Attualità

Invitare al silenzio significa abdicare ad ogni pretesa di verità

Gli sguardi dicono ciò che la voce è impedita a dire. Per paura, timore. Raccontano con la voce del silenzio una realtà sociale dileguata negli individualismi, catturata e imbrigliata nei desideri imposti dal consumismo. La reciprocità di scambi solidali ha lasciato il posto al mercato degli affari. L’oggetto del desiderio assume la forza di soggetto capace di offrire del mondo un continuo inabissarsi di senso. Il silenzio racconta di donne e uomini che non sanno più raccontarsi come comunità. La stessa persona ha abdicato ad ogni pretesa di verità lasciandosi commuovere dalla sfiducia e riuscendo a minimizzare ogni disimpegno.

La parola è una scelta, ricorda Kierkegaard; la parola del silenzio omertoso non sfugge a questa regola. È la scelta del negativo, una scelta di rinuncia a se stessi e ad un’etica ormai dileguata, liquidata dall’imperialismo della tecnica e del successo a ogni costo. Il silenzio omertoso plaude la violenza e i violenti, incoraggia azioni delittuose, affossa ogni potenzialità di dialogo tra gli uomini. Sappiamo che l’omertà nutre la sottocultura, ovvero un sistema di regole condivise perché tenute insieme dall’efferatezza di crimini e da affari illegali. In un sistema del genere viene mantenuta una gerarchia di potere alla quale s’appellano come possibilità di successo persone che non sempre vivono ai margini della società perché invece occupano posizioni di potere e di prestigio sociale.

Il silenzio omertoso si è intrufolato come un diktat in ogni settore della società civile, delle istituzioni, reificando un sistema di illibertà.

Ognuno può solo adeguarsi perché nel frattempo tentare una scelta autonoma di vita vorrebbe dire trasgredire le regole del gioco, isolarsi, meritarsi una condanna a morte.

La paura di denunciare situazioni di privilegi, di scambi clientelari, eventi delinquenziali non fa altro che alimentare complicità e determinare situazioni in cui è facile creare all’interno di una comunità il “boss” di turno e una gerarchia di potere da cui è impossibile liberarsi perché il ruolo raggiunto si crede acquisito per meriti. Meriti di forza, furbizia, privi di ogni senso di colpa e di scrupolo, sui quali generare un vero e proprio “codice d’onore”. La gerarchia, poi, crea la ricchezza economica e nuove affiliazioni.

Il codice d’onore ingabbia le persone a un destino, le regole democratiche condivise liberano la persona alla propria realizzazione. Ma in tempi di crisi, quando il sistema capitalistico non regge più il confronto con l’economia globale regredendo a imposizioni legislative che sviliscono la persona umana a suddito e schiavo, anche la fiducia nella democrazia perde colpi.

L’omertà riesce a garantire la sopravvivenza fisica ed economica, le istituzioni che si rifanno a valori democratici richiedono solo sacrifici creando nuove gerarchie sociali e restringendo la mobilità sociale. Quest’ultimo effetto è la conseguenza di governi che non hanno saputo gestire la cosa pubblica considerandola tale, che si sono lasciati andare a commistioni con poteri lobbistici, facile preda di corruzioni.

Ma non si può scambiare l’idea con una realtà particolare che può essere modificata, perché dalla confusione, cui stiamo assistendo vivendola sulle nostre spalle con la pressione di un debito pubblico incontrollabile, ne escono vincitori i burattinai di turno. Coloro che nel silenzio decidono le sorti dei cittadini, dopo aver fatto quadrato tra di loro e aver fatto qualche calcolo.

Fa sorridere la Chiesa quando invita al silenzio; quel silenzio che, nella nostra società rumorosa e dominata da un’informazione faziosa e sgretolata, non è più comprensibile. Quel silenzio che apre all’altro e alla riflessione, che si nutre di umiltà e ricerca della verità e che non ha niente a che fare con il “segreto” nascosto nell’omertà.

Una retorica della democrazia può solo schiantarsi nella demagogia, lasciandoci insoddisfatti in una parola che sceglie il silenzio solo perché non sa più come esprimersi. Le regole della democrazia forse vanno ri-fondate anche alla luce dei pericoli da cui lo stesso Bobbio negli anni ’70 ci aveva messo in guardia e che riguardavano il rapporto con una società videocratica limitante la libertà e l’autonomia dei cittadini.

E che sia una democrazia solidale, dove l’interesse per l’altro è di ordine esistenziale, non condizionato dallo sfruttamento. Qui, forse, potremmo ritrovare il gusto di alzare la mano per esprimere opinioni senza paura, la coesione nella speranza, il valore di una comunità che compie scelte per il bene pubblico e, soprattutto, per tutelare la salute dei singoli cittadini. La parola che costruisce e cura e non il silenzio che distrugge.

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