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Anniversari che ancora non ci insegnano il dolore collettivo

Tre anni fa veniva assassinato Francesco Maria Inzitari. Un'altra data che si aggiunge alle troppe dalle quali non riusciamo a imparare che solo tutti insieme potremo sopportare il dolore e impedire che se ne aggiunga altro. Lea Garofalo, Gianluca Congiusta, Dodò Gabriele, Massimiliano Carbone e le tantissime vittime innocenti della 'ndrangheta sono una ferita aperta della nostra società

Un altro 5 dicembre. Il terzo. Si aggiunge al terzo 24 novembre. Al settimo 24 maggio. Al terzo 25 giugno. All’ottavo 24 settembre. E a tutti gli anniversari – troppi, davvero troppi – in cui il dolore vivo e immortale, quello sì, dello strappo si riconficca nelle viscere dei familiari delle vittime innocenti di ‘ndrangheta.
Talmente forte e assoluto, quel dolore, da propagarsi all’infinito. Un urlo sordo, un’impotenza cieca. Come noi. Noi che inseguiamo le nostre quotidianità per cercare di cancellare il ricordo. Per fingere che quei dolori non ci appartengano, che non ci appartengano quegli strappi. Che sia cosa loro, e non cosa nostra.

Ormai non conto più gli anniversari degli omicidi di ‘ndrangheta. Ormai Francesco, Lea, Gianluca, Dodò, Massimiliano sono solo i primi di un elenco che sembra non finire mai. E sono i primi perché tocco, respiro, vedo, annuso il dolore delle sorelle, dei fratelli, dei genitori, dei parenti di chi è stato vittima di uno ius sanguinis che non dovrebbe esistere. Di chi ha pagato con la vita, propria e della famiglia, solo perché invece che nascere a Vigevano o Cantù è nato in terra calabra.

Vorrei essere capace anche io di cancellare quest’ansia. Vorrei poter pensare che oggi è un giorno come un altro, in cui rincorrere, come sempre, le piccole inquietudini quotidiane, i piccoli giochi tristemente umani di cui è intrisa la nostra società.
E invece no. Invece ogni anniversario mi travolge per urlarmi la mia impotenza. E la mia colpa, la colpa di una società che non ha fatto e continua a non fare abbastanza per poter evitare altri dolori.
Qualcuno oggi, come negli altri giorni che dovrebbero diventare giorni della memoria collettiva, sprecherà un sospiro per archiviare il ricordo di Francesco. Per spingerlo in una parte sepolta dentro, nascosta quanto basta perché non faccia male.
Qualcuno avrà neppure un pensiero. Qualcuno, come il suo assassino ancora senza nome, arriverà persino a sprecare un sorriso.

La bataille de l'Argonne di René Magritte, 1964

Proprio ieri parlavo con una cara amica. Mi diceva che le storie di ‘ndrangheta tolgono la speranza. Che non c’è speranza. Che le vittime innocenti sono state lasciate colpevolmente sole. Cercavo di convincerla (o cercavo di convincere me stessa?) che anche piccoli segni di cambiamento possono essere letti come segni di speranza.
Stamattina ho molti dubbi in merito alle mie parole. Stamattina penso a Leonarda, Nicoletta, Maria e Pasquale, che stanno piangendo senza lacrime alla messa in ricordo del loro Ciccio. Penso a questo pomeriggio, quando sarò ancora a Rizziconi, nella serata organizzata per lui. Penso al 16 ottobre, il suo compleanno, quando avevo sperato che come regalo postumo qualcuno portasse giustizia. Almeno quella. E tutto si confonde.

Stamattina avrei bisogno che qualcuno mi dicesse che dobbiamo crederci. Che valga la pena continuare a parlare delle nostre vittime innocenti. Che serva di monito. Che aiuti a scuotere le coscienze davvero. Che Francesco, Lea, Gianluca, Dodò, Massimiliano e tutte le vittime innocenti della nostra indifferenza possano indicarci la strada. Possano aiutarci a fare tutto il possibile e l’impossibile perché non debbano aggiungersi altri anniversari a questi.
E mi viene una sola parola, quella con cui Lea ha chiuso la lettera di aiuto indirizzata al Presidente della Repubblica. “Please!”

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