CROCI DEL SUD

Fame, povertà, obesità, migrazioni e conflitti: gli scenari futuri

In un mondo che ci vuol abituare (forzare?) a volare bassi, non guardare mai oltre il muro, occuparci delle nostre piccole rogne senza mai capire cosa succeda ai piani alti, succede ogni tanto che delle piccole gocce di resistenza riescano ad infiltrarsi. In questi giorni la rete franco-tedesca ARTE ha mandato in onda un programma sul tema della carne, mangiarne di più o di meno, conseguenze sanitarie ad alimentari e tutto il resto. E’un peccato che si tratti di una rete di nicchia, ma l’importante é che ci siano questi programmi e queste reti. Il discorso che veniva fatto confermava certi scenari pessimistici che adombriamo anche noi da alcuni anni. Nulla di nuovo sotto il sole, ma sentirlo dire anche da altre voci, fa sempre piacere.

Il punto d’attacco del servizio era molto eurocentrico, a partire dal consumo (crescente) di carne nei nostri paesi europei; da lì si continuava (con immagini molto crude) con le questioni legate al trattamento degli animali, durante l’allevamento e il macello (secondo alcuni gruppi francesi il 30% dei bovini macellati è ancora vivo nonostante il trattamento narcotizzante precedente, al momento di essere sgozzati e dissanguati). Ma poi si alzava il tono del ragionamento: i consumatori (cioè il mercato) vogliono più carne, e la vogliono a prezzi calanti. Questo obbliga a aumentare la produzione di foraggi e soprattutto a non preoccuparsi troppo come questi vengano prodotti. Gli autori ci portano quindi  a vedere le condizioni reali dove si producono questi foraggi, prendendo il caso della soia in Paraguay. Sopraffazioni, violenze, morti, trattamenti chimici defiguranti sono il prezzo da pagare per una espansione della produzione della soia transgenica parte della quale finisce nelle pance dei bovini e parte direttamente nei nostri piatti. Il portavoce del Commissario all’Agricoltura dell’Unione Europea giustifica la poca o nulla attenzione della nostra cara Europa con quello che succede laggiù con la solita vecchia storia: It’s the market, stupid! (E’il mercato, stupido! Se la gente vuole più carne, a prezzi più bassi, questa è la soluzione…). Quindi quando andiamo a farci la nostra bella bistecca, ricordiamoci dei contadini del Paraguay… ma non solo. Perché poi noi amiamo solo certe parti dell’animale (bovino, maiale o pollo che sia) e quindi ci ritroviamo con un eccesso di altre parti che noi non amiamo e non sappiamo cosa farne. Caso tipico il pollo. A noi piacciono i petti di pollo, ma molto meno le ali, carcasse e tutto il resto. Da qualche parte bisogna pur liquidarli. E allora subentra la politica di aiuti all’esportazione, che fa sì che questi resti si ritrovino in molti dei mercati africani, a prezzi più bassi di quelli di qualsiasi produttore nazionale. Risultato di questa concorrenza sleale è la progressiva eliminazione dei produttori africani. Paesi come la Nigeria tentano di resistere, ma il contrabbando di carne europea proveniente dai paesi limitrofi è tale che è evidente che si tratta di una guerra persa in partenza. Continuiamo con il ragionamento. Chi sono i principali produttori di carne in Africa, a parte gli allevatori del SudAfrica? Sono i pastori, quelle popolazioni nomade che rivendicano diritti storici sulle terre africane e sui pozzi d’acqua. In un periodo di crescente richiesta di terra (e di acqua) da parte delle multinazionali private o di paesi emergenti, questi gruppi pastorali, così come le comunità contadine locali vengono sempre di più viste come un problema, e mai come una soluzione. Sindacati ed organizzazioni contadine cercano di difendere i loro diritti, noi ci proviamo da parte nostra con qualche progetto, ma la realtà è che il pestasassi “mercato” e gli interessi di quelli che stanno sopra, li sta triturando pian piano. In questo modo il risultato della concorrenza sleale che facciamo noi europei attraverso i sussidi alle esportazioni di carne, fa sì che pian piano questi gruppi siano costretti ad abbandonare le loro produzioni perché la loro carne è più cara di quella importata. A questo poi si aggiungono le pressioni per prendere le loro terre, e il risultato finale è sempre lo stesso: la gente se ne va dalle campagne e pian piano risale fiumi e torrenti, arriva in città e dalle città arriva alle frontiere e dalle frontiere arriva a casa nostra… e noi qui non li vogliamo. Che facciamo? Li ammazziamo per risolvere il problema? Ma poi, problema creato da chi?

Riassumendo, il problema dei contadini senza terra del Paraguay, della soia transgenica che lì producono, è legato a filo doppio alla questione di cosa vogliamo trovare nei nostri piatti, e a sua volta ha dei legami stretti con quello che sta succedendo in Africa in termini di cacciar via i rurali e prendere le loro terre.

Volare alto vorrebbe dire capire come funzionano questi sistemi, come le principali variabili siano legate tra loro e come sia necessario avere una visione d’assieme del problema per provare a intervenire. Presi separatamente questi problemi non avranno mai soluzione, ma forse se inquadrati nella loro giusta dimensione internazionale si può pensare di mobilizzare la gente (i famosi consumatori, quelli che fanno il mercato), per spingere a un cambio di visione, politiche e comportamenti.

 

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