non c'è spazio per zone grigie
la 'ndrangheta davanti all'altare
Benvenuto, Monsignor Morosini, nella città dello Stretto. Non ero in Calabria, ieri, altrimenti sarei stata anche io là, ad assistere al suo insediamento. Per fortuna esistono i giornali e i giornalisti, che mi hanno restituito le sue parole, le emozioni del passaggio del pastorale, la fotografia che mons. Iachino ha fatto di Reggio, che «ha tanti pregi e tante risorse ma anche tanti limiti, fragilità e insufficienze», e proprio per questo «ha bisogno della guida sicura e dell’autorevole fermezza del Pastore, che certamente saprà scuotere le coscienze della nostra gente ed essere punto alto di riferimento per far rinascere la speranza, per offrire una mano a chi ha bisogno di uscire da quella pericolosa e diffusa rassegnazione, che accetta passivamente la cultura della prepotenza e la convivenza con organizzazioni mafiose e delinquenziali, che umiliano la dignità e l’intelligenza soprattutto dei più deboli, rifugiandosi nell’alibi del “non c’è nulla da fare”».
I giornalisti, sì. Quelli cui appartiene anche “certa stampa” che, un anno esatto fa, lei chiamava in causa, dicendo “non ci lasceremo intimorire dalla stampa che aspetta da noi solo parole di disprezzo che non diremo mai, mai, mai”. La stessa stampa che da Polsi lei ha invitato “ad avere onestà intellettuale e a smettere ormai di parlare di queste cose”, definendo la nostra abitudine di raccontare “un discorso trito e ritrito su cui non vale più la pena di ritornare”.
Benvenuto, Monsignor Morosini, nella città dello Stretto. Benvenuto perché le sue parole di ieri mi hanno ricordato le parole pubblicate nei Taccuini postumi di Albert Camus: «Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che si cambi in esempio».
Noi stiamo cercando da tempo quell’esempio. Quegli esempi, in realtà: ne abbiamo raccontati tanti, di pastori che seguono in pieno l’insegnamento di don Italo Calabrò, “nel coraggio dei pastori la gente ritrova il suo coraggio”. Purtroppo, nel nostro raccontare la ’ndrangheta davanti all’altare abbiamo trovato anche tanti pastori persi, che non badano al gregge o, peggio ancora, vanno a braccetto con i lupi. Non sono discorsi triti e ritriti. E adesso lo sostiene anche lei, quando dice “la ’ndrangheta è un male dal quale o si esce tutti assieme o non si esce mai”.
Benvenuto, Monsignor Morosini, nella città dello Stretto. Benvenuto perché da laica non posso che condividere le sue parole. «È necessario che i cristiani si scuotano e comprendano che non si può più andare avanti in questa grave commistione» lei ha detto ieri, spiegando che la commistione è quella tra “sacro e criminalità organizzata”. Ed ha aggiunto: «La Chiesa continuerà a dare il suo contributo in questa lotta, anzitutto allontanando ogni minimo dubbio di connivenza diretta o indiretta dei suoi rappresentanti con il malaffare; ci impegneremo poi nella formazione delle coscienze perché non ci sia commistione tra fede e malavita».
Benvenuto, Monsignor Morosini. Benvenuto per averci ricordato con le sue parole quanto sia importante dare l’esempio. Benvenuto perché sono certa che i fatti seguiranno le parole, affinché non vi siano eccezioni alla regola dell’altare che si oppone fermamente alla ’ndrangheta, aiutando il popolo di Dio e della Calabria a liberarsi dai grigi delle commistioni.
“A volte sappiamo quello che dobbiamo fare, ma non ne abbiamo il coraggio. Impariamo da Maria la capacità di decidere, affidandoci a Dio” ci ha insegnato Papa Francesco. Dobbiamo, vogliamo imparare. Tutti insieme. In fondo, è stato proprio Papa Francesco a dirci che “i preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati”. Dalla Chiesa che resiste, che sconfigge chi si volta dall’altra parte.
Benvenuto, Monsignor Morosini, nella città dello Stretto.












UNITI SI VINCE, BENVENUTO MONSIGNORE: CU GUERRA E CU PACI STA FESTA SI FICI STA FESTA SI FACI
Certo però ricurdativi riggitani, purtativi puru i vostri bulletti, spazzatura, acqua e casa, apposta ri sordi mintitici i bulletti ri tassi nto velu i nostra avvucata santissima,
OPPURU, CUANDU RRIVA NTA DDA SRANA PIAZZA, CHI CHIAMUNU RA CUNSIGNA, SVINTULAMULI NTA L’OCCHI I CHIDDI CHI NDI RASSARU PI SO MANII I GRANDIZZA E GNURANZA CA SCORCIA.
St’annu a grazia cchiu randi chi nci putumu circari esti, si poti, mi nci faci pagari a chiddi chi ancora passiunu arretu ridda mmucciati arretu e soliti risi e occhiali niri mpenitenti.
Forza riggitani u satizzu è prontu, avanti ora e sempri W a Maria.
I sta festa, ca so bella passiata supra o corsu borbonicu, nesci u prossimu SINDICU, ca cravatta ma puru senza, sciglitulu bbonu riggitani, pirchi ropu i sta festa potessiri chi o populu sovranu, non nci restanu mancu l’occhi pi ciangiri.
Benvenuta Madonnina mia,
Ieu a razia ta cercu tutti l’anni ma nenti non ncesti speranza ogni annu sunnu sempri i stessi arretu a tia, a parti i commissari.
una cosa mi sfugge
non riesco a capire se è più forte il pugno di ferro o il guanto di velluto
se ho inteso le tue parole complimenti: un ottimo modo di menare con la croce