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ARRESTI COSCA PESCE/ UN COLPO DIRETTO DALLA TESTIMONE DI GIUSTIZIA SUICIDA

È morta suicida, dopo avere ingerito acido muriatico, nell’agosto del 2011. Eppure le dichiarazioni della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola consentono ancora alla Dda di Reggio Calabria di assestare colpi pesanti alla cosca Pesce della ‘ndrangheta.

Maria Concetta Cacciola

Dopo gli arresti il 9 febbraio scorso di tre familiari di Maria Concetta Cacciola, accusati di averla sottoposta a vessazioni e violenze per indurla a ritrattare le sue dichiarazioni, oggi sono finiti in manette sei presunti affiliati alla cosca Pesce. Secondo i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, che hanno eseguito le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip su richiesta della Dda, i sei arrestati avrebbero svolto un ruolo significativo per fare in modo di sottrarre i beni del gruppo criminale, tra i piu’ noti ed attivi della ‘ndrangheta, intestandoli a prestanome, ad un possibile sequestro da parte dell’autorità giudiziaria.
Nell’ambito della stessa operazione sono stati sequestrati beni per un valore di un milione e mezzo di euro.
Uno dei provvedimenti non è stato eseguito perché riguarda un affiliato alla cosca che era già latitante, Giuseppe Pesce, di 32 anni, irreperibile dall’aprile del 2010. Delle altre sei ordinanze eseguite tre riguardano altrettante donne. Si tratta di Maria Rosa Angiletta, di 29 anni, Maria Carmela D’Agostino (32), e Maria Grazia Spataro (25). Insieme alle tre donne sono stati arrestati Giuseppe Fabrizio, di 38 anni, e Demetrio e Domenico Fortugno, di 60 e 31 anni.

Dalle indagini è emerso che Maria Rosa Angiletta, Maria Grazia Spataro e Maria Carmela D’Agostino risultano intestatarie di due imprese che sono tra quelle sequestrate dalla Dda. Ma per individuare totalmente il patrimonio della cosca Pesce, accumulato in decenni di attività illecite, la Dda reggina ha ancora tanto da lavorare, districandosi nel dedalo di incroci proprietari e false intestazioni studiato dai capi del gruppo criminale.
Dalle indagini è emerso, tra l’altro, un particolare curioso. Uno dei capi della cosca, Francesco Pesce, fratello di Giuseppe, aveva un’incontenibile passione per il Superenalotto al punto che non riusciva a rinunciarci neppure durante la latitanza, conclusasi il 9 agosto del 2011. Pesce, in due occasioni, come risulta dalle immagini che sono in possesso dei carabinieri, aveva delegato per effettuare le puntate Giuseppe Pronestì, figlio di Antonio, arrestato lo stesso giorno in cui avvenne la cattura di Pesce.

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