In un momento in cui tanto si parla di sicurezza alimentare, qualità delle produzioni, filiera corta e chilometro zero quello che si vuole affrontare in questa sede è la problematica legata agli alimenti per l’infanzia – un mercato che solo in Italia vale oltre 840 milioni di euro – e alla creazione di stili di consumo che premiano “il globale” a discapito del “locale”.
Obesità infantile
Nell’ultimo ventennio i livelli di sovrappeso ed obesità nella popolazione europea sono aumentati significativamente, in particolare nei bambini. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2010 in Europa si contano oltre 15.000 bambini obesi (uno su dieci). Il dato è preoccupante perché la tendenza attuale è quella del peggioramento degli stili alimentari e dei livelli di attività fisica che comporterà, in futuro, un aumento di patologie come il diabete e l’ipertensione.
Il Bel Paese non è certo immune al fenomeno: in Italia il 12,3% dei bambini è obeso, mentre il 23,6% è in sovrappeso con i tassi più alti registrati nelle regioni del Sud (Campania in testa).
L’indagine “Okkio alla salute” (2010), condotta dal Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali presso le scuole primarie elementari di 18 regioni italiane, rileva che più di 1 bambino su 3 ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età e che quasi la metà del campione abusa di TV e videogiochi limitando il tempo da dedicare all’attività fisica (fig. 1 e 2). Dall’analisi sulle abitudini alimentari, inoltre, risulta che il 23% del campione “spesso” o “sempre” mangia al di fuori dei pasti tradizionali, l’11% salta la colazione, l’82% fa una merenda di metà mattina troppo abbondante, il 15% combina almeno quattro diverse tipologie di alimenti tra dolci e salati ed oltre il 23% non consuma frutta o verdura durante il giorno.
Le famiglie e le scuole svolgono un ruolo chiave nello sviluppo del bambino e soprattutto queste ultime, dove i bambini trascorrono più di metà della loro giornata, dovrebbero intraprendere iniziative di educazione alimentare migliorando, da una parte, la varietà dei prodotti offerti nelle mense scolastiche (limitando, ad esempio, l’uso di filetti di pesce o carne facili da mangiare ma che non sanno di niente, o dei menù happy meal a base di pasta al pomodoro, bistecca e patatine) e, dall’altra, proibendo la vendita nelle scuole del cosiddetto junk food (cibo spazzatura) come bibite zuccherate, patatine, caramelle e cibi contenenti coloranti e aromatizzanti.
Multinazionali
La globalizzazione dei mercati ed i livelli di concentrazione esistenti nei diversi macro-segmenti del sistema agro-alimentare (fornitori di input, industria di trasformazione e distribuzione alimentare) sono tali da incidere non solo sull’attività delle stesse multinazionali ma anche, e soprattutto, sul modo in cui viene praticata l’agricoltura nei campi, l’allevamento del bestiame e sul tipo e la qualità del cibo offerto a noi consumatori. Senza troppe generalizzazioni, è possibile affermare che l’omologazione degli stili di vita e di consumo, attuata attraverso la globalizzazione delle strategie di comunicazione e di marketing, ha indotto i consumatori a scegliere alimenti che premiano i produttori globali piuttosto che quelli locali.
Le multinazionali rappresentano sicuramente uno dei fenomeni più interessanti dello sviluppo economico internazionale del secondo dopoguerra, ma l’attuale livello di ingerenza che riescono ad esercitare in tutti gli aspetti della vita economica e sociale dovrebbe indurre i consumatori ad un ripensamento dei propri stili di vita. La preoccupazione ultima di gruppi come Cargil, Nestlè, Procter & Gambel, Unilever, solo per citarne alcuni, non è certo quello di offrire ai consumatori cibi sani e rispettosi degli standard sociali ed ambientali, bensì quello di massimizzare i profitti attraverso politiche di rilocalizzazione e dislocazione delle proprie attività. Il potere di mercato esercitato si traduce in una generalizzata diffusione dell’asimmetria informativa tra i segmenti esterni della filiera agroalimentare: agricoltori da una parte e consumatori dall’altra.
Sarebbe utopistico pensare di poter fare a meno delle loro attività, ma al contempo non si può restare passivi di fronte a delle strategie commerciali che non sono più sostenibili né dal punto di vista economico né da quello ambientale, soprattutto quando a farne le spese sono i nostri figli che crescono a base di latte artificiale, puree in vasetto, creme di tutti i tipi e snack che non devono essere neanche masticati. Forse non è un caso se la stessa Unione Europea consiglia l’utilizzo di cibi consumati in famiglia da accostare al latte materno dopo lo svezzamento poiché «l’uso di alimenti complementari di origine industriale può ritardare nel bambino l’accettazione della dieta familiare e costituisce un onere non necessario per il bilancio familiare».
Alimenti per l’infanzia
Tutto il baby food ha un prezzo di vendita molto più alto rispetto ai prodotti alimentari tradizionali e quelli di marche note, come Gerber e Plasmon, ad esempio, evidenziano spesso un prezzo doppio se confrontato con gli stessi prodotti di marche commerciali o meno note. Quello che può spiegare una tale situazione ha un sole nome e si chiama marketing. Ma è proprio vero che ad un prezzo più alto si associ una migliore qualità e sicurezza degli ingredienti? O semplicemente contribuiamo a pagare una parte dei maggiori costi in pubblicità?
Le grandi multinazionali a colpi di campagne pubblicitarie, claim e slogan sono arrivati al punto di lasciar intendere ai genitori-consumatori che gli alimenti per bambini abbiano proprietà speciali che li rendono particolarmente adatti, se non esenziali, ad una sana e corretta crescita. Ma questo è valido anche nel caso delle creme a base di mais e tapioca?
Le campagne pubblicitarie promuovono il mito che gli alimenti per bambini sono atti a soddisfare il fabbisogno nutrizionale e il giusto apporto calorico del bambino. Si tratta di una percezione chiaramente falsa. Non si vuole dire che questi prodotti facciano male o che non siano nutrienti, ma che si tratta semplicemente di un business che in Italia vale 840 milioni di euro e negli Stati Uniti 1,25 miliardi di US$, per alimenti che potrebbero essere fatti tranquillamente in casa o sostituiti da analoghi prodotti (un succo di frutta è pur sempre un succo di frutta).
Il baby food assolve sicuramente alla funzione di far risparmiare tempo nella preparazione comportando, però, una scelta alimentare ridotta e povera di stimoli che inibisce le esperienze sensoriali e preclude al bambino una parte di mondo che potrebbe sperimentare. L’etichettatura di questi prodotti è sottoposta alla stessa regolamentazione degli alimenti in generale. Tuttavia, nel caso degli alimenti per bambini si tratta, principalmente, di puree, omogeneizzati, minestrine e blend di alimenti o combinazioni degli stessi. La scelta di acquisto è di tipo fiduciario e condizionata dal marchio, per cui il consumatore ritiene che gli ingredienti enfatizzati in etichetta (pollo e verdure per esempio), siano presenti in gran quantità nei cibi acquistati per i propri figli.
Le soluzioni da adottare sono diverse. Occorre, in primis, leggere con attenzione le etichette ed evitare i prodotti che contengono zuccheri aggiunti ed amidi (o altre farine) modificati. Nell’acquistare i prodotti a base di carne, frutta o verdura (cioè i preparati che contengono un solo ingrediente più acqua), inoltre, il criterio di selezione è quello di scegliere gli alimenti con le maggior calorie in relazione al peso specifico del prodotto facendo attenzione al contenuto di carboidrati.
Forse la risposta corretta a pappine, creme e pastine varie è quella di scegliere sia consapevolmente, facendo attenzione all’origine, alla stagionalità e alla naturalità del prodotto, che con semplicità, considerando che per ogni bimbo che nasce la natura predispone un cibo che varia in sapore, concentrazione e quantità: il latte materno. Dopo lo svezzamento, la crescita del bambino può essere tranquillamente sostenuta con cibi familiari che possono abituarlo ad una più vasta gamma di odori e sapori tradizionali. È anche una questione di scelte di consumo che dovrebbero essere incentrate su cibi locali, alimenti non importati ed ingredienti disponibili sul posto e trattati con tecnologie di piccola scala a livello di comunità (Fonte: Strategia globale per l’alimentazione dei neonati e dei bambini OMS/UNICEF).











