I due eventi che hanno segnato le ultime settimane orientando il dibattito – l’esito della manifestazione del 15 di ottobre e la fine cruenta del dittatore libico, Gheddafi – sono stati accomunati dalla corsa a catalogarli come “periodizzanti”. La violenza che li ha caratterizzati ha aiutato questo processo di esaltazione della frattura, per una legge, ben nota ai giornali, che fa si che essa attragga non solo chi la compie, ma anche chi la osserva.
La violenza ha un suo carattere irrazionale, erotico per alcuni, che facilmente può consentire di sottolineare, nell’atto violento, la sua “bestialità”. In una cultura fondamentalmente illuminista, qual è quella in cui è cresciuta l’intellettualità europea più robusta, questa separazione tra essere razionale e essere ferino è ancora più esaltata.
La tradizione pedagogica dell’illuminismo, la sua radice niente affatto liberale, vive costantemente dentro questo paradosso per cui il legno storto dell’umanità va raddrizzato, anche facendo ricorso alla violenza, ossia al carattere bestiale che si vorrebbe sanare. Spesso si è tentato di risolvere questo paradosso distinguendo tra violenza giusta e ingiusta e quindi facendo riferimento alle ispirazioni che muovono chi la eroga. Parallelamente questo processo di giustificazione del ricorso alla violenza ha agevolato l’adozione di un principio prevalentemente morale nell’analisi dei comportamenti umani. La ricostruzione delle cause dei comportamenti, di conseguenza, ha dovuto lasciare spazio a un giudizio sugli effetti che agisce secondo le categorie del bene e del male.
Una visione etica del mondo non può certo essere rifiutata in pieno. I rapporti tra cause ed effetti non sono mai ricostruiti secondo neutralità e ogni sforzo ricostruttivo mantiene sullo sfondo un sistema etico di riferimento. Tuttavia una torsione etica troppo accentuata mostra dei profondi limiti nella lettura della realtà perché inibisce il tentativo di razionalizzare l’irrazionale, ossia di comprenderlo politicamente.
Nel caso del vero e proprio strazio che è stato fatto del corpo di Gheddafi, atto che ha concluso la guerra civile libica, questo sforzo di comprensione politica si è mostrato particolarmente debole. Fatta eccezione per un intelligente articolo di Rossana Rossanda, pubblicato su “Il Manifesto” del 23 ottobre, il brutale assassinio del dittatore libico ha dato il via a una estrema semplificazione delle rivolte nordafricane, quasi manifestando il desiderio di potere sancire la fine di un fenomeno verso cui ci si è rivolti con l’attenzione distaccata degli scettici.
È stata assecondata una visione appunto etica piuttosto che politica, sottolineando l’irrazionalità di un atto del tutto razionalizzabile, a patto di togliersi i paraocchi dei buoni occidentali educati al rispetto della vita, calandosi semmai in una realtà innervata da una facilità del ricorso alla violenza che noi immaginiamo a stento.
Nello strazio del corpo di Gheddafi prende forma uno degli aspetti che può assumere un potere popolare senza contrappesi di fronte al crollo di un potere autoritario senza contrappesi. La rottura fisica del corpo di Gheddafi è il simbolo di una frattura politica violenta anche familiare se, invece di scomodare Omero e le violenze achee sul corpo di un eroe vinto, leggessimo con attenzione la nostra storia.
Da questo sangue non è affatto detto che debba necessariamente nascere una società migliore, né in Libia né altrove, ma anche questo sangue va compreso politicamente, analizzato ricordandosi che, nella storia, le condizioni oggettive, oltre a non essere tra loro congruenti, vanno sempre a incastrarsi in quelle soggettive senza predeterminazioni.
È una condizione oggettiva, ad esempio, che le principali potenze occidentali abbiano agito in modo tale da utilizzare ai propri fini quanto stava accadendo in Libia. Ed è pero una condizione oggettiva che quanto accaduto in Libia rifletta un desiderio di nuova sovranità che certo non è congruente con i desideri e le velleità neo-coloniali di una classe dirigente occidentale di bassissima lega in cui spiccano, per opportunismo e inadeguatezza, le figure blande di Sarkozy e Obama. In questo contesto sarebbe gravissimo ostentare l’atteggiamento impolitico dei moralisti finalizzati al moralismo, quasi come se non fossimo coinvolti in prima persona da quanto sta accadendo tra il Mediterraneo e il mondo.
La crisi della democrazia, che è poi la crisi delle nazioni occidentali nel rapporto che dentro di esse si pone tra società civile e Stato, si riflette nella crisi di autorità degli stati nazionali più vicini al sistema occidentale e forse anche più occidentalizzati, attraversandoli come un’onda. Questa crisi ha generato una spirale che non potrà che essere risolta democraticamente conferendo rappresentanza e dignità ai soggetti sociali emergenti e non rappresentati, ossia quelle giovani generazioni e quei popoli che premono contro il bozzolo della storia in cui sono rinchiusi.
Ma abbiamo la forza per raggiungere questo obiettivo? Tutto rimanda alle nostre disposizioni. Se ci faremo prendere dal vizio dell’anacoresi, dalla logica del rifiuto del mondo, la democrazia rimarrà un modello superato, se agiremo politicamente, ossia partendo da ciò che abbiamo e non da ciò che vorremmo avere a disposizione, allora potremo giocarci ancora la partita per ridare dignità e senso a questa parola vecchia e affascinante.











