Ricordi. Aneddoti. Memoria. Rimpianti.
Strano effetto, leggere i sedici scritti della collettanea che la Fondazione Italo Falcomatà ha dato alle stampe: nel decennale dalla morte ha raccolto testimonianze importanti, nei giorni scorsi ha presentato le novanta pagine fitte di memoria, corredata, se ce ne fosse bisogno, da immagini delle opere volute e avviate dal sindaco della primavera reggina.
Oggi, undici anni dopo.
Mi sono messa al computer per recensire l’ultimo omaggio a Italo Falcomatà, “il primo dei cittadini”. E invece confondo i miei ricordi con quelli di altri. Di chi ha avuto l’onore e il piacere di seguire la quotidianità di un uomo che ha fatto sbocciare la primavera. Non riesco a escludere i miei ricordi. Le mie emozioni di allora. Forse perché è molto più facile che parlare di lui. Forse perché troverete nel libro edito da Città del Sole più di quanto potrei raccontare dopo la lettura. Forse perché ho il bisogno di allontanarmi un po’ dalle emozioni di adesso, quelle che accompagnano da anni la stessa domanda: cosa sarebbe Reggio ora, se non ci avessero portato via Italo?
Italo era un gigante. Trasudava orgoglio e consenso. Di quelli veri.
Ci sono uomini che vanno oltre l’appartenenza di partito. Oltre gli schieramenti, oltre i giochi di potere. Italo era uno di questi. Il partito, quello stesso partito che oggi, con un nuovo acronimo (Pd anziché Ds) e tanti frammenti interni, se ne riempie la bocca portandolo ad esempio, quello stesso partito i cui esponenti rampanti sorridono alle sue commemorazioni, allora era contro di lui. Lo avversava a livello locale, in modo subdolo subdolo e sotterraneo, mentre a livello nazionale puntava sul sindaco illuminato. Sarebbe stato il prossimo governatore regionale, forse. O anche un ministro. Aveva ancora tanto da dare.
Anche io ho avuto l’onore di conoscere da vicino, sul campo, la popolarità di un uomo che mi era piaciuto fin dalla prima volta, con quella fascia tricolore che gli sembrava tatuata addosso. Non sapevo che ne avrei conosciuto, anche e soprattutto, l’umanità. Che ne avrei apprezzato l’arguzia e quell’onestà intellettuale che già all’epoca era merce rara. E che oggi è sparita persino dalla memoria.
Rileggendo chi l’ha vissuto, da vicino e da meno vicino, rivedo il suo sorriso. Rivedo Reggio come era prima che Italo la prendesse in mano, come è diventata sotto la sua guida. Per un attimo riesco persino a dimenticare come è diventata oggi, vittima di un modello che è secoli distante da quella città che Italo spronava a non accontentarsi, a diventare “carica di pretese”.
Dopo la primavera, passò l’estate. E arrivò anche l’inverno. In anticipo.
Undici anni fa, l’11 dicembre 2001, ero a Roma, proprio come oggi. Sapevo che Italo non stava bene. Non sapevo quanto.
Lo avevo incontrato tante volte, in tante occasioni pubbliche. Mai abbastanza. Era stanco, aveva un pallore strano, ma dopo otto anni da primo cittadino in prima linea un po’ di calo fisico ci stava. Mi consolavo così: sapevo, come lo sapeva ogni reggino, che Reggio senza Italo era una contraddizione in termini. Un baratro senza possibilità di uscita.
Il baratro arrivò undici anni fa. In una giornata come questa: piena di sole ma fredda. Freddissima. La notizia fu fulminante come la sua leucemia. “Leuce-mia? Leuce-nostra!” avrebbe detto a Radio Touring Mimmo Fedele, racchiudendo in questa ipostasi sui generis tutto il senso dello strappo.
Italo non era perfetto. Non lo voleva essere. Aveva, come tutti, le sue intemperanze. Ma era una maestro. Ha saputo prendere per mano ogni cittadino della città bella e gentile e condividere un sogno. Ha saputo amare il suo incarico, il suo lavoro, la sua amministrazione. Un eroe? No, un uomo normalissimo. Come dovrebbe essere ogni uomo che voglia mettersi alla guida di una comunità.
In una cosa sola ha sbagliato davvero, Italo. La sua frase che più citiamo, “l’esempio è la fonte del pensiero successivo”, non ha un valore assoluto, è morta con lui. L’ha avuto fino a quando sono stati suo il pensiero, suo l’esempio.
Oggi il suo esempio, purtroppo, non riesce a produrre pensieri successivi. Se non quelli del rimpianto.
Mi viene in mente uno dei miei registi preferiti, Kim Ki-duk. E il suo “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”. Reggio si è fermata all’inverno. Il più freddo, il più buio.
Tornerà la primavera raccontata dal regista coreano, sapiente illustratore “delle qualità che cambiano negli esseri umani, del senso della maturità nelle nostre vite, della crudeltà dell’innocenza, dell’ossessione nei desideri, del dolore nei propositi omicidi e dell’emancipazione nella lotta”?












