sabbiarossa ED
bianco come la vaniglia
tra le mura dell'anima
in ricordo di Francesco
Domani saranno due anni. Due anni da quel 5 dicembre 2009 che ha ucciso, insieme a Francesco Inzitari, la sua famiglia.
Scrivere di ciò che è successo ieri, prima nazionale di sabbiarossa edizioni nella città dello Stretto, diventa più difficile, con il passare delle ore. Ma ieri si è parlato, come si farà a Roma venerdì prossimo, 9 dicembre e poi a Torino, di memoria. «La realtà non si forma che nella memoria» diceva Proust. L’abbiamo fatta nostra, questa verità. L’abbiamo trasformata nel titolo di queste prime presentazioni, in cui realtà e memoria si fondono per creare le basi di un nuovo impegno sociale, di nuove voci. Di un nuovo urlo contro la realtà che non ci piace, e che domani ricorderemo.
nel tavolo dei relatori da sinistra Paola Bottero, Nicoletta Inzitari, don Pino Demasi, Teresa Munari, Salvatore Boemi, Marcella Reni e Carlo Paris (fotoservizio Marco Costantino)
Ieri, dunque. Una Teresa Munari ancora migliore, se possibile, di quanto ricordassi, ha condotto egregiamente una serata che è entrata dentro a ciascun partecipante, dipanando i fili sottili che legano la memoria alla realtà.
«Una realtà morbida come la vaniglia e dura come le mura dell’anima», ha esordito Eduardo Lamberti Castronuovo, che ha ricordato come la fantasia, anche la più fervida, è destinata ad essere superata sempre dalla terribile realtà con cui si ha a che fare quando si vive in Calabria.
Dopo i saluti dell’assessore provinciale alla cultura, il Presidente della Stazione Unica Appaltante, Salvatore Boemi, ha iniziato il proprio intervento con un forte j’accuse alla «contiguità colpevole, che ora chiamano zona grigia». Entrando nel merito di tra le mura dell’anima, «libro che fa molto male, soprattutto quando ti fa capire quello che avresti potuto fare e non hai fatto», è stato forte e duro anche quando ha sottolineato che «c’è gente fuori dal carcere ben peggiore di quella che è dentro». L’intervento appassionato del magistrato ha indicato la «dissociazione» come primo valore cui dare rilevanza e su cui puntare, perché «è già un valore, è l’inizio dell’abbandono di una strada che per molti sembra ancora l’unica percorribile».
Don Pino Demasi, referente di Libera, ha dato la stessa lettura propositiva in chiave religiosa. Partendo da Zaccheo e dalla possibilità di cambiare le scelte sbagliate fatte, di cambiare percorso di vita, ha indicato la via: «non possiamo e non dobbiamo fare i professionisti dell’antimafia: è sufficiente fare quello che si sa fare guardando il bene comune».
La sublimazione della capacità di aiutare il prossimo a redimersi, a cambiare, si trova proprio là dove non si dovrebbe trovare altro che dolore e rabbia: «accanto ai familiari delle vittime di mafia, nella giornata della memoria, ci impegniamo ogni anno in un cammino di antimafia reale, ben diverso dalle troppe parate cui purtroppo siamo abituati. E che hanno ben altra matrice».
Intensissimo e commovente è stato l’intervento di Nicoletta Inzitari, che ha ripercorso i ricordi di vita del fratello Francesco, protagonista di bianco come la vaniglia, e quelli del progetto Sicomoro, iniziato in punta di piedi, senza convinzione, e finito con una certezza: «se aver reso comprensibile ai detenuti del progetto come un omicidio tranci la vita non solo della vittima, ma di tutti i suoi cari, servirà anche solo ad uno di loro per capire, per cambiare strada, ecco, allora farlo avrà avuto un senso».
Marcella Reni ha raccontato le origini del progetto che hanno portato alla scrittura a quattro mani del diario di un’esperienza. «Eravamo molto perplessi anche noi. Fino a quando non è successo qualcosa che mi piace riassumere nel dito puntato di Nicoletta, quando ha urlato in faccia a quei detenuti “a che serve la vostra vita? Ne è valsa la pena, uccidere?”. Quel dito puntato e i cambiamenti successivi sono stati qualcosa che è impossibile spiegare. Ma che fa capire come chiunque, se si sente amato, diventa più uomo: questa è la riconciliazione, questo è il perdono».
Carlo Paris, coautore di tra le mura dell’anima, ha raccontato la propria personale «storia di un progetto di guarigione», leggendo l’ipotetica lettera di Mario Congiusta all’assassino di suo figlio Gianluca. Tese e dure le parole incise da Mario nel dolore che gli è diventato compagno.
Tesa e dura, al limite dell’asetticità, la lettura vibrante fatta dall’ingegnere-scrittore. «Uno si guarda, guarda l’orologio della sua vita e si chiede: che ci sto a fare qui? Cosa voglio lasciare? Cosa c’è dopo? Sono convinto che se c’è un dopo dobbiamo trovare le risposte adesso. In termini di utilità sociale. Questi due libri pongono domande, non danno risposte. Ma chiedono di cercarle insieme, le risposte. Per non essere lacerati dall’eterna inquietudine che Mario augura all’assassino di suo figlio».
Chiudere è toccato a me. Con il dispiacere per chi si è perso quello che è successo ieri tra quelle mura. Mura dell’anima e della memoria. Mura bianche come la vaniglia. Mura che non hanno chiuso, ma aperto alla certezza che si possa davvero fare qualcosa per cambiare questa realtà fatta di grigi, di colpevole contiguità, di colpevoli silenzi.
Domani saranno due anni.
Domani a Rizziconi ci stringeremo ancora intorno ai familiari e agli amici di Francesco per non perdere mai la memoria, che mai come domani sarà, per citare Octavio Paz, “un presente che non smette mai di passare”. Un presente che a volte non vogliamo vedere, che cerchiamo di negare perché dimenticare è più facile che ricordare.
Ma noi vogliamo continuare a ripeterci chi siamo. E soprattutto chi non siamo, chi non vogliamo essere.
LE IMMAGINI DELLA SERATA NEL FOTOSERVIZIO DI MARCO COSTANTINO




















































































ecco il sonoro lo scritto dell’immensa PB