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La Calabria che non ci sta vuole riprendersi il proprio futuro

Presentato l'appello promosso dalle Donne calabresi in rete e già sottoscritto da centinaia di persone in vista della mobilitazione del 9 novembre a Reggio Calabria davanti alla sede del Consiglio regionale: per cambiare davvero bisogna partire dalle dimissioni dell'attuale classe dirigente
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«La nostra è una classe politica guasta, avrebbe dovuto dimettersi già da tempo: si pensi solo ai clamorosi arresti di diversi consiglieri, per non parlare delle tristi cronache che ogni giorno monopolizzano i media locali». Giovanna Vingelli, in rappresentanza del movimento DCR, Donne Calabresi in Rete, ha sintetizzato così l’appello nato da un gruppo di donne, ma già sottoscritto da molte persone, calabresi e non calabresi, che appartengono alla “Calabria che non ci sta”.

da sinistra Anna Pascuzzo, Rosy Giuffrè, Carla Rotundo e Giovanna Vingelli

«È urgente e necessario» ha proseguito «mettere in rete, trasversalmente, le nostre energie. La mobilitazione che abbiamo lanciato con il nostro appello chiede a tutti e a tutte di unirsi per un obiettivo che auspichiamo unanime: mandare a casa questa classe dirigente e tutto ciò che rappresenta. La nostra è una scommessa: crediamo che sia importante e urgente rischiare e andare fino in fondo, senza remore, nell’espressione di un dissenso coerente e netto».
«Un dissenso che – ha detto ancora Giovanna Vingelli – nell’atto stesso di essere un dissenso, è anche proposta: proposta per una Calabria che partecipa, che osserva e che agisce, che dice a voce alta i suoi no e prende posizione. Per una Calabria che non fa sconti a nessuno e non cede alla mentalità che ha reso possibile la deriva voluta da pochi, ma che stiamo pagando tutti e tutte. Questa Calabria non solo è possibile, ma c’è già, ed è molto diversa da come cerca di raccontarcela, da troppo tempo, la classe dirigente».

«Abbiamo sentito l’urgenza» ha spiegato Doriana Righini «di metterci la faccia, i nostri nomi e cognomi, e di chiedere ai calabresi e alle calabresi di esporsi, non solo firmando l’appello e partecipando al sit in programmato per il prossimo 9 novembre a Reggio Calabria, ma anche rompendo il silenzio che ha permesso alla nostra regione di cadere sempre più in basso. Avrete notato che Scopelliti ripete sempre “la mia città, la mia regione”. È il momento di fargli capire che sono la nostra città, la nostra regione. Che vogliamo partecipare attivamente, vogliamo ricostruire il nostro senso civico, il nostro senso comune da queste macerie che abbiamo ricevuto in eredità. La mobilitazione del 9 novembre a Reggio non si esaurisce nella richiesta delle sue dimissioni: se Scopelliti è ancora governatore, è perché c’è un sostrato culturale forte che ne condivide l’azione profondamente minata dalla scarsa trasparenza. Prendere posizione, oggi, in termini non solo politici ma anche e soprattutto culturali, significa riprendere confidenza con la democrazia e l’etica, due concetti che sono stati seppelliti molto tempo fa, in nome di un clientelismo e di una sudditanza che cozzano in modo duro con le basi di una società che si voglia definire civile».

da sinistra Doriana Righini e Paola Bottero

«Dobbiamo superare la logica del “cu appartieni”, a chi appartieni» ha proseguito Paola Bottero «e iniziare a fare rete fuori dalla rete, superando i particolarismi e le frammentazioni che hanno permesso – e continueranno a permettere, se non metteremo un punto su questa corsa a farci del male – a chi detiene il potere di adottare la tecnica del “divide et impera”, senza neppure fare la fatica di dividere. C’è una sola cosa cui apparteniamo, e che ci appartiene: questa terra, con i nostri valori».
«Le dimissioni di Scopelliti e della sua Giunta – ha concluso Paola Bottero – non sono il nostro obiettivo, ma uno strumento, la base imprescindibile per poter ripartire e iniziare a cancellare i grigi e i neri che hanno soffocato la coscienza critica, e unire i tanti colori della Calabria che non ci sta in un vortice attivo che possa ripristinare il bianco».

«Il 9 a Reggio per urlare non più sudditanza, ma cittadinanza», come ha sintetizzato Rosy Giuffrè. «Senza altra bandiera che quella della Calabria che non ci sta».

una fase della conferenza stampa

 

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4 risposte a La Calabria che non ci sta vuole riprendersi il proprio futuro

  1. Luca scrive:

    ma secondo voi alla fine serve a qualcosa andare sotto il palazzo a protestare?

  2. Aurora scrive:

    L’ho letto solo adesso, ma lo sottoscrivo in ogni sua parte. Avanti così c’è solo il baratro più profondo

  3. eppure scrive:

    Leggo e rileggo, Paola, e mi stupisco di come nessuna di noi sia stata in grado di inquadrare in modo così chiaro, deciso, coraggioso e carico di amore la situazione di questa nostra cloaca. Eppure, scrivi. Eppure siamo tutti noi.

    grazie

  4. antonella scrive:

    Le iniziative al femminile in Calabria sono da sostenere in tutto e per tutto. Non c’è cambiamento senza l’azione incisiva di donne in una terra che le ha sempre relegate nel ruolo di mogli e madri, che non ha offerto e non dà a tutte noi la possibilità di autodeterminarci per mancanza di occasioni lavorative. Non a caso essendo da sempre un optional il lavoro nella nostra regione, io mi sono sempre sentita dire:prima l’uomo che deve mantenere la famiglia, poi semmai tu.E così facendo le prevaricazioni non sono mai mancate per non parlare dei soprusi che si devono subire in quanto il marito diventa il proprio noumen colui che ti dice se non ti piace quella è la porta vai via. Impegnarsi in politica per me significa ribaltare questi ruoli, a non nasconderci a impegnarci mettendoci la faccia appunto. Comunque sia il problema secondo me non è far cadere o mantenere Scopelliti. La situazione è molto complessa e va inquadrata con quanto sta succedendo a livello globale. Mi fermo per il momento ma le iniziative potrebbero davvero essere tante.