Attualità

Un 9 maggio denso di significati. Dedicato a Peppino Impastato, che cercò di educarci alla bellezza

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.

Peppino Impastato

Trentacinque anni fa, il 9 maggio 1978, veniva ucciso dalla mafia, a Cinisi, il giornalista Peppino Impastato. Aveva appena trent’anni: era nato, sempre a Cinisi, il 5 gennaio 1948.
Lo stesso giorno fu ritrovato, in via Caetani a Roma, tra piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure, il cadavere di Aldo Moro, dentro il portabagagli della R4 rossa che ha segnato un vero spartiacque nella storia della Repubblica italiana.

Ancora aspettiamo di conoscere la verità del caso Moro, e forse, dopo la recentissima morte di Giulio Andreotti, sarà impossibile ricostruirla per intero.
Sono passati anche molti anni per restituire la memoria di Peppino Impastato e al tanto che ha fatto per la legalità e contro la mafia in Sicilia. Il cammino è iniziato nel 2000, con il film “i cento passi” diretto da Marco Tullio Giordana. Nel 2002 la giustizia italiana ha condannato Gaetano Badalamenti all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Giuseppe Impastato. Badalamenti fu il capo della cosca mafiosa di Cinisi in provincia di Palermo e ha diretto la “Commissione” dal 1974 al 1978, condannato nel 1987 negli Stati Uniti a 45 anni di reclusione in una prigione federale per essere stato uno dei leader della cosiddetta “Pizza connection”, un traffico di stupefacenti del valore di 1,65 miliardi di dollari che, dal 1975 al 1984, aveva utilizzato pizzerie come punto di distribuzione. Prima di giungere alla condanna, il caso di Giuseppe Impastato fu archiviato due volte, nel 1984 e nel 1992.

Una data da non dimenticare, il 9 maggio. La stessa in cui, trent’anni fa, il 9 maggio 1993, papa Wojtyla, nella Valle dei Templi di Agrigento, invitò a rifiutare quella che definì la “civiltà della morte”, parlando direttamente ai mafiosi, colpevolizzandoli per le sofferenze subite dagli stessi siciliani e accusandoli di non aver rispettato la parola di Dio: «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!».

 

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