Pregiudizio io chiamo non già il fatto di ignorare certe cose, ma di ignorare se stessi.
Montesquieu
Sono convinto che i pregiudizi contro la Calabria e i calabresi siano frutto di una rappresentazione grottesca, sommaria e unidirezionale dei mali della Calabria. Che sono la ’ndrangheta, il malaffare, la malapolitica, la corruzione, la rassegnazione, l’indifferenza, lo scarso amore che alcuni calabresi hanno verso la loro terra, che li porta a inquinarla e depredarla. Mali che hanno nemici mortali: i calabresi onesti, i calabresi che lottano ogni giorno per strappare pezzi di presente alla ’ndrangheta, i calabresi che non vogliono farsi rubare il futuro, i calabresi che amano la propria terra, la difendono e se ne prendono cura. I pregiudizi, oggi, sono alimentati in larga parte dalla rappresentazione sommaria data da alcuni organi di informazione, che prendono accuratamente nota dei mali, ma tacciono sui nemici giurati di questi mali. L’opinione pubblica si può formare al mercato, al bar, oggi tantissimo su internet: ma quando il pregiudizio è latente, sedimenta da decenni, la botta dei media tradizionali – stampa e televisione – può fare la differenza.
Da giornalista, mi viene da ridere quando mi spiegano che i giornalisti fanno solo il loro mestiere quando si occupano dei mali della Calabria e, se devono trovare elementi positivi, lo fanno tra le pieghe dei comunicati delle brillanti operazioni contro le cosche. È vero – fanno – facciamo il nostro mestiere: ma è un dovere monco. Perché della Calabria restano solo la ’ndrangheta e gli scandali da una parte, i magistrati e le forze dell’ordine dall’altra. I calabresi – gli altri calabresi, la maggioranza – dove sono? È come se qualcuno ci spiegasse che uno storico fa il proprio dovere a raccontare la Liberazione solo dal punto di vista degli occupanti nazi-fascisti e dei liberatori anglo-americani. E i partigiani? E gli italiani che non si piegarono al regime? E quelli che pagarono con la vita il prezzo della libertà? Torniamo in Calabria, sessantotto anni dopo: e i calabresi, dove sono? Quelli che non sono collusi, quelli che non si arrendono, quelli che combattono lontano dai riflettori, dove sono?
Molti sostengono che la rappresentazione di una Calabria a una dimensione – ’ndrangheta – abbia una sua logica commerciale. Credo che sia in parte vero, almeno per quanto riguarda i giornali nazionali: la regola delle tre “s”, sesso, sangue e soldi, che un tempo indicava i tre elementi necessari per rendere accattivante la prima pagina di un giornale, è in qualche modo attuale anche oggi. Quando mancano i pruriginosi delitti di provincia la Calabria è lì, bella e disponibile a riempire la casella “sangue”, magari con pezzi superficiali. Non è una questione di razzismo, semplicemente c’è una casella da riempire: passata la moda di Scampia, ritorniamo in voga noi. Non ritengo, invece, che questo tipo di logica commerciale valga anche per l’informazione locale che – a mio avviso non a caso – è colpita dalla crisi che sta investendo la carta stampata in modo maggiore di quanto avvenga nel resto d’Italia. Il prurito della notizia di nera o di giudiziaria viene soddisfatto ampiamente – quando c’è – dagli organi di informazione online o dai social network: i giornali di carta o le televisioni, se non riescono a offrire altro, se non riescono a entrare nel fatto e a farlo vedere da tutti i punti di vista, a spiegare quali mutamenti quel fatto potrà portare nella vita dei calabresi, diventano ripetitivi e, in parte, inutili.
Può solo partire dalla Calabria un nuovo modo di fare informazione sulla Calabria. Nessun inviato dall’alto ha interesse a offrire una rappresentazione diversa. Occorre ripristinare il “valore democratico” di una narrazione, che abbia la capacità di lasciare un segno e che non faccia solo un botto come un mortaretto. Che imponga una calabresità vera all’opinione pubblica, fregandosene altamente di giornali e editori nazionali che chiedono altro. Non si tratta, ovviamente, di tifare per chi dice che è tutto ’ndrangheta o per coloro che, invece, dicono che è tutto bellezze naturali, tesori culturali, ’nduja e cipolla di Tropea. Si tratta di scardinare questa contrapposizione caricaturale. Perché, se la ’ndrangheta è innanzitutto la malattia mentale della Calabria, esiste una cura rappresentata dall’esempio di coloro che, lontano dai riflettori, giorno dopo giorno sottraggono spazio alle mafie. Dietro l’omicidio di un innocente c’è sempre una famiglia che si ribella. Dietro un’estorsione c’è spesso un commerciante che denuncia. Dietro malaffare e pressappochismo c’è sempre qualcuno che pratica eccellenza e onestà nel proprio lavoro.
Fabiana Luzzi
Non spero nella noiosa intellighenzia calabrese, più impegnata a dissertare del valore ideologico delle passeggiate sui monti che a chiedersi come mai il blocco sociale di potere dei soliti noti sia intatto da vent’anni. O a chiedersi se la Calabria sprofonda anche con la responsabilità di una cultura che si parla e si scrive addosso, sempre nei soliti posti, sempre con i soliti codici e sempre per i soliti intimi, lasciando campo libero a quel misto di disinteresse e conformismo che assomiglia a un’egemonia gramsciana dalla parte sbagliata.
Spero molto nei giovani e in tutti quelli – operatori dell’informazione e non – che hanno ben presente che c’è una Calabria “che vuole essere parlata” , citando Alvaro, nel modo giusto. Non credo che sia un caso che tra i commenti più letti, di gran lunga, dopo le infelici esternazioni di Francesca Chaouqui sull’assassinio di Fabiana Luzzi, ce ne siano tanti di non addetti ai lavori.
In un film cult di Vittorio De Sica, “L’oro di Napoli”, un vedovo inconsolabile interpretato da Paolo Stoppa corre verso il balcone in modo teatrale per buttarsi sotto e suicidarsi. A un attimo dal suicidio, però, si gira per controllare che ci siano i parenti e gli amici a impedirglielo (come farà notare più avanti Martin Scorsese, né prima né dopo, ma proprio nell’esatto momento in cui doveva voltarsi, per farsi salvare senza dare l’impressione che la pretesa di suicidarsi fosse tutta una finta). Una scena che i cinefili hanno ben impressa nella memoria, perché incarna tutta insieme la melodrammaticità e la genialità di alcuni meridionali. Mi torna in mente Paolo Stoppa perché sento da molte parti dire che la Calabria, ormai, si è suicidata. Per me questa regione è sull’orlo del balcone, come quel vedovo inconsolabile: si sta voltando, un attimo prima. Ci guarda. Sta a noi tenderle le braccia.













PS: colgo l’occasione per chiederti di dare risalto a mezzo di “scirocconews” a questo importante evento…nè di destra e nè di sinistra…ma che guarda solo al nostro SUD..! Grazie
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… è come quando “senti” una canzone senza ASCOLTARLA, senza comprenderne le parole. Problema che attanaglia anche i tuoi colleghi Ale! Ma per Voi la cosa è più grave. Voi DOVETE entrare in merito alle cose, descriverle comprendendone tutti gli aspetti. Voi DATE l’informazione che non può essere parziale! Voi non potete dimenticare questo PRINCIPIO che consentirebbe (forse) di aiutare (quanto meno) l’opinione pubblica ad essere, anch’essa, meno superficiale!
Un ‘analisi critica precisa e anche amara, ma , grazie a Dio,lontana da quelle descrizioni che ultimamente ci hanno indignato per la superficialità ,che anche alcuni giornalisti di testate locali non ci hanno risparmiato.
se in calabria c’e’ delinquenza in un’altissima percentuale e’ colpa dello stato che non solo e’ assente (non numericamente) perche’ “forze dell’ordine” ce n’e’ fin trppe ,ma non tutela assolutamente il cittadino. vi potrei raccontare delle cose che fanno rabbrividire sul loro conportamento ,ma non rinuncio a raccontarne solo una: un mio amico vede 2 ladruncoli che scassavano un appartamento per rubare ,chiama immediatamente la polizia di cetraro e dice il punto dove li avrebbe aspettati per indicarre il posto , arriva la polizia appena arrivati nei dintorni incomincia a suonare la sirena (forse per avvisare i ladri) poi arriva dal mio amico si fermano e subito : cosa fa lei qui ! documenti . e lui : ma vedete che vi ho chiamato io perche stanno rubando in quella casa . e la polizia: non inporta !! documenti e subito . cosi’ come vedete le forze dell’ordine tutelano i ladri e non i cittadini percio’ non amo questi tutori dell’ordine se tutelare l’ordine e solamente fastidiare i cittadini che vanno per la propia strada ,che non si sono legati o non hanno acceso le luci a mezzogiorno
Hai ragione ma non perché la ragione dei fessi ma perché ragione e sentimento in te, viaggiano a braccetto. Ho letto anch’io il vergognoso articolo sulla morte di Fabiana, descriveva una Calabria che non è più tale o che forse non lo è stata mai. Ho riso quando scriveva che le madri fanno voto a San Francesco per avere un figlio maschio, che tutti vorrebbero scappare ma pochi lo fanno da una Terra sporcata dal sangue della ndrangheta. Basterebbe solo rimboccarsi le maniche e tirar fuori ciò che di bello la nostra Terra ha. E noi sappiamo che non è poco. Il turismo ad esempio, sia lungo le coste che nella meravigliosa Sila, non per nulla denominata la piccola Svizzera, il centro storico di Cosenza, ripudiato dalle varie amministrazioni che si sono succedute ed amato da chi ci vive e da chi va a visitarlo. Valorizzare i prodotti tipici che non sono solo la cipolla di Tropea e la nduja. C’è chi si è ribellato e si ribella alla ndrangheta, ha denunciato, a volte ha pagato anche cara la propria ribellione, ma almeno cammina a testa alta, fiero del suo coraggio. Perché scappare senza più tornare? Se unissimo il cuore grande di tutti noi calabresi, riusciremmo a fare molto e dimostrare che la nostra Terra è ben lontana da ciò che si legge sui giornali e che il più delle volte, viene scritto senza neanche spostarsi dalla propria scrivania, senza mai aver messo piede in Calabria, solo per riempire le pagine con delle parole inutili e poco veritiere.
bellissimo articolo…perdi di vista però che le sorti di questa terra non le abbiamo mai decise noi…ci sono state sempre imposte… Così come ci hanno imposto di convivere con la ndrangheta (non hanno fatto niente per distrggerla) o di sguazzare nel malaffare politico affaristico (quando un magistrato stava per scoprire la truffa piu grande del secolo , parlo di demagistris, lo delegittimarono), o il non poter essere competiti nel settore turistico ( ci hanno tolto tutti i treni e la A3 è il bancomat della nordica Impregilo), o quando ci avvelenano (vibo, crotone,, cassano) e NON vogliono “pulire”….e tanto, tanto, tanto ancora…quindi, personalmente su quel lenzuolo che recita “anche i calabresi sono italiani” avrei aggiunto alla fine un punto interrogativo …..perchè il nostro dramma è tutto li: NON CI REPUTANO ITALIANI….e tantomeno FRATELLI D’ITALIA…piuttosto FRATELLASTRI , figli di una madre cattiva e matrigna con i meridionali ma comprensiva, generosa e tollerante verso gli altri….
Michele, non perdo di vista tutto questo, semplicemente sono convinto che chi ha imposto una situazione di malaffare e degrado non ha alcuna intenzione di fare passi indietro. Credo che il compito di cambiare il futuro della Calabria sia dei calabresi, non per decreto divino ma perché, semplicemente, se non lo facciamo noi nessuno lo farà al posto nostro
INFATTI!! dopo anni di lotte intestine siamo riusciti a realizzare un movimento meridionalista , Unione Mediterranea, che il 22 ed 23 giugno avrà il suo Primo congresso …..sei invitato unitamente a tutti i calabresi di buona volontà! “…Reagire si può. Si deve.
Veleni dal Nord. Rcauto più cara. Tagli ai trasporti locali, alla sanità, agli asili. Più tasse al Sud. Investimenti pubblici per l’81% al Centronord. Metà dei progetti europei realizzati in Lombardia. E in più l’offesa di sentirsi dire: siete arretrati, siete ladri, siete inferiori. Reagire si può. Ci stiamo organizzando. Partecipa al primo congresso di Unione Mediterranea. A Casalduni (Benevento) il 22 e 23 giugno. Guarda come su http://www.unionemediterranea.it ….