IL GIOCO DELLE PERLE DI VETRO

La 27ma ora della Chaouqui raccoglie indignazione in tutta la Calabria. Condanna anche da Renate Siebert: tesi razziste

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l'articolo incriminato della Chaouqui l'articolo incriminato della Chaouqui

Ho letto stamane la lettera della nostra conterranea fuggita dalla Calabria. Ho letto le sue esternazioni su questa terra disagiata e barbara, dove gli uomini dettano legge e le donne sottomesse resistono come possono pregando di non generare altre condannate a morte ma figli maschi. Quelle stesse donne che cercano poi di facilitare la fuga delle loro figlie femmine, aiutate da quei padri che lavorano duramente per agevolare questa fuga. Ho inteso una contraddizione in questo suo dire: se i padri, in quanto uomini e padroni, sono quelli da cui fuggire perché poi lavorerebbero per far fuggire queste figlie il cui solo diritto è tacere proprio perché “fimmine”?

Leggendo quelle righe ho pensato che forse erano righe tratte da qualche novella ottocentesca di verghiana memoria, non può dipingere la Calabria di oggi e soprattutto le donne calabresi di oggi. Ma quel che più mi ha colpito è che tutte queste parole di condanna sono frutto dell’orrore suscitato dall’efferato delitto di Fabiana Luzzi. Mi ha colpito perché non sono riuscita a scorgere l’attinenza tra l’omicidio di una 16enne e il fatto che fosse nata in Calabria. Ecco questo non sono riuscita proprio a comprenderlo. Che un assassinio possa avere una marchio geografico e l’assassino avere nel proprio Dna il gene dell’omicidio perché nato in una terra e non in un’altra, penso sia quanto di più pernicioso possa diffondersi tra l’opinione pubblica.

Il perché un ragazzo di 16 anni si trasformi in un assassino a sangue freddo andrebbe forse spiegato dagli psichiatri, perché qualcosa deve scattare nella mente di qualcuno che può perpetrare un abominio simile perdendo la propria umanità. Ma pensare che tutto questo sia avvenuto per una sorta di cattiva eredità genetica indotta dal luogo in cui si nasce non solo sminuisce la portata del fatto criminoso ma induce uno sgravio di responsabilità che non possiamo permetterci.

Io sono nata in Calabria e sono una donna. E ho conosciute altre donne calabresi, fiere, forti orgogliose e combattive. E ho conosciuto uomini calabresi meravigliosi le cui figlie, mogli e madri sono e saranno sempre regine.

Il “femminicidio” è il frutto di una pessima percezione dell’altro come entità indipendente con propri pensieri e proprie esigenze, è frutto di un malato senso del possesso, e purtroppo per noi non possiede marchi geografici. Queste interpretazioni facilone e intrise di luoghi comuni pregiudicano il senso critico e impediscono una vera presa di coscienza. È come nascondersi sotto una coperta mentre fuori infuria la bufera. L’omicidio di una ragazzina è una barbarie ovunque avvenga, e non ci sono giustificazioni, o spiegazioni, antropologiche e sociali che tengano.

Non so perché la mia conterranea sia scappata dalla sua terra natìa, né se il suo vissuto l’abbia indotta a dipingere una Calabria da incubo, può essere che la sua esperienza l’abbia spinta a scrivere quelle parole. Ma non tutte siamo scappate da questa terra, perché forse non avevamo nulla da cui scappare, e se mai fosse vero quello che ha descritto è nostro dovere rimanere e cambiare le cose.

Arriva anche il commento di Renate Siebert: razzista e aberrante l’analisi della Chaouqui

“Una storia come questa potrebbe essere accaduta in qualsiasi altro posto d’Italia. Trovo assolutamente razzista e aberrante che si possa parlare, in questa vicenda, di specificità calabrese”. La sociologa di origini tedesche Renate Siebert, allieva di Theodor W. Adorno, già docente di sociologia generale all’Università della Calabria, vive da quasi 40 anni nella regione e, anche per questo, non mostra di gradire le tesi sostenute da Francesca Chaouqui, manager della multinazionale Ernst & Young.
Sulla vicenda della sedicenne uccisa e bruciata a Corigliano Calabro, Francesca Chaouqui ha scritto una lettera al Corriere della Sera in cui, dopo avere precisato di essere nata in un paese vicino al luogo teatro della tragedia, mette in evidenza la visione maschilista a suo dire predominante nella propria terra d’origine “nonostante la Calabria – dice – sia una terra matriarcale”. Chaouqui parla del rapporto uomo-donna come di “un binomio di mondi paralleli che non si trovano mai”.
“Per come conosco la Calabria – aggiunge Renate Siebert – devo dedurre che chi sostiene queste tesi è sostanzialmente razzista. Per questo non condivido che si possa parlare di specificità calabrese”. [14:40]

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7 risposte a La 27ma ora della Chaouqui raccoglie indignazione in tutta la Calabria. Condanna anche da Renate Siebert: tesi razziste

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  3. Pierfrancesco Vilotta scrive:

    Pubblicare un qualcosa, sia esso un pensiero, un articolo, una canzone, è un gesto che richiede un alto senso di responsabilità. Uno scrittore sa che comporre un pezzo non è una cosa facile perchè, per essere buono, quel testo deve portare il lettore a raggiungere il “traguargo” prefissato: leggere un libro di avventura deve far fantasticare, leggere un libro di cronaca deve far riflettere, leggere una poesia e/o il testo di una canzone deve far piangere, etc.
    Oggi molti scrivono credendo di poterlo fare, ed i più presuntuosi approfittano dei mezzi informatici anche per evitare la bocciatura che potrebbe arrivare da chi può decidere se quel prodotto è degno di pubblicazione.
    Tra questa mare di… “scrittori”, come non ricordare Francesca Chaouqui ed il suo pezzo “sono nata nella terra dov’è stata uccisa Fabiana: io sono scappata, lei non c’è riuscita”. Il testo è particolarmente irritante perchè si sfruttata una terribile tragedia per parlare dei problemi di arretratezza culturale (tra l’altro, tutti da dimostrare) di una intera Regione. “Le donne in Calabria, sono poche quelle che restano, poche quelle che amano liberamente, poche quelle che hanno compagni che le considerano loro pari in ogni cosa” , e poi ancora “i ragazzi guardano, imparano che la violenza è virilità..” – ma quando mai!!! Il voler prendere spunto di un gesto legato alla follia di un singolo che non solo ha tolto la vita a Fabiana ma ha anche distrutto quella dei familiari, parenti ed amici tutti, per scrivere dei problemi – ripeto, tutti da dimostrare – di una intera società è una mancanza di rispetto di dimensioni enormi nei confronti di chi è schiacciato dal dolore.
    La violenza è un qualcosa che non può essere circoscritta entro dei limiti geografici. La comunità di Fabiana è fatta di brave persone, di ragazzi che si impegnano nello studio e nel sociale, di preti presenti in maniera attiva nella società e di una dinamica, che come tutte, ha i suoi alti e bassi. Questa comunità non è marcia.

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  5. art blakey Giovanni Laganà scrive:

    Il problema nasce nel momento in cui i genitori vedono nella loro creatura appena nata il “pisellino” ed esclamano: “è masculu! è masculu”!!!! Mussolini “pagava” bene i genitori degli “appisellati” leggittimandone una loro superiorità sulle “femminelle”.

  6. Flavio Vercillo scrive:

    Quanto avvenuto ieri a Corigliano Calabro è delitto orribile, mastruoso! E’ difficile trovare, negli annali della criminologia un atto di simile crudeltà. Ma lascia molto perplessi il fatto che, irrazionalmente, la sedicente conterranea voglia classificare questo crimine come delitto perpetrabile solo in terra di Calabria. Purtroppo, con sempre più frequenza, ascoltiamo o leggiamo, di crimini che avvengono in ogni parte non solo d’Italia, ma del mondo intero. L’omicidio, di per se, rappresenta la brutalità latente negli esseri umani che esplode nelle circostanze più varie e nei modi più efferati e spesso per motivi ai più incomprensibili. Non ultimo il caso del soldato britannico decapitato in piena Londra ed i cui assassini restavano a parlarne come se avessero compiuto un gesto di cui andar fieri.

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