«Prendo atto della decisione dei giudici, che rispetto ma che non posso assolutamente accettare, ribadendo ancora una volta la mia completa estraneità ai fatti contestati. La presunta tentata truffa che avrei commesso si basa su atti che non recano la mia firma ma quella di un’altra persona che, imputata nello stesso processo, è stata assolta. Par di capire che i giudici hanno ritenuto che chi ha firmato le carte incriminate lo avrebbe fatto su mia istigazione e senza volerlo, cosa abbastanza difficile da credere quando parliamo di figure apicali aventi una diretta responsabilità nella gestione di un servizio delicato come può essere quello di un pronto soccorso.
A questo punto, non intendo sottrarmi neppure a un’ulteriore valutazione di merito: quei presidi sanitari, che non ho mai ordinato né imposto ad altri di ordinare, erano comunque utili e, anzi, indispensabili per una struttura fondamentale come quella del pronto soccorso dell’ospedale di Locri.
Mi auguro adesso che la sentenza venga depositata rapidamente, per poter procedere in tempi brevissimi a ricorrere in appello, dove sono certa che verrà pienamente riconosciuta la mia innocenza, dando anche una risposta alle tante persone che continuano a sostenermi.
In attesa di tutto ciò reputo doveroso autosospendermi da ogni da ogni incarico di partito, dal gruppo parlamentare e anche da iscritta del Partito Democratico. Lo faccio per rispetto al Pd, lo faccio per evitare qualsiasi speculazione politica ulteriore e lo faccio per avere ampia possibilità di difendere la mia rettitudine e la mia trasparenza professionale ed umana ancor prima che politica.
Non pensavo di dover pagare anche questo tributo all’impegno per la legalità e la lotta a qualsiasi forma di criminalità, a cominciare da quella mafiosa, impegno che io in prima persona, e prima di me mio marito, abbiamo sempre portato avanti senza defezioni e senza tentennamenti. Purtroppo è ancora lunga la strada che devo compiere e la battaglia che devo ingaggiare in difesa della verità ma non ho dubbi sul fatto che alla fine verità e giustizia riuscirò ad ottenere». [06/10/2012 17:30]
la condanna: 2 anni di reclusione, pena sospesa
La deputata del Pd Maria Grazia Laganà è stata condannata a due anni di reclusione, pena sospesa, dal Tribunale di Locri per truffa, falso ed abuso. Maria Grazia Laganà, vedova di Franco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale calabrese ucciso a Locri il 16 ottobre 2005, era imputata in qualità di ex vice direttore sanitario dell’Azienda sanitaria di Locri per una presunta truffa compiuta nell’estate 2005 ai danni dell’ente per forniture di materiale.
Al momento della lettura della sentenza la parlamentare non era in aula. Nessun commento è stato fatto dai suoi legali.
Il tribunale ha poi condannato, a un anno e quattro mesi per falso e abuso, Pasquale Rappoccio, ex titolare della Medinex, la ditta fornitrice di materiale sanitario che avrebbe beneficiato degli appalti illeciti e l’ex dirigente dell’Asl di Locri, Maurizio Marchese. Assolti, invece, altri due ex dirigenti dell’Asl di Locri, Albina Micheletti e Nunzio Papa.
Il pm Giuseppe Adornato, nella sua requisitoria, aveva chiesto la condanna di Maria Grazia Laganà a tre anni, quella di Marchese e Rappoccio a due anni e l’assoluzione di Papa e Micheletti.
L’inchiesta che ha portato al processo concluso oggi, era stata avviata nel 2006 dopo la relazione del prefetto Basilone, nominato commissario all’Asl di Locri in seguito allo scioglimento dell’Azienda disposto all’indomani dell’omicidio di Francesco Fortugno. [06/10/2012 14:00]
Maria Grazia Laganà poche ore prima della sentenza: accuse non vere
“Le accuse che mi sono state rivolte non sono vere”. Lo ha detto la deputata del Pd Maria Grazia Laganà, facendo dichiarazioni spontanee ai giudici del Tribunale di Locri che la stanno processando per truffa e falso in qualità di ex vice direttore sanitario dell’Azienda sanitaria di Locri per una presunta truffa ai danni dell’ente in merito a forniture di materiale. Nel pomeriggio dovrebbe essere emessa la sentenza.
Maria Grazia Laganà, vedova di Franco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale ucciso a Locri il 16 ottobre del 2005, ha sostenuto, in particolare, che non sono vere le accuse mosse nei suoi confronti dall’ex dirigente sanitaria dell’ospedale di Locri, Albina Micheletti, che ha riferito in aula di essere stata chiamata, nell’estate del 2005, dalla Laganà alla presenza di Fortugno, per parlarle di una fornitura per il pronto soccorso. La teste aveva anche detto che una volta constatata la quantità del materiale aveva fatto denuncia.
“Non sono vere – ha detto stamani la Laganà – le accuse della Micheletti. Non l’ho costretta a fare quell’ordinativo. Io e mio marito non abbiamo mai avuto rapporti con lei né sul piano personale né su quello professionale. E non abbiamo avuto rapporti neanche con Pasquale Rappoccio che tra l’altro è di una parte politica distante dalla mia”. Rappoccio è l’ex titolare della Medinex, la ditta fornitrice di materiale sanitario che avrebbe beneficiato degli appalti illeciti, ed è anche lui imputato nel processo. La deputata del Pd ha quindi parlato del marito per dire che “ha sempre pagato per gli alberghi nei quali alloggiava in occasione di convegni o di manifestazioni e come primario del pronto soccorso era una persona costante e seria sul lavoro.
Come medico e come politico è stato anche autore di una serie di denunce sulla gestione della Asl di Locri che poi sono finite nel nulla”.
La parlamentare, dopo le dichiarazioni spontanee ha lasciato l’aula per impegni personali e professionali. Subito dopo ha iniziato a parlare l’avvocato Luca Maio, difensore di un altro imputato, l’ex direttore amministrativo dell’Asl Maurizio Marchese. Nel processo sono imputati anche un funzionario amministrativo dell’ente, Nunzio Papa, e un medico dell’ospedale, Alvina Michelotta. L’inchiesta che ha portato al processo fu avviata nel 2006 dopo la relazione del prefetto Basilone, nominato commissario all’Asl di Locri in seguito allo scioglimento dell’Azienda disposto all’indomani dell’omicidio di Fortugno. [06/10/2012 11:10]
l’attesa della sentenza per sabato 6 ottobre
Sarà emessa sabato la sentenza del Tribunale di Locri (presidente Alfredo Sicuro) a carico della deputata del Pd Maria Grazia Laganà, imputata di truffa e falso nella qualità di ex vicedirettore sanitario dell’ospedale. E’ quanto è stato deciso dal collegio a conclusione dell’udienza di stamattina del processo.
L’ultimo a parlare, sabato, sarà l’avvocato Luca Maio, difensore di Maurizio Marchese, ex dirigente dell’Asl di Locri.
Stamattina, in difesa di Maria Grazia Laganà, è intervenuto l’avvocato Antonio Mazzone, il quale ha chiesto l’assoluzione della deputata sostenendo la sua estraneità ai fatti contestati. Anche gli altri avvocati hanno chiesto l’assoluzione dei loro assistiti.
A conclusione dell’udienza sono intervenuti i legali dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria, parte civile nel processo, che hanno chiesto un risarcimento di 200 mila euro a carico degli imputati che saranno eventualmente condannati.
la richiesta di mercoledì 3 ottobre
Tre anni di reclusione: è la richiesta di condanna fatta dal pm Giuseppe Adornato nei confronti della deputata del Pd Maria Grazia Laganà, imputata di truffa e falso nella qualità di ex vice direttore sanitario dell’Azienda sanitaria di Locri per una presunta truffa ai danni dell’ente in merito a forniture di materiale.
Maria Grazia Laganà è la vedova di Francesco Fortugno, l’ex vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria ucciso a Locri il 16 ottobre del 2005.
La condanna a due anni di reclusione è stata chiesta per l’ex dirigente dell’Asl di Locri, Maurizio Marchese, e per Pasquale Rappoccio, ex titolare della Medinex, la ditta fornitrice di materiale sanitario che avrebbe beneficiato degli appalti illeciti.
L’assoluzione è stata chiesta, invece, per altri due ex dirigenti dell’Asl di Locri, Albina Micheletti e Nunzio Papa.
La sentenza, che avrebbe dovuto essere emessa oggi, slitterà per l’assenza di uno dei difensori di Maria Grazia Laganà, Luca Maio, colpito da un lutto familiare. Assente al processo, per lo stesso motivo, anche Maria Grazia Laganà, legata da vincoli familiari alla stessa persona deceduta.












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