da Giuseppe Falcomatà *
Puntuale, scontata, profeticamente da me già annunciata nel corso dell’ultimo consiglio comunale, è arrivata la nota polemica dei giovani consiglieri del Pdl. Al fine di non confondere lettori e cittadini su quanto da essi dichiarato, mi corre l’obbligo di replicare.
Ieri ho votato contro la proposta di destinare i proventi del Processo Meta alla riqualificazione dei beni confiscati. E spiego il perché.
Non mi pare un provvedimento concreto e attuabile nell’immediato. Si tratta, infatti, di una sentenza di primo grado e, come prevede la legge, quella somma potrà essere utilizzata dal Comune soltanto una volta espletati i tre gradi di giudizio.
È evidente quindi, conoscendo anche i tempi della giustizia italiana, che questi 2 milioni di euro, qualora la sentenza venisse confermata sia in Appello che in Cassazione, il Comune potrebbe utilizzarli tra dieci-dodici anni (volendo essere ottimisti). Non va dimenticato, infatti, che l’utilizzo della predetta somma è “vincolato all’incasso”, cioè la si può utilizzare solo dopo averla materialmente incassata. Mi chiedo, di grazia, come possa vestirsi dell’abito della “concretezza” un tale tipo di provvedimento.
Secondo aspetto: l’emendamento prevede che “se tali somme non saranno recuperate entro i prossimi due esercizi finanziari, il Comune manterrà comunque l’indirizzo politico volto alla riqualificazione dei beni confiscati”. Qui ci troviamo di fronte a quello che, nella sintassi della grammatica italiana, è definito il periodo ipotetico di terzo tipo, ovvero quello dell’irrealtà. Sarebbe un po’ come dire: “se entro i prossimi due anni la Reggina non vincerà la Champions League, non farò più l’abbonamento allo stadio”. Anche in questo caso, mi chiedo, come si possa essere, responsabilmente, a favore di tale scelta.
Sono, tuttavia, profondamente convinto che l’indirizzo politico volto alla riqualificazione dei beni confiscati alla ‘ndrangheta, possa e debba essere mantenuto a prescindere dal vincolo del Processo Meta. Questo si che sarebbe finalmente un segnale concreto e non un semplice pennacchio.
Per il resto, “de minimis non curat praetor”, dicevano gli antichi romani, il pretore non si cura di cose di poca importanza. Continuo pertanto, ad anteporre la politica alla sterile polemica che puntualmente scade sul personale. Questione di stile.
* Capogruppo Pd al Consiglio comunale Reggio Calabria











