Cultura

Non basta uscire dall’armadio a muro: dobbiamo demolire ogni pregiudizio che è alla base dell’omofobia

Un libro forte e coraggioso, "Marito e marito", approdato per la prima volta nel Mezzogiorno, a Reggio Calabria. L'analisi pacata ma senza sconti dell'autore, che riflette a voce alta, il giorno dopo "la prima", di quanta strada sia ancora da fare per smantellare l'ultimo razzismo della nostra società

“Coming out (of the closet)”, ossia “uscire dall’armadio a muro”: questa è l’espressione che si utilizza nel mondo LGBT (lesbico-gay-bisex-transessuale) per indicare la decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale. Quant’è difficile tuttora realizzarlo in Italia e soprattutto nel profondo sud? Quali sono i condizionamenti che pressano migliaia di ragazzi e ragazze a restare rintanati nel loro nascondiglio e a barcamenarsi nella doppiezza tra una vita facciata e quella reale? Quante angherie e violenze psicologiche si dovranno subire ancora, sentendosi persone e cittadini di serie B, prima che lo Stato tuteli e riconosca i diritti civili degli omosessuali?

Ieri pomeriggio ho avuto il privilegio di poter parlare di questi temi scottanti nell’incontro organizzato da “Se non ora, quando?” e dall’Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria, partendo dalle pagine del mio romanzo “Marito e marito” (Claudiana, 2012). Una storia che inizia con la telefonata in cui il protagonista Giacomo, che ha sempre cercato di nascondere la sua omosessualità alla propria religiosissima famiglia, informa i genitori che è finalmente convolato a giuste nozze. Il “problema” è che non ha sposato la fantomatica fidanzata, bensì un uomo di nome Miguel. Non è un romanzo autobiografico in senso stretto, ma in queste pagine ho raccolto e proiettato le difficoltà del coming out in una famiglia del sud prima di effettuarlo nella realtà, ripercorrendo la strada che porta ad un passo così importante.

Più che la presentazione di un libro, però, si è trattato di una bellissima testimonianza comunitaria a più voci, da prospettive diverse e complementari. Dopo altre tappe nelle grandi città del centro-nord, per la prima volta ho avuto l’opportunità di poterne parlare e riflettere nel mio Mezzogiorno, dove tutto questo è ancora un grande tabù.

L’incontro è stato di per sé un esempio di come il coming out sia una “doppia rivoluzione” – come mi piace definirla –: personale e sociale.
Sul versante interno, il coming out implica innanzitutto un percorso di auto- accettazione, di superamento degli schemi che vengono inculcati dalla società, un annientamento della propria omofobia interiorizzata. Ma dopo l’affermazione con se stessi, nasce l’esigenza della condivisione, la necessità di rompere lo schema dell’omertà e della solitudine, l’impellenza di sentirsi liberi e di poter finalmente uscir fuori da quell’armadio dentro al quale ci si è murati vivi. Fare coming out significa rivoluzionare l’immagine di sé nel mondo circostante: non più un errore da nascondere o uno scarto da coprire, ma una persona con una dignità da rispettare. Fra le due citazioni che ho scelto per dare inizio al mio libro, c’è un passo del vangelo di San Giovanni (8,32), “conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi”: il coming out è aprire le ante di quell’armadio a muro e poter finalmente correre fuori e sentirsi liberi e vivi.
Ma la rivoluzione è doppia, perché il coming out ha anche una dimensione esterna, altrettanto prorompente di quella personale. Per un amico, un genitore, un fratello, un insegnante “ricevere” un coming out provoca sempre una crisi, piccola o grande che sia: gli equilibri saltano, l’immagine che ci si era creati si infrange. Tuttavia anche le reazioni più violente provocano un cambiamento: l’affetto che lega le persone, se sincero e reale, diventa la forza propulsiva per riconsiderare le proprie convinzioni, i propri pregiudizi. Se è facile lasciarsi trasportare dalle condanne alle baracconate e alle estremizzazioni che i media ci propinano ogni volta che si parla di omosessualità, quando il “diverso” è il migliore amico, il figlio, il fratello allora gli schemi saltano e si è costretti ad analizzare seriamente ciò che prima era un argomento da salone di bellezza, talk show e rotocalchi. Si realizza che questi “diversi” tanto diversi non sono: amano come noi, soffrono come noi, vivono come noi, hanno le nostre stesse esigenze e i nostri stessi limiti… e quindi meritano gli stessi diritti. E qui inizia la vera rivoluzione!
Tutti sogniamo un mondo in cui (come già avviene in altre realtà lontane dal nostro orticello italiano) non sia più necessario dover “dichiarare” la propria omosessualità, dove questo armadio a muro sia demolito per tutti e per sempre, dove quando si chiedono informazioni sul partner non si dia per scontata la “normalità” di un rapporto eterosessuale. Finché questo non si realizzerà, però, è necessario “chiamare le cose con il loro nome”, rivendicare con orgoglio la propria identità e i propri diritti perché la società si accorga finalmente che la “normalità” della famiglia del Mulino Bianco è solo una delle varianti ma che esistono ben più numerose sfumature nella vita reale.

L’omofobia ha bisogno di essere aggredita su due fronti: dalla “base”, attraverso la testimonianza delle persone che vivono accanto a noi (la dimensione sociale del coming out, appunto), ma anche dall’“alto”, sul versante legislativo, che normatizzi e normalizzi anche le unioni omosessuali. L’idea di questo romanzo nacque un po’ per scherzo nei giorni dell’approvazione dei matrimoni gay nella Spagna di Zapatero: a cena da un’amica ci divertimmo ad immaginare un’ipotetica telefonata in Italia: «Ciao mamma! Sono a Madrid e mi sono appena sposato, con il mio compagno. Ora siamo marito e… marito!». Da quel lontano 2005, altri Paesi in Europa e nel mondo hanno compiuto lo stesso passo a livello legislativo, mentre l’Italia resta il fanalino di coda, senza una regolamentazione neanche delle coppie di fatto e addirittura senza alcuna tutela nei casi di violenza omofoba. Quanto ancora bisognerà aspettare perché anche nel Belpaese si smuova qualcosa?

Sono cosciente che un incontro o un libro, così come una manifestazione o un gay pride, non abbiano la forza di mettere un punto e a capo su questo argomento. Tuttavia i nostri antenati dicevano gutta cavat lapidem, ed è solo attraverso mille piccoli gesti e segni che si potrà minare alla base uno degli ultimi razzismi della nostra società.

Alcune istantanee della serata (ph Anna Maria Basile)


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