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“La popolarità è un privilegio di cui il giudice non deve tener conto”. 21 anni dopo, per non dimenticare più

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Scopelliti da Maurizio Costanzo Scopelliti da Maurizio Costanzo
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Venerdì 9 agosto 1991. Antonino Scopelliti ha compiuto 51 anni a gennaio. È  il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione: una carriera eccellente, iniziata a 24 anni, quando entra in magistratura come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma. Passa poi alla Procura della Repubblica di Milano, è Procuratore generale presso la Corte d’Appello, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Si occupa di vari maxiprocessi, cerca di fare luce su mafia e terrorismo. Rappresenta la pubblica accusa nel primo Processo Moro e nei processi sul sequestro dell’Achille Lauro, sulla Strage di Piazza Fontana, sulla Strage del Rapido 904. A marzo, in Cassazione, si è concluso proprio quest’ultimo processo: ha chiesto la conferma degli ergastoli inferti al boss della mafia Pippo Calò e a Guido Cercola, più l’annullamento delle assoluzioni di secondo grado per altri mafiosi. Il collegio giudicante della Prima sezione penale della Cassazione, presieduto da Corrado Carnevale, ha rigettato la richiesta della pubblica accusa, ha assolto Calò e ha rinviato tutto a nuovo giudizio.

Scopelliti va avanti: inizia a preparare, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra.

Venerdì 9 agosto 1991. Antonino Scopelliti è in vacanza in Calabria, sua terra d’origine, in una frazione di Villa San Giovanni, sulla strada provinciale tra Villa e Campo Calabro: località Piale. Non ha scorta, fa gli stessi spostamenti di quei giorni: giornata di mare Lido Gabbiano di Favazzina, alla sera rientro a casa. È a bordo della sua automobile, entra in una curva poco prima del rettilineo che immette nell’abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, gli sparano. Fucili calibro 12 caricati a pallettoni. Due colpi alla testa in rapida successione, morte istantanea. L’automobile finisce in un terrapieno, subito si pensa a un incidente stradale. La scoperta delle ferite da arma da fuoco fa emergere la verità sulla morte del magistrato. Ma è una verità coperta di ombre.

Non vengono individuati i colpevoli, la sua morte diventa una storia dimenticata.

Antonino Scopelliti è la prima vittima della stagione stragista di Cosa Nostra nel corso dei primi anni ’90. Antonino Scopelliti è la prima vittima del patto di sangue tra mafia e ‘ndrangheta: calabrese, ucciso in Calabria dalla ‘ndrangheta su commissione di Cosa Nostra.

Sono i pentiti, anni dopo la sua prima morte, quella nell’agguato, e la seconda, quella della memoria e della mancata giustizia, a fare un po’ di luce sulla vicenda.
Secondo Marino Pulito a Scopelliti furono offerti 5 miliardi di lire per “raddrizzare” la requisitoria contro i boss della Cupola siciliana. I pentiti della ‘ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca rivelano che sarebbe stata la Cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla ‘ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la seconda guerra di mafia che si protraeva a Reggio Calabria dall’ottobre 1985, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano.
Nell’abitazione paterna di Scopelliti, dove il magistrato stava trascorrendo le vacanze, furono trovati gli incartamenti del maxiprocesso.

Per la sua uccisione vengono istruiti e celebrati presso il Tribunale di Reggio Calabria due processi: uno contro Salvatore Riina e tredici boss della Cupola, un secondo contro Bernardo Provenzano ed altri nove boss della cosiddetta Commissione regionale di Cosa Nostra, tra i quali Filippo Graviano e Nitto Santapaola. Tutti condannati in primo grado nel 1996 e nel 1998 e successivamente assolti in Corte d’Appello nel 1998 e nel 2000 perché le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia (cui si erano aggiunte quelle del boss Giovanni Brusca) vengono giudicate discordanti.

La criminalità organizzata calabrese fa un favore a quella siciliana.
Una pista riaperta di recente nel corso del processo “Meta”, il maxiprocesso contro una parte massiccia delle cosche che dominano Reggio Calabria. Dopo 21 anni l’anniversario della morte del “giudice solo” potrebbe vedere una svolta.

Ma oggi non dobbiamo dimenticare. Oggi è il ventunesimo venerdì 9 agosto 1991.

Stasera a Reggio Calabria, in piazza Duomo, la prima delle due serate organizzate dalla Fondazione Antonino Scopelliti, Legalitàlia.

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