l'articolo di Attilio Bolzoni
il servizio tv
S’i fossi il campetto di calcio di Rizziconi, quello sul quale domani si allenerà la nazionale, invitata da don Ciotti e Libera per dare un messaggio forte ai giovani della Piana di Gioia, della provincia di Reggio e della Calabria tutta, non avrei una grande nostalgia del mio vecchio padrone, don Toro, ma neppure una gran gioia per i preparativi della festa. S’i fossi il campetto di calcio di Rizziconi temerei la solitudine più di ogni altra cosa: ripudiato dal mio vecchio padrone, evitato dai bimbi per i quali sono stato confiscato, sotto i riflettori di tutti i media nazionali e internazionali per il tempo di una diretta. Poi di nuovo solo e dimenticato?
S’i fossi il campetto di calcio di Rizziconi, e non lo sono, soprattutto perché i campetti di calcio non sanno scrivere, mi chiederei che differenza c’è tra le persone che volevano farmi diventare una discarica, prima che fossi confiscato, e quelle che ora stanno facendo i salti mortali per rendermi degno della domenica azzurra, abbellendomi in ogni modo con interventi “usa e getta”. Interventi che già lunedì avranno fatto il loro tempo. Mi chiederei, soprattutto, cosa si sarebbe potuto fare con i quattrocento e più mila euro che si stanno spendendo per ospitare i ragazzi di Prandelli per rendermi più appetibile e sicuro per i bimbi anziché per le telecamere.
S’i fossi il campetto di calcio di Rizziconi mi chiederei dov’è la gente di Rizziconi. Mi chiederei a cosa serve questa parata se i rizziconesi, quelli che dovrebbero animarmi e darmi un senso, non si sono mai visti e non si vedranno neppure domani, “causa indisponibilità di posti”, nonostante gli spalti affittati per l’occasione a qualcosa come settantamila euro one-day.
S’i fossi il campetto di calcio di Rizziconi, soprattutto, mi chiederei dove erano tutti quei signori che oggi si affannano a parlare di aggregazione sociale e di lotta per la legalità, quando si uccidevano i ragazzi che non potranno mai giocare su di me, ma ai quali forse sarò intitolato. Mi chiederei, se fossi il campo di calcio di Rizziconi che domani, forse, porterà il nome di Dodò e di Ciccio, come si può accettare di rimanere fermo in un paese in cui c’è ancora chi grida che la ’ndrangheta non esiste, e contemporaneamente evita di mandare i propri figli e i propri nipoti a giocare su di me, per evitare di offendere i miei vecchi padroni.
S’i fossi il campetto di calcio di Rizziconi. La notte prima della grande festa nazionale. Ma non lo sono, e alzo le mani. Anzi, le reti.











