da Danilo Greco, ass. Terra Futura —
La Calabria, per i suoi 780 km di costa, ancora prima che per la natura lussureggiante delle sue montagne, ancora prima che per i suoi antichi borghi, è una terra vocata al turismo. Di solo turismo potrebbero vivere i calabresi, ma, dati alla mano, questo non è.
La Calabria rimane meta sconosciuta ai flussi turistici provenienti dall’estero, la nostra regione viene saltata a piè pari quasi non si trattasse di Italia, dalla Campania si passa subito alla Sicilia. Eppure, niente avremmo da invidiare alle nostre regioni sorelle se non una loro migliore capacità di sfruttare le risorse del territorio. Noi, siamo il sud del sud. La mancanza di strategia di una classe politica clientelare e inadeguata ha determinato l’assenza di investimenti orientati a sviluppare quella grande risorsa che è il turismo. Le bellezze della Calabria non vengono promosse all’estero, non vengono tutelate sul territorio, rimaniamo fuori dal circuito delle grandi catene alberghiere, fuori dal circuito dei tour operator internazionali, le nostra infrastrutture non sono degne di un paese civile. Ad oggi, abbiamo un traffico aereo corrispondente a 3 milioni di passeggeri, quando, se volessimo fare un paragone con la Sicilia, dovremmo averne proporzionalmente almeno 4 milioni e 800 mila. E’ del tutto evidente che esiste un potenziale inespresso tale, da poter risollevare il destino della nostra terra.
Da qualche giorno sta girando in rete un’illuminante intervista al Product Manager di un’importante tour operator americano, questa intervista merita tutta la nostra attenzione poiché ci da modo di capire alcune dinamiche viziose che riguardano il turismo in Calabria.
Ecco alcuni brani tratti dall’articolo di Francesco D’Amico, in cui viene riportata l’intervista.
“In Calabria non c’è poi così tanto turismo e uno dei motivi principali è la mancanza di pubblicizzazione. Con 5 anni di esperienza collaborativa con le varie branche del governo italiano che si occupano di turismo, posso dire che la Calabria è stata una delle poche regioni a non inviare nessun tipo di materiale e non ha mai partecipato ai workshop turistici. Solo con l’educazione e la pubblicità si porta il turismo in una determinata area. Al momento gli unici americani che vanno in Calabria sono quelli con radici; i loro nonni o i loro bisnonni sono nati lì.
Secondo me, anche i pregiudizi sulla mafia spiegano il poco turismo. Gli americani hanno paura di venire in Calabria, pensano che una volta arrivati in questa regione potrebbero essere attaccati, derubati o uccisi dai mafiosi. La Sicilia ha anch’essa problemi relativi alla mafia, ma lì il turismo va a gonfie vele. Perché? Perché la regione educa le persone. Loro vengono negli Stati Uniti e fanno vedere video, immagini, etc., raccontano storie che attirano l’interesse degli americani facendo venire la voglia di visitare quella terra. Gli americani conoscono i nomi delle città siciliane… ma non quelli delle città calabresi. Lavoro ancora in quel settore e quando parlo con potenziali clienti, solo il 5% di loro chiede della Calabria – ma solo perché vogliono vedere la terra dei loro antenati.
Ho provato ad organizzare un tour comprendente la Calabria ma, a causa dei troppi ostacoli, ho dovuto lasciare stare. La mia compagnia si occupa di turismo da più di 50 anni e abbiamo accordi commerciali con centinaia di hotel in tutto il mondo… ovviamente, quelli calabresi sono stati gli unici in assoluto a richiedere un anticipo dei pagamenti 60 giorni prima dell’arrivo dei clienti. La Calabria ha tanto da offrire ma, purtroppo, se non hai parte della tua famiglia lì, non lo saprai mai.”
Il tour operator ci informa che solo chi ha origini calabresi viene qui in vacanza. Gli stereotipi sulla mafia inibiscono l’interesse dei turisti, la mancanza di promozione fa il resto. La Calabria non investe su se stessa e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Starà alla nostra generazione il compito di invertire questo modello di non sviluppo, starà a noi prenderci la responsabilità di credere in questa terra, di non abbandonarla, di conquistare per lei, il ruolo che le spetta, di meta turistica e polo strategico al centro del Mediterraneo.












Ohi !, Ohi !, Ohi !, mi verrebbe da tradure così quella O.I.. Sono calabrese, da oltre quaranta emigrato per motivi di lavoro in Puglia. Certo, le altre regioni del meridione di Italia possono tirare un sospiro di sollievo finché c’è la Calabria. E non solo in tema di turismo. Strade? è ultima, aereoporti? è ultima, collegamenti ferroviari? è ultima, ospedali? è ultima, socio-sanitario? è ultima. Anche se non dovesse essere vero! Mi fermo. Eppure, quando giro per il mondo noto che ai posti di comando, decisionali, la percentuale di calabresi è ben superiore, in percentuale, a quella di altre regioni che hanno, come la Calabria, pagato lo scotto della emigrazione. Allora perché?, perché l’analisi di O.I. non fa una grinza? Si tratta di incapacità nostra? di ‘ndrangheta? di scarso livello culturale e scolastico? Non credo. Penso si tratti di una atavica indolenza, o meglio, diffidenza, verso il nuovo, verso il cambiamento. Una atavica paura del “forestiero”, visto soltanto come persona da “scippare”, là, in quel momento. Il domani? boh! chissà!.
Certo dovremmo fare una analisi sociologica un pò più approfondita. A noi piace solo lamentarci. Ma rimboccarci le maniche? quando? e perché? “Tanto ci deve pensare lo Stato!”
ma quando lo stato non solo non ha potenziato le linee ferrate, ma ha addirittura eliminato i 3 (tre) soli treni che collegavano la Puglia a Reggio Calabria, perchè quelli che protestavamo siamo rimasti vox clamans in deserto? perché non c’è stata una sollevazione popolare?, perché il Vescovo, mi pare, di Locri non ha avuto seguito, nemmeno con i suoi parrocchiani? E gli onorevoli e senatori calabresi dove erano? ed il Governatore e la giunta calabrese dove erano ed sono rimasti silenti anche alle proposte di soluzione che venivano offerte? e perché non è ancora nemmeno programmata l’autostrada di collegamento Taranto-Cosenza? e perché l’autostrada non si riesce mai a completare tanto che ogni tanto mi “diverto” (sic!) a definirla la Salerno – Reggio Ca-mai?
Ora è chiaro che si tratta di fare inestimenti: investimenti sul piano culturale, investimenti nella programmazione dello sviluppo delle strutture ricettive, investimenti nelle infrastrutture e nei collegamenti, investimenti nella promozione delle nostre bellezze (mari, monti, laghi), investimenti per la rilevazione e valorizzazione dei tesori archeologici, (che non sono solo i Bronzi di Riace, anche! ma non solo!), investimenti per la esaltazione dei prodotti tipici, a cominciare dalla “salama e la ‘nduja” per andare al vino, alle castagne, alla liquirizia e senza dimenticare le stazioni termali, ecc.
Mi si dirà, dove si trovano i soldi per fare questi investimenti? Intanto sapendo utilizzare i fondi e le provvidenze comunitarie ( anche qui la Calabria non è ai primi posti per la capacità di spesa) e , poi, basta cominciare a qualificare la spesa: soldi portano soldi. Senza spendere e spandere, per esempio, come ho avuto modo di dire 50 anni fa (e per questo sono stato sottoposto a pubblica censura!) alle spese inutili per le gare “dei fuochi artificiali” ed a cominciare a pensare che, forse e senza forse, i santi sarebbero più contenti di sapere che migliaia e migliaia di euro (all’epoca milioni e milioni di lire) vengano destinati ad opere di pubblica utilità o di carità cristiana o ad opere sociali piuttosto che a sconvolgere il sonno degli angeli e dei santi su in cielo. Vogliamo leggere un pò i bilanci degli enti pubblici? e non solo?
Rocco Matarozzo
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