Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Daniel Pennac [Come un romanzo, 1992]
Si dice, si è detto, si continua a dire tutto e il contrario di tutto a proposito del mondo dell’editoria. Un mondo in cui esiste un rapporto totalmente squilibrato tra chi legge e chi scrive, a favore degli aspiranti scrittori, che in Italia superano abbondantemente il numero dei lettori. Un mondo in cui le grandi case editrici assorbono quasi l’intero mercato, peraltro asfittico, creando a tavolino fenomeni editoriali che diventano best seller senza essere – molto spesso senza neppure aspirare ad essere – letteratura, o quantomeno cultura. Un mondo in cui le istituzioni finanziano operazioni non sempre – quasi mai, a dire il vero – culturali, come si sono abituate a fare in questi decenni di partite di scambio sul groppone di Pantalone. Un mondo in cui i lettori fanno la fila nelle librerie per cinquanta sfumature di fenomeni di successo e poi si aspettano, quando a scrivere sono amici o conoscenti, di ricevere il libro omaggio, con ovvia dedica incorporata. Un mondo in cui i new media stanno mescolando ulteriormente le carte, invadendo il mondo dell’informazione on line con ebook, self publishing et similia. Un mondo, infine, in cui i piccoli editori sono portati, per scelta o per sopravvivenza, a trasformare il proprio ruolo in quello di stampatori, a pagamento. Un tanto al chilo.
Si è parlato anche di questo a Gerace, ieri, durante la tavola rotonda tra il sindaco Varacalli e gli editori presenti alla Fiera, ottimamente moderata da Maria Teresa D’Agostino, prima di ascoltare le suggestioni di Adele Cambria e Mimmo Gangemi.
Tanto si sarebbe potuto aggiungere, tanto non è stato detto, in un “maggio dei libri” che porta con sé tutte le contraddizioni tipicamente italiane che rendono ancora più drogato un settore, quello dell’editoria, in calo costante.
Leggere per me è un’urgenza, ancora più che scrivere. Leggere dovrebbe essere un’urgenza per chiunque, perché aiuta ad aprire la mente, a dare forma ai pensieri, a farsi domande, a cercare risposte. Invece i dati parlano chiaro: si legge sempre meno. E si scrive sempre di più, a volte in modo improprio perché, disabituandosi a leggere, chi scrive ignora l’esistenza di ottimi libri che trattano, spesso benissimo, gli stessi argomenti su cui si sta “faticando” per la pubblicazione. Producendo cloni quasi sempre peggiori degli originali. Ma soprattutto, quel che è peggio, disorientando il lettore.
Ieri ho fatto fatica a capire in che veste ero presente. Prevaleva, su tutte, l’abito della lettrice accanita. Quella di chi ruba spazio alla vita (ma in realtà ne aggiunge, come ha scritto Pennac) per crescere tra le pagine dei libri. Si mescolavano gli altri abiti: narratrice? dirigente delle istituzioni? editrice?
Quello che ho indossato oggi, prima di cercare il punto, è un quinto abito. Da giornalista. Un abito decisamente scomodo: è molto difficile, quasi impossibile restituire una fotografia reale del mondo editoriale senza pendere da una delle parti.
Se è vero che gli scantinati delle istituzioni locali sono zeppi di scatoloni di libri acquistati con l’unico obiettivo della fatturazione, se è vero che le biblioteche locali chiedono agli editori libri in omaggio perché non hanno fondi per acquistarli, se è vero che nelle scuole non viene fatta, fin dalle elementari, la necessaria alfabetizzazione alla lettura, se è vero che ogni giorno vengono editati numeri spropositati di libri, se è vero che librerie storiche e ultradecennali sono state costrette a chiudere, è altrettanto vero che in questo declino, invece di trovare una strategia valida per riassociare il valore della cultura a quello della lettura, ciascuno combatte la propria guerra tra poveri.
Così, mentre la Regione Piemonte, organizzando il Salone del Libro di Torino, il più importante evento annuale dedicato all’editoria, sceglie la Calabria come ospite d’onore, la Regione Calabria sembra confondere la cultura con la ‘nduja, almeno a leggere l’accorata denuncia di Franco Arcidiaco, direttore storico di Città del Sole, che proprio ieri denunciava, dalle pagine di Calabria Ora, i grandi rischi che a Torino la Calabria e la sua editoria vengano, di fatto, tagliate fuori anziché promosse.
Difficile dire cosa possa attirare il lettore medio a visitare lo stand della Calabria. Certo la ‘ndrangheta va di moda, tutti ne scrivono e ne parlano, tutti organizzano convegni e approfondimenti, tutti mettono in guardia a spiegano. Però la Calabria è tanto altro. E di quella Calabria pare essersi dispersa, almeno a livello nazionale, qualsiasi traccia.
Maggio è alle porte, con i suoi libri. Con i suoi granelli di sabbia, come li abbiamo definiti in sabbiarossa (ed ecco che indosso il più comodo, seppure controverso, abito da editrice). Certa che la macchina infernale di cui parlava Bobbio è anche e soprattutto viva nel mondo dell’editoria. E in qualche modo ciascuno di noi (in tutte le vesti) ha contribuito a costruirla.
Oggi è venuto il tempo di affidarsi al vento e a ogni granello di sabbia disponibile a sfidare il destino, in questo deserto che è diventato la cultura e la capacità di fare rete.
“Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia sollevato dal vento abbia fermato una macchina. Anche se ci fosse un miliardesimo di miliardesimo di probabilità che il granello, sollevato dal vento, vada a finire nel più delicato degli ingranaggi per arrestarne il movimento, la macchina che stiamo costruendo è troppo mostruosa perché non valga la pena di sfidare il destino”.
Norberto Bobbio













QUANDO LA TECNOLOGIA LA FA DA PADRONE: LA LETTURA DIVENTA SECONDARIA
Mi spiego, se “tu” diventi schiavo della tecnologia, leggere diventa un’azione puramente secondaria, con l’assoluta devianza di ciò che rappresenta il vero interesse per il contenuto di ciò che leggo.
Purtroppo, viviamo tempi dove tutto scorre velocemente e riversato in modo ridondante con i più disparati mezzi informativi, dove il tempo per la riflessione e la manifestazione della stessa perde, continuamente e sempre più, tendenzialmente, il vero significato di ogni attività umana che fa dell’apparire il perno centrale di ogni settore compreso quello della SCRITTURA.
In questi casi, probabilmente solo il contenuto potrebbe e dovrebbe superare ogni tentazione umana di essere deviati dal percorso mentale che ti porta a leggere piuttosto che a sfogliare pensando di aver letto.
Faccio un esempio se io penso di possedere delle qualità personali, tali da poterle considerare, quali quelle di un vero scrittore, credo molto sommessamente, di compiere un grave errore, se espongo la mia creatività artistica, da non confondere con la capacità di scrivere bene, con una “ECCESSIVA” esposizione di prodotti di ogni genere e forma, con l’insana idea della ricerca ossessiva del consenso attraverso il latente “ACCULTURATO” quale interlocutore/compratore in grado di far affermare la mia creatività è dunque di essere considerata degna di tale affermazione.
Penso che, come negli altri campi della vita, stiamo subendo, più di quanto possiamo aver immaginato, il dominio del mezzo sull’intelletto, quando questo non è fondato su un percorso di graduale crescita che da tempo immemore si basa più sulla riflessione che sulla velocità del pensiero.
In questo senso credo che la “RETE” sia diventata una vera propria trappola infernale, attraverso cui immaginare di liberare le proprie frustrazioni, consciamente o no, più per l’apparire che non per l’essere, immaginandosi che così facendo, si possa scavalcare qualsiasi filtro che possa servire a dare corpo e sostanza al proprio pensiero attraverso l’esercizio meccanico della scrittura.
In tal senso mi viene in mente, tanto per restare in tema strettamente locale, il dibattito della cosiddetta informazione culturale della rete, di qualche anno fa, quando in molti immaginavano che la nostra comunità si poteva finalmente affrancare dalla sua atavica condizione di “SUD-DITANZA” verso ogni attività, attraverso la nuova rivoluzione digitale, che il nuovo millennio, ci stava facilmente regalando, fin troppo facilmente per essere vera, al semplice costo di un abbonamento, quando anche per le più banali e piccole azioni quotidiane, eravamo e siamo ancora costretti a mendicarne il giusto ritorno, oltre ogni lecita forma e natura.
Ricordo perfettamente, tutti in coro a strillare – ORA O MAI PIU’- calabresi e reggini in particolare, che non abbiamo avuto mai nulla, ne in termini storici, salvo rare parentesi riferibili quasi esclusivamente alla cultura greca, dimenticandosi che noi eravamo anche prima e durante, ne in termini attuali, ridotti penosamente, anche in questo caso, ad essere considerati solo un popolo di lamentosi e oltre che omertosi, per ogni situazione anche per la più banale delle questioni da risolvere.
Commettendo il grave errore, a mio parere, di poter recuperare tutte le rivoluzioni che nel mondo nostro ci sono state con il semplice uso della RETE attraverso la tastiera.
Trasformando quello, che da sempre era mancato nelle nostre comunità, il dibattito ed il confronto vero, con la “CACIARA RIDONDANTE” di tipo multimediale sia dell’informazione che della produzione PSEUDOLETTERARIA o presunta tale.
In effetti si è verificato quello che nessuno poteva immaginare, tranne i più attenti, che più la “CACIARA” era alta più “TIZIO e/o CAIO”, diventavano importanti non solo nei vari circoli culturali cittadini anch’essi esplosi miracolosamente, magari per grazia ricevuta, senza riuscire in quello che attentamente sottolinea il suo articolo che oggi più che mai è aggravato dall’attuale crisi di sistema che ha generato la più spaventosa crisi economica che si possa ricordare e che segnerà in modo indelebile le nuove generazioni.
Il tema potrebbe farci parlare per ore, utilizzo il termine parlare proprio per non confondere questo scritto con qualcosa di alto e/o più attendibile, trattandosi invece di una semplice riflessione.
Immagino che se si vuol far crescere il popolo dei lettori, sia necessario insegnare IL PENSIERO LENTO, fin dalla tenera età, anche facendosi aiutare dalle nuove tecnologie, ma di aiuto deve trattarsi giacché, la differenza la deve fare solo quel senso critico che ognuno deve possedere, con quel giusto grado di umiltà e riverenza verso la scrittura e che, forse, tutti dovremmo avere prima ancora di apparire.
Per concludere, sorridendo, mi viene da dire:
NON E’ CHE SE FREQUENTO, Facebook, Twitter, BLOG, ecc ecc, DIVENTO AUTOMATICAMENTE IL PIU’ GRANDE SCRITTORE/PENSATORE DEL MONDO.
Immaginando che così facendo, possa in qualche modo, inconsciamente, RESTITUIRE LA CULTURA AL POPOLO e nel contempo, sempre inconsciamente, di affermare la mia dignità sulle mie frustrazioni di cittadino, culturalmente elevato, ingiustamente non considerato dal circuito che conta.
Il rischio che si può correre, è la classica “BOLLA” che in questo caso si può definire “BOLLA SCRITTURALE” e come tale, fenomeno di “BASSA CULTURA” perché priva di ogni filtro e leggibilità se non quella di chi mentre legge scrive su FACEBOOK e tutto il resto.
A VOLTE IL MULTITASKING FA IMPAZZIRE ANCHE I PIU’ ATTENTI, FRACASSANDO LE MENTI E NON SOLO LE DITA.
IL CONTENUTO PRIMA DEL MEZZO, LA PAUSA PRIMA DELLA VELOCITA’, LA MENTE PRIMA DELLA TASTIERA
Cordiali saluti
Ottima analisi, cara amica.
Ma non c’è bisogno di andare molto lontano per capire sia la malattia, sia le possibili cure. È un problema unico, e avvolge l’intero Paese — al di là della Letteratura —, un problema di “ignoranza voluta”, accuratamente costruita disfacendo la Scuola dalle fondamenta.
L’Italia negli ultimi 20 anni è stata dealfabetizzata costruendo SCIENTIFICAMENTE un popolo di consumatori ignoranti.
Ma per “curare” questo malato (un intero popolo), oltre a incidere dalle fondamenta della cultura (rimettere la Scuola al centro dell’«organizzazione-Paese»), bisogna ACCURATAMENTE EVITARE DI DEMONIZZARE LE NUOVE TECNOLOGIE. In breve: non è salutare demonizzare l’e-book.
La diminuzione delle vendite dei libri è strettamente connessa all’aumento del consumo di informazioni in formato digitale. Una spiegazione che dal punto di vista degli operatori di mercato risulta in un certo senso più preoccupante, perché strutturale e non congiunturale.
Uno smartphone di ultima generazione o un iPad sono portatili come un libro, e si usano in molte situazioni in cui potremmo altrimenti leggere un libro. Questo può effettivamente creare una concorrenzialità fra lettura di libri e uso di altri contenuti digitali attraverso strumenti portatili. Credo che la diffusione di tablet e smartphone di ultima generazione possa effettivamente rappresentare una concausa rilevante della flessione che il mercato del libro ha conosciuto negli ultimi mesi.
Questa situazione sposta all’interno dei dispositivi portatili, e all’interno delle loro situazioni di fruizione, la ‘battaglia dei contenuti’ che la forma-libro deve affrontare. Perché sui dispositivi portatili si continuino a leggere libri (tradizionali o arricchiti), OCCORRE RIUSCIRE A RENDERE MOLTO PIÙ VISIBILE, INNOVATIVO E CONCORRENZIALE IL MERCATO DEGLI E-BOOK. Credo sia significativo osservare che, mentre il calo nelle vendite dei libri fisici — magari senza i picchi così concentrati che hanno caratterizzato la situazione italiana degli ultimi mesi — sta investendo in maniera diffusa tutte le principali economie industrializzate, nei Paesi in cui il mercato e-book ha cominciato a svilupparsi in maniera più solida e con un’offerta più vasta e differenziata (Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania) la vendita di e-book, pur nell’ambito di un deciso mutamento nelle caratteristiche generali del mercato, sembra in grado di compensare il calo del cartaceo. Ma dove il mercato e-book è meno sviluppato, la perdita di lettori su carta non è compensata dall’aumento di lettori di libri elettronici. In altre parole: trovandosi davanti a un tablet come l’iPad, per il quale i libri elettronici disponibili in italiano sono ancora relativamente pochi, poco visibili, poco pubblicizzati e non necessariamente facili da acquistare e usare, l’utente si orienterà verso altre tipologie di contenuti digitali.
Gli editori devono abituarsi ad affrontare la “concorrenza/convivenza” fra libro e altri contenuti digitali all’interno dei dispositivi di lettura, e per ora non sembrano affatto attrezzati a farlo. (Anche perché non ci hanno tutt’ora capito un accidente.)
Come ben sai, amico caro, niente è più distante da me della demonizzazione degli e-book. Certo, conservo un “feticista” bisogno di annusare e toccare i libri che leggo, e non riesco a separare il concetto di lettura da quello di carta. Ma sono convinta che per alcuni settori (soprattutto di studio e di approfondimento) l’ebook rappresenti una vera rivoluzione, oltre che una vera – e sacrosanta – democratizzazione all’accesso della cultura.
Il problema non è tanto lo strumento (carta, audio, formati elettronici: ogni supporto va benissimo, purché accompagni la e alla lettura), ma il modo in cui viene utilizzato. L’ebook, molto più accessibile dall’altra parte della barricata (chi scrive e vuole pubblicare) in qualche modo costringe anche i piccoli editori al ribasso: per rimanere sul mercato si trasformano, oggi più di ieri, in stampatori. Dimenticando l’amore e la cura di ogni manoscritto, che prima di diventare libro ha un percorso segnato. Dovrebbero, invece, proprio come tu suggerisci, attrezzarsi verso le nuove tecnologie, ed integrare le proprie offerte con i nuovi supporti.
Fermo restando che chiunque ha diritto a pubblicare ciò che vuole, e ben venga uno strumento che permetta di non passare sotto la scure degli editori, e di liberarsi dal loro gioco. Ma gli editori, se vogliono essere riconosciuti come editori, hanno il dovere di lavorare per la qualità, per garantire ai propri lettori un prodotto eccellente e non, come spesso capita, un logo in copertina che esaurisce il loro apporto al manoscritto.
Hai idea di quanto sia mortificante, da editore, sentirsi chiedere un preventivo per la pubblicazione, da aspiranti autori che fanno il giro per capire chi è più conveniente? I nostri 8 titoli sono 8 scommesse. Ciascuno ci è costato, oltre l’investimento, un anno intero di lavoro editoriale. Sono certa che il risultato sia più che evidente.