Pubblichiamo le lettere di quattro giovani calabresi sulla polemica sortita in seguito alla pubblicazione sui media nazionali di due articoli relativi al barbaro omicidio della sedicenne Fabiana Luzzi a Corigliano Calabro. Si tratta, in particolare, degli articoli di Francesca Chaouqui, sul Corriere della sera, e di Domenico Naso, su “il Fatto quotidiano”.
da Valentina Stella
Carissimi Francesca e Domenico
non so in quale parte della Calabria voi viviate o in che famiglia siate cresciuti, ma io sono una ragazza calabrese di 21 anni. Vivo in una famiglia che mi ama, che ha sempre lottato e lavorato affinché i miei sogni (i MIEI e non quelli che loro avevano per me) si avverassero. Vivo in una famiglia dove c’è il rispetto tra moglie e marito, dove i problemi di vita quotidiana si affrontano in famiglia ma solo perché si sta uniti. Mio padre mi ha sempre trattato da principessa e con mia madre parlo, mi confido, senza subire uno sguardo sdegnato. Ho un fratello che è il mio cuore e che in me non vede una schiava vittima del sistema, ma una spalla, un punto di riferimento, una persona con la quale litigare ma che non gli lascerà mai la mano nella vita.
E’ vero, in Calabria ci sono paesini in cui la mentalità retrograda è così evidente da far paura, ma ciò purtroppo esiste in ogni paesino di periferia e non solo al Sud.
Ho visto i miei genitori gettare il sangue per me e mio fratello, per supportarci nelle nostre scelte, impartendoci sani principi e non posso permettere e accettare di leggere da voi, che evidentemente non avete mai mosso un dito per cambiare le cose, queste accuse così gravi. Perché rimanere impassibili a ciò che è successo a Fabiana è da animali. E noi Calabresi non lo siamo. Forse sarete vittime dell’indifferenza e dell’omertà e non c’è cosa peggiore. Io provo pena per voi!
La Calabria ha tanti problemi e non ci servono i vostri finti moralismi, le vostre inutili parole. Perché io ammiro più chi è rimasto o chi, pur andando via, ha sempre cercato di fare qualcosa o magari semplicemente non ha più parlato della nostra amata e disgraziata terra, piuttosto che accettare le critiche di chi ha preferito partire con la coda in mezzo alle gambe e adesso prova il gusto di sindacare. Questo non lo accetto. E mi sento offesa, perché da Calabrese fiera di essere tale, non ammetto tali generalizzazioni. E’ un insulto ai calabresi, è un insulto alle persone oneste che ci sono, è un insulto alle Famiglie con F maiuscola, è un insulto alla tradizione e al valore di ogni piccola cosa che ci hanno insegnato.
Realtà tremende come quelle che avete descritto esistono e vanno denunciate, ma ripeto che non sono solo in Calabria e anzi al giorno d’oggi certe cose, qui, non le ho mai viste. Eppure purtroppo scadere nel luogo comune del dannato Sud è così scontato da farmi quasi ridere.
Cordialmente
Una ragazza fiera di essere calabrese
da Francesca Labonia
Le emozioni che tutta Italia vive nelle ultime ore per l’orrido crimine ai danni della giovanissima Fabiana sono di indignazione, rabbia palpitante, dolore opprimente. Anche io le vivo come giovane donna, come sorella, come figlia, come essere umano. Le medesime sensazioni, unite a un risentito disgusto, le vivo come calabrese nel leggere le qualunquistiche strumentalizzazioni che alcuni miei conterranei – tale Francesca Chaouqui e tale Domenico Naso – hanno messo in atto, attraverso le testate web di due notissimi quotidiani italiani (blog “27esima ora” del Corriere della Sera e Fatto Quotidiano) ai danni di tutta la Calabria: donne, uomini, padri, madri, figli, amici, fidanzati, bambini/e, nessuno escluso. Una sconsiderata e visionaria diffamazione della cultura e dello splendido onore dei calabresi tutti.
Costoro affermano che la morte di Fabiana non deve sorprendere in una terra dove la donna non vale nulla, dove le donne non possono vivere liberamente la propria libertà sessuale, la propria libertà di amare ed essere amate, dove non possono studiare, uscire, vestire alla moda, mostrare la propria femminilità, scegliere l’uomo della propria vita o di una breve avventura. Insomma, le donne calabresi non possono fare nulla! Relegate nelle case (evvai con l’agghiacciante pregiudizio che tutte le calabresi sono casalinghe!), attendono, arrendevoli Penelopi, l’arrivo dei propri padroni alla sera con la minestra in una mano e l’uovo da sbattere nell’altra! Rassegnate a un nauseabondo disagio esistenziale, vivono asservite ai loro uomini (padri, mariti, fratelli), una vita di noia, la cui unica evasione è l’insofferente sogno di fuga da quel mondo limitante, inibitore di ambizione, speranza e desiderio che è la Calabria.
Una descrizione degna dei più terrificanti campi di sterminio! Ma non finisce qui: l’oltraggio di questi due eleganti calabresi non è rivolto solo alle donne: ce n’è anche per gli uomini, che sarebbero dei bruti antidiluviani, usurpatori di dignità, dispotici maneschi, feroci tiranni. Mi chiedo costoro che Calabria abbiano conosciuto, o sotto l’effetto di quale attacco mitomane abbiano scritto cotante oscenità, senza la benché minima conoscenza del fenomeno del cosiddetto femminicidio, della discriminazione di genere, degli stereotipi in cui oggi le donne sono ahimè confinate sin da tenera età; fenomeni che, in realtà, proprio perché non conoscono geografia definita, non sono confinabili in alcuna classe sociale, localizzazione, realtà culturale per poter essere abbattuti completamente.
Qualcuno spieghi a questi due calabresi – che pure si proclamano professionisti! – che concetti come subalternità e possesso non sono circoscrivibili a realtà culturali, sociali, di classe, geografici. L’irrispetto della dignità della donna è cosi diffuso che a uccidere le donne perché considerate possesso esclusivo delle brame del patologico dominio maschile, sono uomini di ogni età, di ogni estrazione culturale e geografica, di ogni classe sociale. Giovani, adulti, vecchi, colti come illetterati, professionisti come analfabeti, uomini del Veneto, come della Sardegna, della Campania, come delle Marche, del Lazio, dell’Emilia Romagna, dell’Alto Adige come della Puglia. Eppure le cronache sono tristemente piene di queste notizie, piene di dettagli sulla provenienza geografica e culturale cosi diffusa di questi assassini! Dove hanno vissuto Francesca e Domenico?
In Calabria viviamo liberamente, andiamo a scuola come gli altri, andiamo all’Ikea come al Nord, usiamo i social network, downlodiamo e uploadiamo ad alta velocità, ci riuniamo in circoli culturali come al Nord, andiamo nei pub dopo cena, beviamo birra e buon vino, aperitiviamo con le amiche, andiamo a cinema a prezzo ridotto il mercoledì come a Milano.
Anche in Calabria esistono relazioni libere come le cosiddette trombamicizie, esistono amori duraturi e per la vita, ma anche avventure di breve durata, in Calabria esistono discoteche da urlo (ma si pagano di meno!), esiste H&M, gli happy hours, in Calabria ci sono gli Apple Store, le ragazze escono liberamente dopo cena come a Milano, ma non prendono il taxi al rientro perché le nostre città sono sicure e a casa possono tornare a piedi anche in piena notte.
In Calabria abbiamo università prestigiose, centri di eccellenza in ogni campo, in Calabria c’è il WiFi, la banda larga, in Calabria vediamo RealTime come al Nord, in Calabria ci sono i Wedding planner come a Milano, in Calabria abbiamo gusto nel vestire più che a Roma e a Milano e sapete perché? Perché nei piccoli centri ci conosciamo più o meno tutti, quindi andiamo sempre vestiti con gusto perché ci piace farci vedere ordinati e stilosi. In Calabria le case sono arredate come le ‘meglio’ fiere del salone del mobile di Milano, perché il Calabrese ha buon gusto! In Calabria facciamo i Flash Mob come a New York, o gli Harlem shake come a Brooklin. In Calabria nei locali c’è musica dal vivo di qualità e non solo tarantelle nelle sagre della soppressata. In Calabria c’è il Roccella Jazz che è secondo nel genere solo all’Umbria Jazz! In Calabria, se una donna è maltrattata dal marito, o semplicemente il matrimonio naufraga, chiede il divorzio come a Firenze! Sapete, non è che varcata Scalea o Rocca Imperiale le leggi non hanno più vigore!!
Ci sono realtà arretrate, per carità, ma come ci sono in ogni regione d’Italia e del mondo, come ho visto realtà di cultura poco progredita anche in Germania e in Inghilterra!
Eppure, tutte queste cose, che credevo patrimonio assodato di ogni essere umano, dovrebbero conoscerle bene le note testate giornalistiche che hanno permesso la pubblicazioni delle oscenità sopra citate da parte di Francesca e Domenico! Come hanno reso possibile la divulgazione di queste affermazioni offensive nei confronti del popolo calabrese? Si rendono necessarie dimissioni immediate e rimbombanti scuse pubbliche nei confronti di tutti i Calabresi da parte del direttore e dei redattori di queste testate giornalistiche.
Quanto ai due autori di suddette agghiaccianti dichiarazioni, beh, in questo caso, sì, le loro convinzioni sono circoscrivibili molto bene in alcuni gravi fenomeni per i quali, data l’età non più scolare dei due autori, ahimè, forse non c’è più rimedio, visto che la scuola dell’obbligo è per loro passata da un pezzo: l’acriticità, il pregiudizio, il qualunquismo, la disinformazione. La rispettabilità della nostra terra non accetta ignoranza. La Calabria ha uno dei più alti livelli di istruzione universitaria d’Italia. La nostra terra, superdotata di risorse naturali e culturali, madre di geni universali di ogni scibile umano, madre di professionisti in ogni campo, madre di storia, arte, cultura, è soprattutto madre di dignità e di onore, valori altissimi che non sono acquisibili con nessun titolo di studio.
da Arianna Tripodi
State uccidendo la mia Calabria con i pregiudizi, li state radicando sempre più a fondo. Giornalisti, concittadini, emigrati vi prego basta inveire contro la nostra terra. Mafia, omicidi, femminicidi, violenze fanno della Calabria una regione come tante altre. Mi chiedo solo perché ogni qualvolta diventa il teatro di cotanto orrore nessuno ci pensi due volte a inveire contro un popolo stanco di sentirsi dire “in Calabria siete tutti mafiosi”.
Ogni persona che mette bocca sulla Calabria, senza neppur conoscerla, dice che siamo un popolo arretrato con un livello d’istruzione più basso delle altre regioni d’Italia. Queste persone amano proferire parole del tutto inadeguate verso noi calabresi, popolo onesto fatto di gente che ogni mattina si sveglia per andare a lavoro e portare il pane a casa solo per garantire ai figli un futuro migliore.
Non mi stupisco affatto quando una tragedia di portata nazionale diventa l’ulteriore scusa per denigrare la mia regione. La Calabria è la terra natia di uno scellerato che decide di andare a Palazzo Chigi per uccidere un politico e finisce per ferire le Forze dell’Ordine. Questa Calabria per la follia di uno diventa per l’opinione pubblica una terra in cui d’abitudine ai soprusi si risponde con la violenza. Mi chiedo semplicemente se l’associazione fosse stata la medesima qualora lo scellerato non fosse stato originario della provincia di Reggio Calabria ma di Bolzano.
Come se non bastasse questo territorio, definito patria di violenti e mafiosi, diventa la nuova cornice in cui si consuma un femminicidio. Purtroppo un episodio del genere accade in Calabria ma sarebbe potuto accadere anche a Trieste o nella provincia di Milano, o in quartiere di Firenze dove si possono trovare fidanzati pazzi e immaturi o padri gelosi.
La Calabria diventa dunque la terra in cui la donna non vale nulla, in cui non è libera di compiere le proprie scelte, di andare a scuola perché i genitori non vogliono, di avere un lavoro, di essere indipendente. La donna in Calabria è solo un oggetto relegato in casa per cucinare, lavare e assolvere i doveri familiari. Non ha diritto di parola perché è l’uomo a scegliere in famiglia, anche per lei. E ovviamente quando si ribella, la violenza sembra l’unica via per redimerla.
Sono nata una giovane donna nata 23 anni fa in un paesino di 2000 abitanti alle pendici dell’Aspromonte e sono stanca di vedere la mia terra ogni giorno sempre più martoriata, vittima di pregiudizi troppo radicati. Sono stanca di dire che mio padre non è mafioso e mia madre non vive relegata in casa. Mia madre esce la mattina alle 7 per andare a lavoro e rientra la sera alle 9, mia madre a 16 anni ha scelto cosa fare da grande e ad oggi nessuno la considera un oggetto. Mio padre le è grato ogni giorno per i sacrifici che fa per essere una buona moglie e mamma e ancor più una grande donna.
Questa è la vera Calabria, libera da pregiudizi. Una terra che sogna di essere vista e amata per quella che è: generosa, onesta e non violenta.
da Francesco Meringolo*
All’articolo di Francesca Chaouqui, dopo il tragico episodio di cronaca nera che ha visto protagonista Corigliano Calabro e la Sibaritide, che ha scatenato numerose polemiche riguardo al silenzio delle donne in Calabria, segue un articolo su corriere.it, a firma di Goffredo Buccini, dove un sedicente netturbino, sostiene: «Tutti giriamo col coltello, qua, una coltellata ci può stare… ma quel maledetto l’ha bruciata viva».
Vivo a pochi km di distanza da Corigliano Calabro e quanto affermato da questo netturbino, lascia davvero allibiti. Nessuno, in Calabria gira con il coltello in tasca. Qualche volta si possono vedere i contadini che durante il lavoro nei campi hanno un coltello a “portata di mano”, ma è facile immaginare che non è di certo per difesa o per offendere, bensì è un utensile che serve a lavoro. La Calabria è una terra difficile, spesso la criminalità organizzata fa quello che vuole, ma questo avviene più per assenza dello stato che per colpa della “calabresità” ed è ingeneroso voler far passare il messaggio che probabilmente Fabiana sia stata uccisa dalla cultura calabrese. Non è giusto, non è giusto verso quella maggioranza di calabresi, che ogni giorno, senza lo stato, quotidianamente lotta contro la ‘ndrangheta e la cultura mafiosa. Non lo meritano i suoi morti innocenti, non se lo merita la giovane vittima di questo atto efferato, non lo meritano i tanti amministratori locali che ogni giorno non chinano la testa.
La Calabria, da qualche tempo ormai vede le donne di ‘ndrangheta in continuo aumento e le ‘ndrine studiano e girano il mondo. Quella giovane vita è stata spezzata per gelosia. E per gelosia a perderci è sempre il soggetto più debole. Visti quanti sono, i morti per femminicidio sono un problema nazionale e, bisognerebbe iniziare a chiedersi qual è l’elemento scatenante in una cultura che vede la donna come oggetto e da quale aspetto culturale, prende forma. Non credo che pene più severe per il tipo di reato servano a diminuire il reato stesso, sarebbe come pensare che la pena di morte sia un deterrente a compiere i reati per cui essa è prevista.
Serve ragionare sulle cause, solo così si potrà arrivare alla radice. E’ la cultura che fa grande un popolo.
*segretario Regionale Fgs












Pingback: Pregiudizio anti-Calabria: il sondaggio | Scirocco News
Quando un fatto di cronaca succede in Calabria, la notizia è la Calabria e non il fatto di cronaca. Chiediamoci tutti: perché? Lascio a voi il macabro elenco dei fatti di cronaca successi altrove.
Caro Domenico Naso
stamattina, per caso, mi sono imbattuto nel tuo articolo il 27/05/2013, dal titolo “Calabria, la donna non vale nulla”. Sono un tuo conterraneo, anzi ti dirò di più, sono del tuo stesso paese, Rizziconi. Ho 28 anni e come te ho frequentato la scuola superiore nella provincia di Reggio Calabria, precisamente a Palmi. Le storie che tu racconti sono totalmente lontane dalla mia esperienza di vita. Con questo non voglio dire (lascio a te il compito di diffondere la verità assoluta) che le emergenze sociali, di cui tu parli, siano fantascienza. Dico solo che non sono assolutamente all’ordine del giorno e soprattutto riguardano una minoranza che vive in condizioni di disagio sociale. Del resto non è un fenomeno solamente calabrese. E non lo dico io, basta soltanto accendere la tv e leggere i quotidiani (ci lavori per un quotidiano. Ti consiglio di leggerlo ogni tanto) per rendersi conto che la violenza sulle donne è un problema (purtroppo) diffusissimo in Italia e non solo (vedi il recentissimo episodio verificatosi nell’ Ohio). Per quanto riguarda la Calabria, basta guardare i numeri delle immatricolazioni femminili delle maggiori Università calabresi (per non parlare delle “emigrate”) per capire che le donne della nostra regione sono emancipatissime e guideranno il rilancio del sud. Non sono forse calabresi queste ragazze? Ti consiglio di uscire un po’ di più quando torni nella terra dei tuoi genitori per le vacanze, scoprirai che i locali notturni sono pieni di ragazze di tutte le età che amano divertirsi e che sono libere di vestirsi come vogliono e di frequentare tutti i ragazzi che vogliono. Non sono anche loro figlie di quella Calabria di cui parli nel tuo articolo? Del resto anche la povera Fabiana amava ballare la breakdance e vestiva come tutte le ragazzine della sua età. La maggior parte delle attività commerciali della nostra terra sono gestite da donne, quasi sempre di giovane età. Sono queste le donne “senza scelta”, oggetto del tuo elaborato? Unisci queste tre categorie, che sono le prime che mi sono venute in mente, e scoprirai che stiamo parlando della STRAGRANDE maggioranza delle ragazze calabresi. Quindi la tua frase “In Calabria, la maggioranza delle ragazze non ha scelta, in nessun campo.” è pura disinformazione. Per giunta proprio il tuo paese di origine, Rizziconi, che genericamente identifichi come “piana di Gioia Tauro” ti ha dimostrato in qualche occasione, che quello che tu hai spacciato come verità indiscutibile è , in realtà, una GENERALIZZAZIONE PALESE di un fenomeno (parlo sempre della violenza sulle donne ) che tu, forse, hai avuto la sfortuna di toccare con mano in molte più occasioni rispetto ai tanti ragazzi (e RAGAZZE) che manifestarono al tuo fianco in uno dei momenti più bui della storia della cittadina pianigiana. Per non parlare della meravigliosa accoglienza che il paese ha offerto alla nazionale italiana nel novembre 2011. Anche li la presenza femminile è stata massiccia e non credo che nessuno le abbia costrette a partecipare all’evento.
Mi fa sorridere un tuo precedente articolo dal titolo “Sparatoria Palazzo Chigi. Io, calabrese, contro i cliché dei media”. Un mese dopo ti ritrovo a difendere a spada tratta uno stereotipo altrettanto tendenzioso.
Un ultima tesi da smontare è la “rassegnazione impotente” a cui fai riferimento. Tu con i tuoi articoli ed io con queste poche righe (credo che ne riceverai molte altre), siamo la dimostrazione che la rassegnazione non fa parte dell’indole calabrese, del resto la nostra storia parla per noi.
Sono contento del tuo chiarimento odierno, ma questo non placa la mia irrefrenabile voglia di scrivere il mio dissenso nei confronti del tuo articolo, che apprezzo in quanto denuncia sociale ma di cui non tollero la tendenziosità e l’estremizzazione. Basterebbe scrivere la verità senza prendersi alcuna licenza poetica per mettere in luce la drammatica situazione della nostra amata regione (Credo sia questo il compito del giornalista).
Termino con una frase tratta dal tuo articolo sopra citato: Sarà che sono calabrese, sarà che gli stereotipi non li sopporto a prescindere, ma questa storia proprio non mi va giù.
Ne approfitto per salutarti e augurarti buon lavoro.
Antonio Mazzaferro