Conosciamo tutti la “Teoria della tettonica a placche”, secondo la quale i continenti non sono fermi ma si muovono e costituiscono un insieme di placche rigide che “galleggiano” su un orizzonte plastico. I continenti possono avvicinarsi o allontanarsi reciprocamente. Lungo i limiti di contatto tra i continenti le rocce si rompono.
La Calabria è così esposta ai rischi “geologici” perché è collocata esattamente lungo la zona di contatto tra l’Europa e l’Africa che si stanno avvicinando ad una velocità di 7 millimetri/anno: in altre parole, la Calabria è “schiacciata” dalla grande morsa costituita dalla placca africana (a sud) e da quella europea (a nord).
Questa morsa provoca la rottura delle rocce calabresi lungo quelle gigantesche fratture – lunghe da decine fino a centinaia di chilometri e profonde generalmente fino a 10-15 km – che i Geologi chiamano “faglie”.
Cosa sono le faglie?
A causa dei movimenti della crosta terrestre legati alla deriva dei continenti, le rocce vengono compresse fino alla rottura; lungo le superfici di rottura (faglie) si producono spostamenti e, di conseguenza, attriti che provocano la liberazione istantanea dell’energia elastica accumulata prima della rottura, sotto forma di energia “sismica”, cioè di onde sismiche (terremoto).
Per rendere meglio l’idea si immagini, ad esempio, di comprimere un mattone in una morsa: il mattone si deformerà accumulando progressivamente energia (elastica) man mano che la morsa si stringe.
Ad un certo punto comprimendo ulteriormente la morsa, il mattone si romperà lungo una superficie (faglia) e libererà in un attimo tutta l’energia accumulata sotto forma di terremoto (onde sismiche). E’ esattamente in questo modo che si comportano le rocce sottoposte agli sforzi causati dai continui movimenti della crosta terrestre.
Quando una roccia si rompe, oltre a generare un terremoto, produce un altro importante effetto: lungo la faglia, la roccia si frattura minutamente, si tritura, perde compattezza (diventa scadente) e, assorbendo acqua, è predisposta a franare. Fragilità delle rocce e terremoti hanno reso la Calabria una delle zone al mondo più esposte ai rischi naturali: terremoti e frane hanno mietuto quasi 200.000 vittime negli ultimi 250 anni e precluso lo sviluppo socioeconomico, rappresentando una delle principali cause d’emigrazione. Da qui gli atavici appellativi dati alla Calabria di “terra ballerina” e “sfasciume pendulo sul mare”.
La Calabria è attraversata da un sistema di faglie in piena attività, che si sviluppa dalla Valle del Crati, passa per lo Stretto di Messina e termina in Sicilia orientale. Queste faglie rappresentano settori ad elevato rischio sismico ed hanno originato la quasi totalità dei terremoti catastrofici che hanno colpito la Calabria in epoca storica: il terremoto della Valle del Crati del 1183, il terremoto di Reggio e Messina del 1908, la crisi sismica della Calabria meridionale del 1783, terremoti della Calabria centrale del 1638 e del 1905, i terremoti del cosentino del 1835, 1854 e 1870.
Una di queste faglie attraversa la fascia pedemontana della Catena Costiera Calabra, estendendosi per circa 30 chilometri tra San Fili e San Marco Argentano e toccando, o lambendo, anche gli abitati di Rende, San Vincenzo La Costa, Montalto Uffugo, Lattarico, San Benedetto Ullano, Rota Greca, San Martino di Finita, Cavallerizzo di Cerzeto, Cervicati e Mongrassano.
Questa importante frattura della crosta terrestre, denominata “Faglia San Fili – San Marco Argentano”, si sviluppa in profondità per oltre 10 chilometri e condiziona profondamente l’assetto geologico della fascia pedemontana della Catena Costiera calabra, segnando il contatto tra le rocce metamorfiche della Catena Costiera e quelle sedimentarie della Valle del Crati. Inoltre questa faglia ha originato numerosi terremoti tra i quali: quello che nel 1184 ha raso al suolo molti abitati della media Valle del Crati; il sisma (magnitudo 4.5) che alle 2,40 della notte del martedì di Carnevale del 20 febbraio 1980 ha violentemente interrotto il sonno degli abitanti di Cosenza e provincia riversatisi per le strade per fuggire dagli edifici; il terremoto (magnitudo 3.7, zona epicentrale tra i comuni di Rende, San Vincenzo la Costa e San Fili), che il 20 dicembre 2007 (ore 4,25) ha ancora una volta turbato il sonno dei cosentini; la serie di terremoti che va avanti ormai da qualche mese.
Inoltre, in prossimità della faglia i terreni vengono sottoposti ad enormi stress e si riducono in frantumi: le rocce interessate vengono letteralmente sbriciolate e perdono ogni caratteristica originaria di compattezza. Questo fenomeno determina intorno alla faglia una zona di debolezza che i geologi chiamano “fascia cataclastica”. La faglia “S.Fili - S. Marco Argentano” è accompagnata da una fascia cataclastica che raggiunge spessori fino a 500 m.
Questa fascia rappresenta un importante limite idrogeologico poiché tende a “richiamare” l’acqua di circolazione sotterranea dell’imponente falda idrica contenuta nelle fratture delle rocce della Catena Costiera comportandosi come una gigantesca spugna.
La falda, trovando nel suo percorso sotterraneo l’impedimento costituito dall’enorme “diga” rappresentata dalle argille della Valle del Crati (notoriamente impermeabili) che ne bloccano il normale deflusso, sfoga la sua enorme pressione in corrispondenza della fascia di fatturazione riversando cospicui quantitativi d’acqua in superficie: questo è testimoniato dal gran numero di sorgenti che marcano l’intera fascia pedemontana della Catena Costiera. Questa situazione determina l’innalzamento della falda acquifera sotterranea che unitamente alle scadenti proprietà delle rocce presenti predispongono i terreni al franamento: non è un caso che lungo la faglia “S.Fili-Cerzeto-S. Marco Argentano” si concentrino la maggior parte dei movimenti franosi che interessano la fascia pedemontana della Catena Costiera.
Tra questi dissesti si menziona quello che il 7 marzo 2005 ha distrutto gran parte dell’abitato di Cavallerizzo di Cerzeto, o quelli che, ancor più vicini nel tempo, hanno distrutto la strada provinciale nei pressi di San Vincenzo La Costa (febbraio 2009), l’abitato di Palazzello di Lattarico (gennaio 2009), parte dell’abitato di San Benedetto Ullano (febbraio 2010) e che si sono riversati su alcuni edifici dell’abitato di Parantoro di Montalto Uffugo.
Inoltre lungo questa fascia ad alto rischio idrogeologico si sviluppa gran parte del tracciato dell’acquedotto dell’Abatemarco che – proprio a causa delle diffuse frane che determinano il cedimento di vari tratti di condotte - subisce le frequenti interruzioni durante i periodi invernali in concomitanza di precipitazioni intense.
[da uno studio di Carlo Tansi]













A parte questa lezione di geologia.. forse sarebbe il caso di dire: calabresi fate verificare le vostre case da un tecnico e se necessario mettetele in sicurezza per il futuro vostro e dei vostri figli. Pretendete che il vostro comune faccia lo stesso con gli edifici pubblici e le scuole.