato il numero complessivo di aziende agricole attive quelle con allevamento di bestiame destinato alla vendita risultano pari a 9.885. Gli animali allevati sono, in prevalenza, avicoli (1,2 milioni), ovini (247 mila), caprini (133 mila), bovini (98 mila capi) e suini (52 mila).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/11/1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-22864" title="1" src="/wp-content/uploads/2011/11/1-300x254.jpg" alt="" width="300" height="254" /></a>Rispetto al Censimento del 2000 le aziende agricole calabresi diminuiscono del 21,2% (-32,2% in Italia) e la SAU dello 0,6% (-2,3% in Italia), mentre la superficie media aziendale aumenta – grazie all’accorpamento e/o fuoriuscita delle piccole aziende – passando da 3,2 ettari del 2000 agli attuali 4 ettari. Si tratta, tuttavia, di un dato notevolmente distante dalla dimensione media nazionale (7,9 ettari) che accomuna la Calabria alle altre realtà agricole del Sud (fa eccezione la Basilicata dove la dimensione media è pari a 9,9 ettari per azienda).</p>
<p style="text-align: justify;">La struttura agricola e zootecnica, che continua ad essere veicolata da unità aziendali di tipo individuale o familiare a conduzione diretta del coltivatore (96% delle aziende e 80% della SAU), mostra evidenti segnali di cambiamento rispetto al passato: la sola proprietà, pur restando la forma prevalente di possesso, si riduce rispetto al 2000 e la struttura fondiaria risulta molto più flessibile, grazie al maggior ricorso a forme di possesso dei terreni diversificate e orientate sempre più all’uso di superfici gestite a titolo gratuito (4,1% delle aziende) e a titolo di affitto (3,1%). Tuttavia,  si deve osservare come rispetto al 2000 la forma di conduzione con salariati presenti un calo, sia nel numero delle aziende (-3,5%) che in termini di SAU (-15,1% ).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/11/2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-22865" title="2" src="/wp-content/uploads/2011/11/2-300x203.jpg" alt="" width="300" height="203" /></a>Nel 2010 i conduttori con un titolo di studio elevato (laurea), pur rappresentando meno dell’1% del totale, crescono del +16,3 rispetto al 2000, molto di più le femmine (+52,6%) rispetto ai maschi (+13,6). Inoltre, i conduttori con un basso o nullo livello di istruzione passano dal 19,8% del 2000 al 9,8%.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Le coltivazioni agricole</span></strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Passando a considerare le principali coltivazioni agricole, dai dati del censimento si evince una generalizzata diminuzione della superficie investita per ogni tipologia di coltivazione. Più nel dettaglio, la superficie investita a seminativi si riduce del 12,7%, mentre aumenta quella investita a coltivazioni legnose agrarie (+7,8%). Tra i seminativi la diminuzione maggiore si riscontra nella barbabietola da zucchero (-97,4%), piante industriali (-63,5%) e nei legumi secchi (-42,1%). Di contro, crescono gli areali investiti a piante sarchiate da foraggio (+115,2%), sementi (+93,6%) e fiori e piante ornamentali (+83,2%). Inoltre, la superficie investita a cereali, che rappresenta la coltura prevalente tra i seminativi (58,4%), si riduce del 13% in termini di superficie coltivata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le coltivazioni legnose agrarie, infine, la superficie vitata si riduce del 34,6% mentre aumentano quella investita ad olivo ed agrumi (+14,8% e +11,1% rispettivamente).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/11/3.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-22866" title="3" src="/wp-content/uploads/2011/11/3-803x1024.jpg" alt="" width="640" height="816" /></a></p>
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		<title>Dai cibi transgenici agli alimenti funzionali: la nuova frontiera dell&#8217;industria alimentare?</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 17:20:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La regolamentazione in Europa Gli alimenti funzionali, rappresentando una nuova categoria di prodotti nutrizionali, con supposti effetti benefici per la salute, necessitano di un’apposita regolamentazione giuridica e di controlli specifici; in particolare, appare difficile mantenere una barriera tra “alimento” e &#8230; <a href="/index.php/2011/10/03/dai-cibi-transgenici-agli-alimenti-funzionali-la-nuova-frontiera-dellindustria-alimentare/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>La regolamentazione in Europa</strong></span></h1>
<p style="text-align: justify;">Gli alimenti funzionali, rappresentando una nuova categoria di prodotti nutrizionali, con supposti effetti benefici per la salute, necessitano di un’apposita regolamentazione giuridica e di controlli specifici; in particolare, appare difficile mantenere una barriera tra “alimento” e “prodotto medicinale”, visto che da molti consumatori i funzionali vengono intesi in quest’ultimo modo. Tutto ciò si traduce, per il legislatore, in una diversità del problema nel momento di stabilire una normativa regolamentare congiunta tra alimento e prodotto medicinale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre in altri Paesi (Giappone, Canada, Stati Uniti) si è giunti ad una definizione giuridica del fenomeno, in Europa la tardiva affermazione di questi prodotti sta comportando una mancanza di armonizzazione legislativa tra i diversi paesi europei. In particolare, a livello comunitario si può evidenziare l’esistenza di normative di carattere orizzontale e la quasi assenza di normative verticali, verificandosi la presenza di lacune giuridiche soprattutto per alcuni aspetti del fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/10/multinzionali.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-19090" title="multinzionali" src="/wp-content/uploads/2011/10/multinzionali-300x145.jpg" alt="" width="300" height="145" /></a>Per quanto riguarda la normativa orizzontale,  il Regolamento (CE) 258/97 contempla i requisiti per la vendita di questi nuovi alimenti e la Direttiva 2000/13/CE, relativa all’etichettatura, proibisce l’attribuzione di proprietà di prevenzione, trattamento e cura di una malattia umana in relazione ai prodotti alimentari. In effetti, in etichetta dovrebbero essere riportati soltanto i valori nutrizionali del prodotto stesso. Si tratta comunque di una direttiva, che viene ad essere recepita negli Stati Membri, talvolta, in modo differente. Una simile situazione si verifica anche in relazione alla Direttiva 2002/46/CE che, come normativa di carattere verticale, riconosce le norme specifiche per vitamine e minerali.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Ruolo delle multinazionali</span></strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/10/torta.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-19092" title="torta" src="/wp-content/uploads/2011/10/torta-300x279.jpg" alt="" width="300" height="279" /></a>La presenza sul mercato dei funzionali, cioè di prodotti arricchiti con sostanze nutrienti e addizionati con estratti naturali non è certamente un fenomeno nuovo. Tuttavia, negli ultimi anni, l’industria alimentare ha aumentato la produzione di tali prodotti, esaltando il valore aggiunto di alimenti contenenti principi nutritivi essenziali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per le multinazionali alimentari si tratta di una significativa opportunità di diversificazione del mercato e, per tale ragione, negli ultimi anni le scelte di marketing di queste società si stanno sempre più orientando verso gli aspetti salutistici degli alimenti. L’effetto immediato di questa tendenza è che gli scaffali dei supermercati si stanno riempiendo di questi nuovi prodotti, anche se rimane da provare che a migliorare sia la salute dei consumatori o quella delle società produttrici. Si tratta, infatti, di prodotti venduti a prezzi notevolmente più alti rispetto agli stessi prodotti di base.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">La domanda</span></strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Gli alimenti funzionali, con componenti quali il beta-carotene, licopene, inulina, lactobacilli, solo per citarne alcuni, hanno rivoluzionato il mercato giapponese, americano ed europeo, rappresentando oggi una concreta realtà anche su quello italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Con riferimento alla situazione europea, in generale, e a quella italiana, in particolare, è possibile affermare che il recente sviluppo e la diffusione dei funzionali è una certa conseguenza dell’aumento del reddito dei consumatori, della loro crescita culturale e della maggiore attenzione prestata agli aspetti salutistici. Anche perché nella nostra società, ormai, il concetto di cibo come nutrimento è stata da tempo superata da quella di alimento come promotore di benessere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/10/prodotti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-19091" title="prodotti" src="/wp-content/uploads/2011/10/prodotti-300x183.jpg" alt="" width="300" height="183" /></a>In generale, la maggior parte di questa nuova generazione di prodotti alimentari è finalizzata a promuovere la salute umana. Su alcuni esistono delle certezze, come ad esempio per il sale addizionato di potassio che riduce la pressione, ma per molti di essi esistono delle incertezze. Esempi banali di prodotti “addizionati”, divenuti ormai di uso corrente, sono gli yogurt da bere con fermenti lattici e i cereali a base di vitamine.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema in Europa resta la mancanza di un’adeguata regolamentazione a tutela del consumatore, il quale dovrebbe essere soprattutto informato, dalle aziende produttrici, sul fatto che gli effetti salutistici reclamizzati debbano essere intesi nel contesto di un’alimentazione equilibrata.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, tutto ciò che può essere affermato con certezza è che questi prodotti non sono nocivi per la salute del consumatore, basterebbe poter dire la stessa cosa per i loro portafogli!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Produzione e stili di consumo all&#8217;aroma di caffè</title>
		<link>http://www.scirocconews.it/index.php/2011/09/10/produzione-e-stili-di-consumo-allaroma-di-caffe/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 14:30:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel 2010, sulla base degli ultimi dati disponibili, l’UE25 ha importato 40,9 milioni di sacchi di caffè. La Germania, con 9,3 milioni di sacchi, è il principale importatore europeo, seguita da Francia (5,9 milioni di sacchi), Italia (5,8 milioni di &#8230; <a href="/index.php/2011/09/10/produzione-e-stili-di-consumo-allaroma-di-caffe/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Nel 2010, sulla base degli ultimi dati disponibili, l’UE25 ha importato 40,9 milioni di sacchi di caffè. La Germania, con 9,3 milioni di sacchi, è il principale importatore europeo, seguita da Francia (5,9 milioni di sacchi), Italia (5,8 milioni di sacchi), Spagna (3,2 milioni di sacchi) e Regno Unito (3,1 milioni di sacchi). In termini di consumi annui, invece, al primo posto si colloca il Lussemburgo, seguito da Finlandia e Danimarca (8 kg); l’Italia con 5,9 kg pro-capite si colloca al 7° posto della classifica europea. Tali differenze sono spiegabili sia in termini di preferenze (ad esempio il basso consumo del Regno Unito è dovuto alla maggiore diffusione del tè) sia in termini di modalità di consumo (il caffè espresso utilizza una quantità inferiore di caffè rispetto ad altre forme di consumo).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>I Paesi produttori</strong></span><br />
Da un punto di vista economico-commerciale, nonostante le specie di caffè esistenti sono moltissime (se ne contano quasi cento), solo due varietà hanno un ruolo di rilievo per il mercato: la Coffea Arabica e la Coffea Canephora, meglio conosciuta come Robusta.<br />
<a href="/wp-content/uploads/2011/09/caffe.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-15342" title="caffe" src="/wp-content/uploads/2011/09/caffe.jpg" alt="" width="280" height="280" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La varietà Arabica, coltivata soprattutto in America Latina, Africa centro-orientale e in alcune zone dell’India, è tipicamente preferita dai consumatori per il suo aroma ricco e corposo, il basso contenuto di caffeina e la minore acidità. Attualmente, l’Arabica rappresenta oltre la metà (59%) del mercato mondiale del caffè ma, negli ultimi anni, la sua produzione si sta progressivamente riducendo a favore della varietà Robusta (41% del mercato).<br />
Quest’ultima, diffusa nella regione occidentale dell’Africa, nel Sud-Est asiatico e in alcune zone del Brasile, ha un sapore più amaro (che può essere chimicamente ridotto), un maggior grado di acidità e un maggior contenuto di caffeina ed è sempre più presente nei blend di caffè in polvere.<br />
La Robusta, inoltre, ha dei costi di produzione e di impianto inferiori all’Arabica, a cui si associa una resa produttiva maggiore (2.300-4.000 kg/ettaro contro i 1.500-3.000 kg/ettaro dell’Arabica).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/09/t1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15343" title="t1" src="/wp-content/uploads/2011/09/t1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><a href="/wp-content/uploads/2011/09/t2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15344" title="t2" src="/wp-content/uploads/2011/09/t2-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene la pianta del caffè sia originaria della parte nord-occidentale del continente asiatico, l’America Latina, dove il caffè viene coltivato in modo particolarmente diffuso già a partire dal XV secolo, è stata negli ultimi cento anni, ed è ancora oggi, la principale area di produzione. La sua quota, tuttavia, è gradualmente diminuita nell’ultimo secolo a causa della crescita della produzione in Asia. Attualmente, il continente americano copre poco meno del 60% della produzione mondiale solo se si considerano Centro e Sud America insieme. L’aumento delle piantagioni in Indonesia prima, e in Vietnam poi, ha portato ad una perdita di significatività della quota di produzione africana. Tra i paesi asiatici, il caso del Vietnam è degno di particolare menzione: nel giro di pochi anni il Paese è divenuto il secondo produttore mondiale di caffè, anche grazie a una generosa politica di sussidi all’esportazione erogati ai produttori locali. Parallelamente all’espansione produttiva in Vietnam, il Brasile ha progressivamente introdotto sistemi di produzione intensiva e trasferito le piantagioni verso aree meno soggette a gelate, al fine di poter incrementare i raccolti e salvaguardare la propria posizione di leadership nel mercato internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Stili di consumo</span></strong><br />
Se a metà degli anni Novanta il calo dei consumi poteva essere considerato una conseguenza pressoché diretta del prezzo elevato, oggi tendenze più salutiste e i costumi sociali recenti hanno reso il mercato delle bevande fortemente competitivo. I consumi calano fra la popolazione anziana, preoccupata per gli effetti collaterali di una bevanda con conseguenze dirette sul sistema nervoso e fra i giovani che, pur apprezzando il caffè, ne fanno un uso saltuario e sembrano più sensibili ai “soft drinks”. Si tratta di ragioni sanitarie e d’immagine che spiegano sia gli investimenti compiuti dalle associazioni di caffè in campagne d’informazione volte a correggere l’immagine negativa della bevanda sotto il profilo della salute, che le ingenti spese pubblicitarie delle multinazionali del caffè per imporre i loro brand. Il mantenimento delle quote di mercato, in questa fase, passa attraverso la ricerca di prodotti innovativi come le bevande al sapore di caffè, i caffè di alta qualità da produzione biologica o da produttori certificati Fair Trade e la diversificazione dei canali distributivi come la distribuzione automatica e le macchinette per l’espresso fatto in casa (si pensi al sistema espresso “A Modo Mio” della Lavazza  o “Nespresso” della Nestlè).Nel corso dell’ultimo decennio, inoltre, è cambiato anche il modo di consumare caffè nei paesi occidentali: i pionieri di un modo diverso di bere caffè sono stati i locali specializzati  dove si può scegliere tra un espresso, un cappuccino, un caffè marocchino o un caffè all’americana. Secondo stime recenti, i coffee bar stile  Starbuks e Costa si ripartiscono il 40% del valore del mercato americano delle vendite di caffè.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Il consumo in Italia</span></strong><br />
In Italia, diversamente dagli altri paesi europei, resiste la tradizione dell&#8217;espresso fatto con la macchina o con la moka, dal gusto intenso e dalla classica funzione tonificante. Il consumo di caffè, infatti, continua ad essere associato ad un concetto di tradizione e quotidianità, con una frequenza di consumo più alta nella fascia degli adulti e nei nuclei familiari più numerosi. Secondo alcune indagini recenti, circa il 78% di coloro che bevono regolarmente caffè consuma in media una tazzina al giorno e il maggior consumo si ha nelle prime ore della mattina e subito dopo pranzo. Oltre il 70% dei consumi avviene in famiglia, per cui il comparto della Grande Distribuzione è quello in cui si concentra la competizione fra le maggiori aziende del settore e non solo. Anche le marche commerciali, negli ultimi anni, e seguendo gli orientamenti strategici proposti dai grandi retailer europei (Tesco, Sainsbury’s, Carrefour, ecc.), stanno introducendo nuove linee di caffè con sempre maggiore attenzione verso le miscele prodotte con caffè biologico o provenienti da produttori riconosciuti da un marchio di certificazione del commercio equo e solidale.Il mercato del caffè italiano è caratterizzato da un’elevata concorrenza, nel quale la leva del prezzo e quella promozionale vengono utilizzati dagli attori della distribuzione alimentare al fine di mantenere il vantaggio competitivo. Il comparto, oltre ad evidenziare una saturazione della domanda conseguente alla stabilità dei consumi, risulta fortemente concentrato: nel canale della Grande Distribuzione i primi tre produttori (Lavazza, Kjs/Kraft, Cafè do Brasil-Kimbo) coprono oltre il 70% delle vendite complessive sia in valore che in volume. Attraverso i canali della Grande Distribuzione vengono commercializzati i due terzi dei volumi complessivi di caffè e per le fasce medie di reddito la scelta dei consumatori viene fortemente influenzata dalle politiche di prezzo praticate sul punto vendita dai torrefattori o dalle imprese distributrici.In questo contesto, le private label si attestano &#8211; nel segmento moka &#8211; su una quota che sfiora il 4% in volume, limitata in termini percentuali ma significativa sul piano delle dimensioni assolute delle vendite di prodotti a marchio del distributore.Il posizionamento di prezzo dei competitor vede un grande affollamento nelle fasce intermedie, ma il ventaglio dei prezzi oggi presenti sugli scaffali della Grande Distribuzione è amplissimo: si va, infatti, dai primi prezzi fino ad arrivare ad una marca come Illy che da sempre si posiziona su un livello di prezzo elevato rispetto alle altre marche nazionali. Da rilevare, come altro esempio particolare, la focalizzazione esclusiva del marchio Hag nel segmento del decaffeinato, di cui domina le vendite, un segmento che ad oggi pesa intorno al 5% in volume sul totale commercializzato. Il quadro competitivo, infine, va letto anche rilevando la forte presenza di torrefattori locali (oltre 700) i cui marchi, in particolar modo al Sud, raggiungono talvolta quote di mercato notevoli poggiando la loro forza su una tradizione locale e su prodotti di qualità che garantiscono la fedeltà della clientela.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/09/t3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-15345" title="t3" src="/wp-content/uploads/2011/09/t3.jpg" alt="" width="657" height="573" /></a></p>
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		<title>Rosso pomodoro: il settore delle conserve tra passate, concentrati, pelati e polpe</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Aug 2011 11:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FraLic</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La filiera del pomodoro da industria A livello agricolo, la produzione di pomodoro da industria è un’attività altamente specializzata e finalizzata, in maniera quasi esclusiva, all’utilizzo industriale. Di conseguenza, le differenti tipologie di prodotto trasformato (la  cosiddetta linea rossa che &#8230; <a href="/index.php/2011/08/23/rosso-pomodoro-il-settore-delle-conserve-tra-passate-concentrati-pelati-e-polpe/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La filiera del pomodoro da industria</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A livello agricolo, la produzione di pomodoro da industria è un’attività altamente specializzata e finalizzata, in maniera quasi esclusiva, all’utilizzo industriale. Di conseguenza, le differenti tipologie di prodotto trasformato (la  cosiddetta linea rossa che comprende, tra l’altro, concentrati, pelati, passate, succhi, polpe, tagliati &#8211; cubetti e filetti &#8211; salse) hanno un impatto diretto sulla scelta, in termini di rispondenza alle esigenze tecnologiche-produttive dell’industria, dei <em>cultivar</em> che, a loro volta, condizionano la fase a monte della filiera relativa all’industria delle sementi. Un fattore tecnologico e funzionale della fase agricola è poi rappresentato dalla diffusione della meccanizzazione delle operazioni colturali e di raccolta con degli effetti, non trascurabili, sulla struttura, l’organizzazione interna e l’equilibrio generale della filiera. Da considerare, inoltre, l’attività di trasporto del prodotto fresco dai campi all’industria. In generale, soprattutto per le industrie di grande dimensione, tale attività è internalizzata oppure affidata a trasportatori esterni che lavorano con contratti in esclusiva. In alcuni casi, invece, i trasportatori lavorano autonomamente assumendo il ruolo di intermediario.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/08/tab1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12429" title="tab1" src="/wp-content/uploads/2011/08/tab1-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" /></a>A livello della trasformazione, le industrie delle conserve di pomodoro possono essere raggruppate in quattro gruppi omogenei esemplificativi dell’intero sistema competitivo dell’industria di trasformazione. Nel primo gruppo rientrano le industrie di semilavorati e di sub-fornitura in cui l’attività di produzione riguarda, in via quasi esclusiva, il pomodoro concentrato e in polvere (in misura più limitata, le polpe e i cubetti). Il semilavorato è utilizzato nelle industrie alimentari dove il pomodoro è la base fondamentale, o uno dei numerosi ingredienti, del prodotto finito.</p>
<p style="text-align: justify;">Rientrano nel secondo gruppo le attività di produzione di prodotti finiti alle grandi imprese multibusiness di produzione/commercializzazione a marchio proprio e/o di subfornitura alle catene della GDO con attività di co-packaging. La gamma dei prodotti della linea rossa riguarda tutti i prodotti di prima trasformazione (pelati, passata, cubetti, ecc.), ma in alcuni casi anche di seconda trasformazione (ketchup, salse, condimenti, ecc.), realizzati sia a partire dalla materia prima che da prodotti semilavorati.</p>
<p style="text-align: justify;">Appartengono al terzo gruppo le attività di produzione e/o di distribuzione di prodotti finiti a marchio proprio sul mercato (canale Ho.Re.Ca e retail). La tipologia di prodotti coinvolti riguarda sia la prima che la seconda trasformazione, realizzati secondo una strategia di make or buy. Si tratta di un sistema competitivo di tipo complesso, dove accanto alle grandi marche delle industrie delle conserve vegetali (Mutti, Valfrutta, Cirio, ecc.) operano imprese di dimensione minore (specializzate esclusivamente nella trasformazione del pomodoro o con strategie di differenziazione nel segmento delle conserve alimentari).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/08/tab2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12430" title="tab2" src="/wp-content/uploads/2011/08/tab2-300x239.jpg" alt="" width="300" height="239" /></a>L’ultimo gruppo riguarda, infine, le attività di ri-trasformazione ed esportazione di prodotti semilavorati importati. Si tratta di un segmento, sviluppatosi negli ultimi anni, che si basa sull’importazione di concentrato (triplo e doppio) sul suo trattamento successivo (con prodotto di origine comunitaria) e condizionamento in scatole e sulla riesportazione verso paesi terzi (per lo più Paesi africani).</p>
<p style="text-align: justify;">A livello della distribuzione, infine, il mercato dei derivati del pomodoro si differenzia a seconda se rivolto al canale retail (GDO, discount e dettaglio tradizionale) o al canale Ho.Re.Ca. (ristorazione e catering).</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tendenze di settore </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’industria delle conserve alimentari, in generale, e quella della trasformazione del pomodoro, in particolare, è uno dei settori di punta del commercio agroalimentare italiano. Tuttavia, negli ultimi anni il comparto, soprattutto sul mercato europeo, evidenzia segni di rallentamento imputabili soprattutto ad una riduzione dei consumi interni e all’ingresso di nuovi competitor dal lato dell’offerta. A ben vedere, si tratta di alcune delle caratteristiche che, dal punto di vista della teoria economica, caratterizzano un mercato maturo, frammentato e competitivo come quello delle conserve di pomodoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Se da un lato l’emergere di nuovi competitor sullo scenario mondiale ha portato all’inasprirsi della concorrenza sui mercati internazionali, con la conseguente competizione sul prezzo, i principali mutamenti sul mercato europeo sono da imputarsi, invece, all’evoluzione delle abitudini di consumo ed alle pressioni esercitate dalla GDO che stanno, sempre più, imponendo due velocità al comparto delle conserve di pomodoro. Infatti, mentre i prodotti più innovativi e ad alto valore aggiunto (sughi freschi ad esempio)  registrano buone performance, i prodotti classici (pelati, concentrati, ecc.) appaiono maturi e non evidenziano grosse possibilità di innovazione di prodotto. Come già detto si tratta di un mercato maturo, con basse possibilità di innovazione di prodotto e con un trend di vendita legato fortemente all’andamento della pasta. La spinta alla diversificazione di pack e formati, inoltre, ha orientato il mercato verso prodotti a maggior contenuto di servizio imponendo le passate (47,8% delle quote di mercato) e le polpe (25,6%) come prodotti di punta a scapito di pelati (20,3%) e concentrati (1,7%). La passata, in particolare, ha ormai assunto un ruolo predominante nelle preferenze del consumatore, come testimoniato anche dal peso del pack in vetro (che vale circa il 95% dei volumi), mentre continuano a rivestire scarsa significatività le passate arricchite e ristrette (1,1%).</p>
<p style="text-align: justify;">All’interno della GDO è identificabile uno scenario di forte competitività tra le grandi catene distributive, da una parte, e tra queste e i discount, dall’altra, per l’acquisizione di quote di mercato e la fidelizzazione dei clienti, che porta inevitabilmente ad esercitare delle pressioni sulle industrie delle conserve di pomodoro in termini di prezzi, di vantaggi contrattuali e di garanzie richieste (presenza di certificazioni). Le pressioni esercitate dalla GDO rappresentano, per le industrie di trasformazione, una condizione d’accesso agli spazi di vendita nei supermercati, cosa che si traduce in una riduzione dei prezzi per il retail. Basta, a tal proposito, considerare cosa succede tra gli scaffali dei supermercati dove la competizione tra produttori si basa esclusivamente sulla leva del prezzo con conseguente riduzione dei  margini da parte dell’industria che, tra l’altro, deve fronteggiare la concorrenza proveniente dall’estero. Nel segmento del concentrato, inoltre, le imprese nazionali non sembrano in grado di competere con il modello di produzione cinese, caratterizzato da: impianti di grandi dimensione, elevata propensione all’innovazione di processo, adeguamento agli standard internazionali e differenziazione produttiva (passate, polpe, cubetti, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">In relazione all’uso del marchio aziendale si conferma la prevalenza nel settore dell’utilizzazione delle private label che rappresentano il 58,6% delle vendite totali (mercato nazionale ed estero), contro il 42% circa dei prodotti commercializzati con marchio proprio del produttore, sia nel mercato nazionale che su quello estero. Utilizzando come sparti acque il mercato di destinazione, è possibile affermare che le private label sono equamente distribuite tra il prodotto destinato all’Italia (30% delle quote di mercato) ed il prodotto destinato invece ai mercati esteri (28,6%).</p>
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		<title>Baby food: un affare solo per le multinazionali</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 13:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FraLic</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[baby food]]></category>
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		<description><![CDATA[In un momento in cui tanto si parla di sicurezza alimentare, qualità delle produzioni, filiera corta e chilometro zero quello che si vuole affrontare in questa sede è la problematica legata agli alimenti per l’infanzia – un mercato che solo &#8230; <a href="/index.php/2011/07/25/baby-food-un-affare-solo-per-le-multinazionali/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In un momento in cui tanto si parla di sicurezza alimentare, qualità delle produzioni, filiera corta e chilometro zero quello che si vuole affrontare in questa sede è la problematica legata agli alimenti per l’infanzia – un mercato che solo in Italia vale oltre 840 milioni di euro – e alla creazione di stili di consumo che premiano “il globale” a discapito del “locale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Obesità infantile</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ultimo ventennio i livelli di sovrappeso ed obesità nella popolazione europea sono aumentati significativamente, in particolare nei bambini. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2010 in Europa si contano oltre 15.000 bambini obesi (uno su dieci). Il dato è preoccupante perché la tendenza attuale è quella del peggioramento degli stili alimentari e dei livelli di attività fisica che comporterà, in futuro, un aumento di patologie come il diabete e l’ipertensione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/07/1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8769" title="1" src="/wp-content/uploads/2011/07/1-300x166.jpg" alt="" width="300" height="166" /></a>Il <em>Bel Paese</em> non è certo immune al fenomeno: in Italia il 12,3% dei bambini è obeso, mentre il 23,6% è in sovrappeso con i tassi più alti registrati nelle regioni del Sud (Campania in testa).<br />
L’indagine “Okkio alla salute” (2010), condotta dal Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali presso le scuole primarie elementari di 18 regioni italiane, rileva che più di 1 bambino su 3 ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età e che quasi la metà del campione abusa di TV e videogiochi limitando il tempo da dedicare all’attività fisica (fig. 1 e 2). Dall’analisi sulle abitudini alimentari, inoltre, risulta che il 23% del campione “spesso” o “sempre” mangia al di fuori dei pasti tradizionali, l’11% salta la colazione, l’82% fa una merenda di metà mattina troppo abbondante, il 15% combina almeno quattro diverse tipologie di alimenti tra dolci e salati ed oltre il 23% non consuma frutta o verdura durante il giorno.<br />
Le famiglie e le scuole svolgono un ruolo chiave nello sviluppo del bambino e soprattutto queste ultime, dove i bambini trascorrono più di metà della loro giornata, dovrebbero intraprendere iniziative di educazione alimentare migliorando, da una parte, la varietà dei prodotti offerti nelle mense scolastiche (limitando, ad esempio, l’uso di filetti di pesce o carne facili da mangiare ma che non sanno di niente, o dei menù happy meal a base di pasta al pomodoro, bistecca e patatine) e, dall’altra, proibendo la vendita nelle scuole del cosiddetto junk food (cibo spazzatura) come bibite zuccherate, patatine, caramelle e cibi contenenti coloranti e aromatizzanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
<span style="color: #ff0000;">Multinazionali</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La globalizzazione dei mercati ed i livelli di concentrazione esistenti nei diversi macro-segmenti del sistema agro-alimentare (fornitori di input, industria di trasformazione e distribuzione alimentare) sono tali da incidere non solo sull’attività delle stesse multinazionali ma anche, e soprattutto, sul modo in cui viene praticata l’agricoltura nei campi, l’allevamento del bestiame e sul tipo e la qualità del cibo offerto a noi consumatori. Senza troppe generalizzazioni, è possibile affermare che l’omologazione degli stili di vita e di consumo, attuata attraverso la globalizzazione delle strategie di comunicazione e di marketing, ha indotto i consumatori a scegliere alimenti che premiano i produttori globali piuttosto che quelli locali.</p>
<p style="text-align: justify;">Le multinazionali rappresentano sicuramente uno dei fenomeni più interessanti dello sviluppo economico internazionale del secondo dopoguerra, ma l’attuale livello di ingerenza che riescono ad esercitare in tutti gli aspetti della vita economica e sociale dovrebbe indurre i consumatori ad un ripensamento dei propri stili di vita. La preoccupazione ultima di gruppi come Cargil, Nestlè, Procter &amp; Gambel, Unilever, solo per citarne alcuni, non è certo quello di offrire ai consumatori cibi sani e rispettosi degli standard sociali ed ambientali, bensì quello di massimizzare i profitti attraverso politiche di rilocalizzazione e dislocazione delle proprie attività. Il potere di mercato esercitato si traduce in una generalizzata diffusione dell’asimmetria informativa tra i segmenti esterni della filiera agroalimentare: agricoltori da una parte e consumatori dall’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe utopistico pensare di poter fare a meno delle loro attività, ma al contempo non si può restare passivi di fronte a delle strategie commerciali che non sono più sostenibili né dal punto di vista economico né da quello ambientale, soprattutto quando a farne le spese sono i nostri figli che crescono a base di latte artificiale, puree in vasetto, creme di tutti i tipi e snack che non devono essere neanche masticati. Forse non è un caso se la stessa Unione Europea consiglia l’utilizzo di cibi consumati in famiglia da accostare al latte materno dopo lo svezzamento poiché «l’uso di alimenti complementari di origine industriale può ritardare nel bambino l’accettazione della dieta familiare e costituisce un onere non necessario per il bilancio familiare».</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Alimenti per l’infanzia</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il baby food ha un prezzo di vendita molto più alto rispetto ai prodotti alimentari tradizionali e quelli di marche note, come Gerber e Plasmon, ad esempio, evidenziano spesso un prezzo doppio se confrontato con gli stessi prodotti di marche commerciali o meno note. Quello che può spiegare una tale situazione ha un sole nome e si chiama marketing. Ma è proprio vero che ad un prezzo più alto si associ una migliore qualità e sicurezza degli ingredienti? O semplicemente contribuiamo a pagare una parte dei maggiori costi in pubblicità?</p>
<p style="text-align: justify;">Le grandi multinazionali a colpi di campagne pubblicitarie, claim e slogan sono arrivati al punto di lasciar intendere ai genitori-consumatori che gli alimenti per bambini abbiano proprietà speciali che li rendono particolarmente adatti, se non esenziali, ad una sana e corretta crescita. Ma questo è valido anche nel caso delle creme a base di mais e tapioca?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="/wp-content/uploads/2011/07/2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8770" title="2" src="/wp-content/uploads/2011/07/2-300x166.jpg" alt="" width="300" height="166" /></a>Le campagne pubblicitarie promuovono il mito che gli alimenti per bambini sono atti a soddisfare il fabbisogno nutrizionale e il giusto apporto calorico del bambino. Si tratta di una percezione chiaramente falsa. Non si vuole dire che questi prodotti facciano male o che non siano nutrienti, ma che si tratta semplicemente di un business che in Italia vale 840 milioni di euro e negli Stati Uniti 1,25 miliardi di US$, per alimenti che potrebbero essere fatti tranquillamente in casa o sostituiti da analoghi prodotti (un succo di frutta è pur sempre un succo di frutta).<br />
Il baby food assolve sicuramente alla funzione di far risparmiare tempo nella preparazione comportando, però, una scelta alimentare ridotta e povera di stimoli che inibisce le esperienze sensoriali e preclude al bambino una parte di mondo che potrebbe sperimentare. L’etichettatura di questi prodotti è sottoposta alla stessa regolamentazione degli alimenti in generale. Tuttavia, nel caso degli alimenti per bambini si tratta, principalmente, di puree, omogeneizzati, minestrine e blend di alimenti o combinazioni degli stessi. La scelta di acquisto è di tipo fiduciario e condizionata dal marchio, per cui il consumatore ritiene che gli ingredienti enfatizzati in etichetta (pollo e verdure per esempio), siano presenti in gran quantità nei cibi acquistati per i propri figli.<br />
Le soluzioni da adottare sono diverse. Occorre, in primis, leggere con attenzione le etichette ed evitare i prodotti che contengono zuccheri aggiunti ed amidi (o altre farine) modificati. Nell’acquistare i prodotti a base di carne, frutta o verdura (cioè i preparati che contengono un solo ingrediente più acqua), inoltre, il criterio di selezione è quello di scegliere gli alimenti con le maggior calorie in relazione al peso specifico del prodotto facendo attenzione al contenuto di carboidrati.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la risposta corretta a pappine, creme e pastine varie è quella di scegliere sia consapevolmente, facendo attenzione all’origine, alla stagionalità e alla naturalità del prodotto, che con semplicità, considerando che per ogni bimbo che nasce la natura predispone un cibo che varia in sapore, concentrazione e quantità: il latte materno. Dopo lo svezzamento, la crescita del bambino può essere tranquillamente sostenuta con cibi familiari che possono abituarlo ad una più vasta gamma di odori e sapori tradizionali. È anche una questione di scelte di consumo che dovrebbero essere incentrate su cibi locali, alimenti non importati ed ingredienti disponibili sul posto e trattati con tecnologie di piccola scala a livello di comunità (Fonte: Strategia globale per l’alimentazione dei neonati e dei bambini OMS/UNICEF).</p>
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